Intervista a Davide Ficco di Andrea Aguzzi (Agosto 2009)
























VisionaryGuitars
Interviste

Maestro Ficco .. uno stage di chitarra piuttosto insolito quello dal 3 al 6 settembre a Zuccarello .. