Intervista a Chiara Asquini di Andrea Aguzzi (Giugno 2009)

Interviste

La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suona o ha suonato?

Grazie a mia madre! Quando avevo 7 anni mi chiese, ripetutamente, se volevo suonare la chitarra o il pianoforte. Mia madre non ha mai fatto studi musicali, ma ha una sensibilità artistica finissima. Scelsi subito la chitarra…mi affascinava moltissimo e così a 8 anni cominciai. Ricordo poi con una tenerezza infinita un concerto che Elena Papandreou tenne a Gorizia; era il 17 gennaio 1997, avevo 11 anni e quella sera dissi a mia madre, seduta a fianco a me “da grande voglio fare la concertista”. Ero rimasta incantata: Elena fu splendida e così la sua musica…poetica e intensa da far male. C’era il destino di mezzo poi: io fui la bimba designata a portarle i fiori sul palco…

Suono ancora con una chitarra che il liutaio Luciano Lovadina costruì per me nel 1999: abete rosso italiano, diapason 65, fasce in palissandro brasiliano. 10 anni di matrimonio, ma è uno strumento stupefacente, ricco di colore, con una “personalità”, un’eleganza e allo stesso tempo una forza intrinseca che ho visto di rado in altri strumenti.
A breve dovrei avere un altro strumento che prevedo incredibile, senza ovviamente abbandonare la mia Lovadina: una chitarra del liutaio Livio Lorenzatti. Tavola in abete, diapason 65, fasce in palissandro. Ho avuto la possibilità da poco di provare i suoi strumenti: è un liutaio giovane, ma che costruisce dei piccoli gioielli riuscendo a coniugare potenza e direzione ad un suono “che ha una storia” e che non risulta affatto vuoto.
Resto comunque sempre attenta alla liuteria…visito le mostre, se posso provo le chitarre degli altri. Il rapporto con uno strumento per me è una cosa particolare: quando tengo una chitarra tra le gambe, l’abbraccio e la suono devo “sentirmi a casa”…che non è solo un buon connubio di fattori timbrici, estetici, tecnici…ma una sensazione fisica che non posso assolutamente ignorare. Non esiste la chitarra perfetta, ma esiste la chitarra perfetta per me.


Qual è stata la sua formazione musicale, con quali Maestri ha studiato e quale impronta hanno lasciato nella sua musica?

Ho avuto la fortuna di studiare con tanti Maestri, di frequentare moltissime masterclass ed avere così una formazione molto eterogenea, ma di questi Maestri quelli da cui ho appreso maggiormente e che hanno lasciato la loro impronta nel mio modo di suonare e nel mio modo di vivere la musica e la vita sono essenzialmente tre. Mi sono diploma al Conservatorio di Trieste con il Maestro Pierluigi Corona nel 2005, nella cui classe ho conseguito anche la laurea di secondo livello un paio di settimane or sono. Parallelamente al Conservatorio ho studiato con Lena Kokkaliari e con Oscar Ghiglia, all’Accademia Chigiana a Siena e in altre masterclass. Un Grazie mio particolare va poi a Roland Dyens, che è stato il primo maestro a credere in me e nelle mie possibilità quando ero ancora solo una bambina e ad Eduardo Fernandez, con cui non ho studiato a lungo come con gli altri insegnanti, anzi…ma Fernandez è una persona essenzialmente, prima che un Maestro, che anche solo parlandomi dopo i concorsi o in altri momenti mi ha influenzato profondamente…dandomi sempre dei consigli fondamentali.

Si può dire che da Pierluigi Corona ho imparato “come si suona la chitarra”…mi ha insegnato gran parte di quello che so, dalle prime note ai brani più impegnativi. Mi ha lasciato l’entusiasmo, l’energia. Corona è una persona e un musicista profondamente solare, generoso con la musica e con il pubblico durante i concerti. Mi ha mostrato, con il suo esempio, cosa significa “professionalità” fin da piccola…arrivare (puntuali) e sempre ben preparati a delle prove, studiare sempre, approfondire, leggere tantissimo. Sono grandi insegnamenti.
Lena Kokkaliari è la “dea della maieutica socratica” e del problem solving aggiungerei! Mi ha insegnato a non girare mai (mai!) la testa dall’altra parte di fronte ad un problema, ma soprattutto a scansionarlo, frantumarlo, comprenderlo e risolverlo…sia che questo sia un problema prettamente tecnico, sia ovviamente con “problemi” musicali. Mi ha condotto a trovare sempre la mia strada nei brani che suono e poi ad ascoltare cosa hanno fatto grandi musicisti prima di me…si scoprono cose sorprendenti a volte! E’ una persona che ha sempre creduto in me e che mi ha dato e mi dà grande forza, sempre. Ah si, quasi dimenticavo….Lena mi ha insegnato a sorridere sempre…se fai un concorso e arrivi secondo (o quarto…o non arrivi affatto) tu continua a sorridere, persino di fronte ad ingiustizie palesi. Sorridi come se ti avessero dato il primo premio: con questo sorriso, che non è mai un sorriso forzato o di circostanza, ma dev’essere un sorriso che parte dal cuore, mi ha dato un insegnamento più grande…essere profondamente serena con me stessa, in pace con la mia musica, consapevole di quello che c’è di buono e di quello che ancora non va. Spesso quando si è giovani, se un concorso va male crolla il mondo. Ci si dovrebbe ricordare sempre che “se vinci non suoni meglio di prima e se “perdi” non suoni peggio di prima”. E’ un insegnamento di vita, prima che di musica!
Con questo bagaglio sono poi arrivata da Oscar Ghiglia, un Maestro che mi ha lasciato in dono tantissimo. Oscar mi ha insegnato molte cose, ma forse due sono stati gli insegnamenti fondamentali: “i limiti sono solo nella nostra mente” e a vedere sempre il collegamento che sussiste tra le note, il filo sottile che le lega, anche a grande distanza. Oscar mi ha insegnato l’amore per il dettaglio (non che gli altri non l’abbiano fatto!), ad entrare dentro la partitura profondamente, scandagliarla, capirne i segreti…mi ha insegnato che poi questi segreti si possono vedere in maniere differenti, ottenendo per lo stesso brano diverse interpretazioni plausibili e tutte essenzialmente valide.

Come è nato il suo interesse verso il repertorio contemporaneo e quali sono le correnti stilistiche nella quale lei si riconosce maggiormente?

Sono una persona curiosa per natura, ma l’input mi è arrivato da un corso di semiologia della musica contemporanea che ha fatto “scattare” in me molto più di una semplice curiosità. Prima la musica contemporanea comunque mi piaceva, mi attraeva e forse mi attraeva anche il fatto che fosse un mondo totalmente nuovo e tutto da scoprire. Era il mio personalissimo “folle volo” dantesco… un mondo di possibilità, di colori da mettere su una tela, un universo di energia pura, di immagini (a volte solari, altre angoscianti, sempre affascinanti). Capire alcune cose, imparare un modo per approcciarsi alla partitura, conoscere determinate cifre stiliste, grafiche, di notazione e imparare anche una breve “storia”, ovvero qual’era stata l’evoluzione della musica contemporanea ha fatto sicuramente in modo che io potessi prima di tutto apprezzare dettagli che prima faticavo a comprendere. Mi attiravano, ma non li comprendevo appieno. E’ stato fondamentale anche l’ascolto di certi brani, partitura alla mano, dopo aver imparato alcune cose: ricordo bene la prima volta che ascoltai Threnody to the victims of Hiroshima …c’era così tanta sofferenza, angoscia, devastazione in quelle note, era così incredibile quello che c’era scritto e così devastante il suo impatto sonoro che ho pensato che dovevo assolutamente studiare questo repertorio, che dovevo arrivare a capirlo. Era bastato così poco per rimanere devastata da questo brano…quanto mi stavo perdendo di musica straordinaria, emozionante, intellettualmente affascinante?

Per rispondere alla seconda parte della domanda: non credo che ci siano delle correnti stilistiche in cui mi riconosco di più. Ci possono essere compositori che mi piacciano più di altri e di questi compositori determinati brani che sento più “miei” di altri, ma così avviene anche per il resto del mio repertorio chitarristico. Amo follemente M. M. Ponce (e di Ponce non tutti i brani, comunque), ma non il repertorio segoviano in generale. Venero J. S. Bach, ma non la musica barocca in generale. Adoro Fausto Romitelli, ma non tutta la musica spettrale…la corrente minimalista in generale mi è affine…è complicato! Alla fine, al di là delle preferenze personali, che variano molto non solo da persona a persona, ma che cambiano continuamente anche in me che sono in continua evoluzione, la cosa che trovo fondamentale è rimanere “aperti”, non avere pregiudizi verso un compositore o un repertorio. Non impedire a sé stessi di scoprire colori nuovi, mai visti

Berio nel suo saggio “Un ricordo al futuro” ha scritto: “.. Un pianista che si dichiara specialista del repertorio classico e romantico, e suona Beethoven e Chopin senza conoscere la musica del Novecento, è altrettanto spento di un pianista che si dichiara specialista di musica contemporanea e la suona con mani e mente che non sono stati mai attraversati in profondità da Beethoven e Chopin.” Lei suona sia un repertorio tradizionalmente classico che il repertorio contemporaneo … si riconosce in queste parole?

Moltissimo! Penso che ci sia qualcosa di profondamente vero in ciò che scrisse Berio. Personalmente rifuggo tutto ciò che è “chiusura mentale”, rifiuto a priori di un determinato periodo storico e delle opere relative… trovo notevolmente limitante far riferimento ad una sola parte del repertorio senza conoscere, possibilmente in profondità, le altre. E’ normale che poi un musicista scelga magari il repertorio che più gli appartiene, che lo appassiona intellettualmente e fisicamente; ma un chitarrista che suona Takemitsu, senza aver conoscenza di Giuliani, Sor, Regondi…che suona Britten, Kurtag, Scelsi, Berio senza aver mai sviscerato completamente una suite di Bach (e viceversa, s’intende)…che musicista è? Quanto arida, spenta, senza direzione né retrospettiva sarà la sua musica?
Amo molto Bach e Giuliani e amo moltissimo Scelsi e Martin! E non trovo contraddizione in questo, anzi…
Deplorevole poi quando la scelta della specializzazione in un determinato repertorio è fatta ai fini di nascondere personali mancanze e lacune in tutto il resto!
Sento spesso chitarristi, di rado musicisti, che difendono a spada tratta il repertorio contemporaneo (che, per giunta, si “difende” benissimo da solo…) autoergendosi sopra una presunta “massa”…ma se poi si chiede loro di suonare quello che loro stessi definiscono “semplice e un banale quarto-quinto-primo” non sono quasi più in grado di articolare le dita. Eppure senza Mozart, Beethoven, Chopin, Schumann…non avremmo mai avuto Ligeti, Scelsi, Kurtag, Feldman…etc…come si fa ad ignorarlo?!?!
Qualche anno fa parlando a proposito dell’arte del rubato sentì dire “trova almeno cinque modi diversi di rubare ogni passaggio dove vuoi farlo…dopo di che puoi dire di aver fatto una scelta”. Quella frase detta in quel momento rischiarò il mio cielo e la trasformai in “solo quando trovi modi diversi di fare la stessa cosa puoi dire aver fatto una scelta”…se si suona senza fare questo passaggio, quanto c’è di vero, di musicalmente approfondito in ciò che si fa? Traslato: se non si conoscono (almeno in parte e quanto più possibile) i compositori, se non si conosce il repertorio del proprio strumento, quale scelta c’è?
E’ una non-scelta…di norma, il rifugiarsi in ciò che fa meno “paura” e si trova più a portata di mano. Una notevole pigrizia intellettuale, non trovi?

L’ignavia è un peccato mortale, per cui sono d’accordo con te. Parliamo di marketing. Quanto pensa che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

Mi permetto di citare Elena Casoli (che a sua volta citava il grande Maestro Ruggero Chiesa), che durante una masterclass a Venezia disse: “i chitarristi non devono rimanere isolati”.

E’ qualcosa che va oltre la questione del marketing inteso in senso stretto: ora c’è YouTube, Myspace, Facebook…etc…sono mezzi di comunicazione e di interrelazione potentissimi e che ritengo sia fondamentale saper usare. E’ importante che i musicisti non siano isolati, che si rendano conto che ci sono altre persone che studiano, cercano, lavorano, fanno progetti spesso ambiziosi…delle cose meravigliose! E la voglia di fare aumenta! Ci sono collaborazioni con compositori, che sono nate grazie al fatto che delle persone avevano sentito alcune mie tracce audio ed erano venute a sapere di determinati miei interessi. Senza questo ora dei nuovi brani non ci sarebbero, avrei fatto meno concerti, avrei avuto meno possibilità d’espressione.
Per quanto riguarda il marketing in senso stretto, forse non è “determinante” essere dei buoni promotori di se stessi in ambito telematico…ma sicuramente è fondamentale lo spirito con cui si affrontano le avventure della vita…non la “capacità di vendersi” che è veramente un’espressione orrenda, ma la capacità di essere sul posto…con una professionalità, con voglia di fare, d’esprimere e di vivere…questo si! Puoi essere il migliore musicista del mondo tra le quattro mura della tua camera, ma “se un albero cade in una foresta deserta, senza che alcuno lo senta cadere, quell’albero è mai caduto?”…


Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

“Improvvisare non s’improvvisa” e quindi, per ora, l’improvvisazione non ha spazio nella mia ricerca, ma spero che cominci ad averne uno, e poderoso, presto. Penso che ci sia molta improvvisazione nel repertorio classico senza necessità di uscire dal “classico”. Esistono brani che hanno carattere improvvisativo o che sono vere e proprie improvvisazioni scritte. Basta pensare ad una pietra miliare come Serenata per un satellite di Maderna, dove si esplica il concetto di “campo”, territorio di possibilità. La musica è scritta…ma s’improvvisa. Ci sono notevoli parametri definiti dal concertista o dal direttore al momento dell’esecuzione. (in calce allo spartito, la scritta stessa di Maderna d’improvvisare “ma con le note scritte”) Basta pensare alla Passion selon Sade di Bussotti, a Volo solo di Cardew (per un “virtuoso di qualsiasi strumento”), a Transicion II di Kagel o ai Graph Pieces di Feldman…opere in cui la capacità d’improvvisazione dell’interprete viene sfruttata e “prescritta in partitura”…e sono opere “classiche”!…ok…classiche-contemporanee, ma è una distinzione che non faccio…

Ascoltando la sua musica ho notato la tranquilla serenità con cui lei si approccia allo strumento indipendentemente dal repertorio, da con chi sta suonando, dal compositore, dallo strumento che lei adopera dimostrando sempre un totale controllo sia tecnico che emotivo, quanto è importante il lavoro sulla tecnica per raggiungere a questo livello di “sicurezza”?

Mi lusinghi…il lavoro sulla tecnica è fondamentale, nel senso che la sicurezza delle dita dà libertà alla tua arte, all’espressione musicale ed al pensiero artistico. E’ fondamentale in senso assoluto per me lo studio lento, anzi lentissimo…una sorta di tai-chi musicale, per assumere consapevolezza di ogni singolo movimento del mio corpo e delle mie dita. Detto questo, il mio personale “controllo” è tecnico, ma non emotivo. Avere la sicurezza che le mie dita faranno ciò che io voglio che facciano, fa in modo che durante un’esecuzione, durante un concerto o una registrazione io mi posso dedicare a cercare ed ad essere energia…solo energia. E’ una libertà, un librarsi in aria che altrimenti non ci si può permettere ma preferisco essere, ricevere e dare energia mentre suono piuttosto che risultare “perfetta”, ma fredda. E quindi morta.
C’è poi da dire che, grazie anche a questo tipo di lavoro, riesco ad arrivare sempre molto tranquilla, senza ansia né tensione ai concerti: sono semplicemente concentrata. Mi stupisco anch’io ogni volta!

Lei ha pubblicato sul blog Chitarrablog.it un bell’articolo “Frank Martin – Ethik/Etica” dedicato all’importanza dell’etica per questo compositore, come pensa che la sua personale visione dell’etica si sia riflessa nella sua musica? Come mai questo suo interesse e approfondimento per Frank Martin?

Rispondo prima alla seconda parte della tua domanda. L’interesse per Frank Martin è nato nel 2003-2004, quando scelsi il brano “contemporaneo” da presentare al mio diploma e la scelta cadde sui Quatre Pieces Breves. Le sue composizioni sono sempre pervase da un’energia così incredibile che non penso sia possibile rimanerne fuori. E’ qualcosa che ti colpisce dentro, qualcosa di esaltante, potente e catartico. Ricordo che Yehudi Menuhin, personalmente il violinista che prediligo, disse che quando suonava Polyptyque sentiva la stessa responsabilità e la stessa esaltazione di quando eseguiva la Ciaccona di Bach. Vedi, i Quatre Pieces Breves richiedono la stessa dedizione assoluta che si dà di norma ad una suite di Bach e, almeno a me, danno anche la stessa esaltazione, lo stesso senso di “purificazione”. Da qui è partita poi la ricerca, la lettura della sua biografia (in tedesco), l’ascolto di altre sue opere. Sono sempre felice quando vado a sentire un concerto e c’è qualcuno che esegue una composizione di Frank Martin.
Per rispondere alla prima tua domanda, vorrei proporti un “percorso” attraverso un’immagine universalmente conosciuta: L’Urlo di Munch. Ognuno di noi ha ben presente il quadro, ognuno ha le sue personali emozioni di fronte alla sua vista e tralaltro può “piacere” come no…ma penso che si posso universalmente affermare che è un quadro che esprime disperazione, solitudine, angoscia, baratri neri. Personalmente lo trovo devastante, eppure è il mio quadro preferito e sfido chiunque ad affermare che non è un’opera d’arte. Ora rimaniamo un attimo con questa immagine nella mente e con le sensazione che questa evoca mentre ricordiamo che Martin scrive a proposito dell’etica: “…E anche quando ci si occupa di qualcosa di brutto l’arte dovrebbe essere di per sé così bella che la bruttezza viene completamente cambiata. La bellezza porta quindi in sé una forza che libera il nostro spirito…”
Notiamo qualcosa? Si! Questo è un quadro che sicuramente parla di qualcosa di “brutto”: l’essere invisibile nella società, la solitudine profonda dell’animo, l’urlo d’angoscia e disperazione. Eppure l’arte, il come Munch ha “espresso” tutto questo, è così bella che persino questo stato di “bruttezza” viene cambiato. La bellezza di questo quadro ci porta dentro di esso, ci fa scorgere abissi di disperazione, ma la stessa ce ne fa uscire…cambiati. Liberi.
Ora, prima che tu mi chieda “che c’entra”, torniamo a Martin… restringo un attimo il campo ai soli Quatre Pieces Breves che tutti conosciamo… trovo che tutta l’opera sia un continuo alternarsi di momenti d’ansia, a volte sottile e quasi sfuggente, a volte illusoria, altre decisamente opprimente alternate a momenti di purificazione, di liberazione e pace… in particolare ricordo che ho sempre pensato che il terzo movimento potesse essere la rappresentazione musicale dell’urlo munchiano…è teso, forte, patologicamente angosciante, un urlo espressionista di solitudine (o almeno, io lo vedo così), mentre il quarto, Comme une gigue, ricorda un valzer fantasma, il martellare degli scarponi dei soldati che vanno in guerra, le perquisizioni delle SS…e alla fine la liberazione. L’etica di Martin mi sembra così evidente qua. Un piccolo viaggio negli Inferi e ritorno. Un viaggio di una bellezza talmente straordinaria che la “bruttezza” intrinseca viene completamente sublimata e possiamo vedere il nostro spirito che si libera dei fardelli… “e quindi uscimmo a riveder le stelle”.


Sembra essersi creata una piccola scena musicale di chitarristi classici dediti a un repertorio innovativo e contemporaneo, mi vengono in mente i nomi di Marco Cappelli e David Tanenbaum, David Starobin, Elena Casoli, Arturo Tallini, … si può parlare di una scena musicale? Ci sono altri chitarristi che lei conosce e ci può consigliare che si muovono su questi percorsi musicali?

Presentata così, sembra una piccola setta di adepti dediti a strane pratiche musicali! Invece penso che semplicemente ci sono musicisti che si occupano prevalentemente di musica contemporanea (con tutto ciò che questo comporta), così come ci sono musicisti che si occupano di musica barocca, o della pratica su strumenti originali, o di musica rinascimentale…forse a volte fa solo più “effetto” dire “quel tale ha fatto un concerto suonando Kurtag e Scelsi” piuttosto che riferire di un concerto su chitarra romantica. Ma se ci pensi anche i primi concerti sulla chitarra d’epoca facevano un effetto particolare…è solo questione di tempo.
Sai…tenendo comunque presente che negli anni ci sono sempre più musicisti che si avvicinano alla pratica del contemporaneo, la differenza rispetto ad un tempo mi sembra più che altro l’attenzione che si dà a questa cosa. Ora ci sono più articoli, più contatti…più iniziative (accessibili a tutti), più concerti in cartellone, più compositori che prendono “coraggio” e si buttano nella composizione per chitarra…ci sono blog che trattano solo di musica contemporanea, ci sono più corsi di questo tipo e questo è un bene. La “scena” musicale c’era già prima, era solo meno “visibile”, meno “patinata” in un certo senso.
Altri nomi? Me ne viene in mente essenzialmente uno: Emanuele Forni. E’ davvero bravissimo!

Lei è presente con diversi video su youtube che la riprendono in situazioni di esecuzione di pezzi dal vivo, come mai queste scelte e lei pensa che come già avviene in altri ambiti musicali anche la musica classica possa essere adottata per un uso innovativo del mezzo video-multimediale, così come è avvenuto per la trilogia “quatsi” di Godfrey Reggio per le musiche di Philip Glass?

Ti rispondo con una domanda: “why not?” Le registrazioni che sono apparse su YT (e che riguardano Synthesis, il duo fondato con il pianista Paolo Troian) non hanno nulla di innovativo, se non il fatto che riguardano un tipo di ensemble che si sente di rado. La Qatsi Trilogy in compenso è ed è stata assolutamente innovativa e rivoluzionaria. E comunque la mia risposta permane “perché no?”… non trovo assolutamente nulla di sconveniente al fatto che la musica classica/classica-contemporanea sia adoperata in maniera nuova, innovativa e perché no rivoluzionaria in ambito multimediale. Ormai non è più tabù e sono contenta che ci siano molte persone che si occupano di questo, corsi, compositori che si confrontano da principio con questo…why not?


So che lei ha passato l’esame di ammissione presso la Hochschule der Kunste für Musik und Theater di Berna come mai la scelta di frequentare questa scuola e cosa si aspetta da essa?

Mi aspetto di collaborare con musicisti d’esperienza, talento e calibro; di avere contatti con queste persone e di far nascere delle collaborazioni, dei progetti…un futuro. Mi aspetto di correre dalla mattina alla sera e forse anche durante la notte perché 24h non bastano mai, ma è qualcosa che trovo assolutamente stimolante! Mi aspetto inoltre di trovare un ambiente musicale (e sottolineo, musicale, non prettamente chitarristico) dove non solo “posso” esprimermi al massimo, ma “mi viene richiesto” il massimo. Per rispondere alla prima parte della tua domanda…mi è stato insegnato che se devo pescare, vado a pescare nel mare grande. Dal momento in cui ho voluto studiare ed approfondire la musica contemporanea, la scelta è ricaduta subito su un insegnante (Elena Casoli) che si occupa, e in maniera incredibile, di questo da molto tempo e su una scuola (la HKB) che mi desse veramente la possibilità di avere contatti internazionali, una scuola dove suonare determinati brani del repertorio non è considerato “sacrilegio”, una scuola che offre determinate possibilità ai suoi studenti (ovviamente impegnandosi al massimo). Ti posso solo dire che l’11 maggio ero lì e mi sentivo Alice nel Paese delle Meraviglie…non vedo l’ora di tornarci!

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Il fatto in sé che passato e futuro diventino a volte elementi intercambiabili non mi sembra negativo, anzi…spesso proprio da questa mancanza di confini e dall’ascolto senza compartimenti stagni nascono idee notevoli, accostamenti bellissimi e particolari. A volte ci si rende conto di elementi in comune, di fili rossi che scorrono tra un’epoca ed un’altra, tra un brano ed un altro…e sono scoperte meravigliose.
Mi spaventa un po’ la visione uniforme che profetizzi. Non avere il senso del decorso cronologico, dell’evoluzione di una scrittura; non sapere cosa viene prima e cosa dopo, ma in maniera acritica…in maniera “ignorante” inteso proprio che la “si ignora”…questo sì è negativo, come è negativa l’ignoranza in genere. In particolare questo tipo di “globalizzazione” non permette di notare quei collegamenti di cui parlavo poco fa, non ti concede di creare degli accostamenti, perché non noti nemmeno le differenze. Una cosa è sapere, conoscere, aver approfondito e scegliere di ascoltare senza freni, senza limiti, senza pregiudizi…un’altra, e ben diversa, è non sapere e credere che sia tutto uguale.

Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quanto diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo possono assumere la musica e i compositori contemporanei in questo contesto?

Il senso di “disturbo” nasce spesso dall’ignoranza e anche dal fatto che si è sempre meno disposti a “fare uno sforzo”…si vuole tutto e subito e in maniera semplice. Non so che ruolo esattamente possano assumere i compositori in questo senso, ma so che gli interpreti, coloro che sono il tramite tra il compositore e il pubblico, hanno e possono avere un ruolo fondamentale.
Mi spiego. Ho sentito concerti di musica contemporanea che erano di una noia micidiale persino per me e questa noia era assolutamente indipendente dal programma che veniva eseguito, ma io me ne rendo conto…una persona che va a sentire un concerto del genere e che non ha i mezzi per vagliare dove arriva l’opera e dove mette le mani (e il cuore, si spera) l’artista è immediatamente portata a pensare che quel tipo di musica sia brutto, a rifugiarsi in cose più note, magari più facili all’ascolto e più immediate nella percezione.
Allo stesso modo ho sentito concerti di musica contemporanea che, pur presentando opere “oggettivamente” poco immediate, erano assolutamente coinvolgenti, energetici, catartici…concerti che davano qualcosa, davano un’energia, creavano un contatto con il pubblico.
Eppure non era “merito” delle opere (ricordo, in particolare, due concerti con effetti sulla mia percezione diametralmente opposti e in cui erano state suonate quasi le stesse opere)… l’interprete, che ha sempre avuto un ruolo importante, forse assume nella musica contemporanea un ruolo decisivo. E’ importante che lui stesso sappia entrare dentro a quella musica, che sappia trovare un significato e lasciare la propria impronta, che sappia trasmettere tutto questo al pubblico, sia esso formato da addetti ai lavori sia non.
Sfatiamo il mito che la musica contemporanea sia fatta solo per persone che “sanno”…
Sono consapevole che le mie parole saranno forti, ma…. Questa è una bugia bella e buona! Un modo per nascondere spesso le proprie mancanze, le proprie lacune, la PROPRIA mancanza di personalità o l’incapacità di trasmettere energia. TROPPO COMODO! E’ troppo, troppo facile così…ed è vergognoso che non solo lo si pensi, ma lo si predichi come Verbo! Se con questo tipo di repertorio non sai trasmettere qualcosa…forse è il caso che cambi repertorio! Almeno con il tempo si otterrà l’effetto che le persone, la “gente” non assocerà il termine “musica contemporanea” al sinonimo “noioso”.
Ogni brano, ogni repertorio ha bisogno del suo interprete. L’interprete giusto al momento giusto (e con il brano giusto) direi. Forse la musica contemporanea ne ha solo più bisogno di altre. (lo stesso discorso vale, spesso, per il barocco per esempio…)


Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario?

A me non sembra una cosa negativa, anzi. Certo con il passaggio all’ mp3, con la facilità con cui si può reperire quasi qualsiasi brano, vedo spesso una sorta di “superficialità” d’ascolto…quasi come se il fatto che sia facilmente reperibile e che i costi di produzione sia abbattuti giustifichi un ascolto non approfondito e acritico dell’opera. Sento dire “ah si, ho quel brano…la registrazione di XY e la registrazione di HG e la registrazione di WE”…chiedere che quella persona poi abbia notato le differenze tra un’interpretazione ed un’altra o che si sia soffermato sul valore delle singole esecuzioni, sembra chiedere troppo. Eppure non dovrebbe essere così. Come internet e come molte altre cose, bisognerebbe solo saper utilizzare il mezzo con “intelligenza” e soprattutto non rapportare (nemmeno inconsciamente) il valore economico del Cd al valore dell’interpretazione. Ergo, se usata in maniera intelligente e non prettamente consumistica, vorace, quasi si azzannasse un piatto di maccheroni…l’era del digitale, dell’mp3 etc. è qualcosa di assolutamente meraviglioso e che può aprire un mondo di possibilità sconfinato. In fondo, basta saper ascoltare…

Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta…

Cinque sono davvero pochissimi tra cui scegliere, ma indicativamente…
1. Favourite Rachmaninov, Vladimir Ashkenazy…
2. assolutamente non può mancare La Passione secondo Matteo di Bach…io porto sempre con me la versione diretta da Karajan, a volte poco filologica, ma incredibilmente intensa.
3. Queen, Greatist Hits n. 1 e 2: la voce di Freddy Mercury è meravigliosa e i loro brani hanno un’energia potente, sempre, una tensione che anche quando rimane sotterranea si avverte nel profondo.
4. Gli Studi e i Preludi di Chopin suonati da Pollini
5. un Cd con il Kronos Quartett che interpreta Black Angels di G. Crumb e K. Penderecki che dirige Threnody to the victims of Hiroshima


Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?

La musica veramente indispensabile per me non ha bisogno di spartito, perchè la conservo nel cuore… piuttosto i cinque libri indispensabili! Sono una lettrice accanitissima e “vorace”…sceglierne solo cinque per me è veramente difficile…
1. Illusioni di R. Bach: da leggere…illuminante…la potenza incredibile della nostra mente. Mi ha sempre ricordato una frase che Oscar Ghiglia mi disse un giorno a lezione “i limiti sono solo nella nostra mente” . E’ profondamente vero.
2. Lo zen e l’arte del tiro con l’arco di E. Herrigel: “…il giusto atteggiamento spirituale dell’artista quando i preparativi e l’opera, il mestiere e l’arte, il materiale e lo spirituale, il soggettivo e l’oggettivo trapassano senza discontinuità l’uno nell’altro”… ritengo sia un libro illuminante per un musicista, per un artista…
3. Canone Inverso di P. Maurensig…di una forza devastante…
4. Atonement di I. McEwan…sviscera la psicologia dell’animo umano con una scrittura chiarissima…
5. Le Poesie di Nazim Hikmet e Salvatore Quasimodo

Con chi le piacerebbe suonare e chi le piacerebbe suonare? Che musiche ascolta di solito?

Possiamo resuscitare J. S. Bach?!?! (e Schumann, Brahms e Rachmaninov???) Avrei voluto collaborare con Fausto Romitelli, che è stato un genio assoluto… ed ora è impossibile… ma di sogni nel cassetto (tutti da realizzare) ce ne sono tanti; vorrei essere diretta da Pierre Boulez, mi piacerebbe suonare con David Harrington e il Kronos Quartet e vorrei suonare opere di Solbiati, Pisati, Reich, Scelsi, Kurtag…Kagel è morto l’anno scorso e sarebbe stato un sogno collaborare con lui…e ancora, Lachenmann e Crumb…ce ne sono davvero tanti!
Che musiche ascolto di solito? Bella domanda! Di solito ascolto…musica! Generalmente classica (dal rinascimento-barocco al contemporaneo), spessissimo Queen, Muse…ogni tanto musica indiana…più di rado jazz e blues…

Quali sono i suoi prossimi progetti? Su cosa sta lavorando?

Al momento ho appena dato la prova finale del Biennio ad indirizzo interpretativo al Conservatorio di Trieste e ne sono soddisfatta, ma non ci si ferma mai e mi sono già messa a studiare brani nuovi: i cinque Impromptus di Bennett e la Fantasia Elegiaca di Sor…continuando con le Variazioni sulla Follia di Ponce che ho appena suonato alla mia tesi e che sono un brano che non si “esaurisce” assolutamente mai. E poi sto cercando casa a Berna e questo è un lavoro a tempo pieno!

Consigli da dare?

Consigli no…non sono nella posizione per darli e non amo farlo, ma ho una preghiera, per la giovane generazione, giovani musicisti della mia età o più giovani: “abbiate sempre la forza e la tenacia di continuare a credere e a combattere per i vostri sogni”.

Grazie ancora!

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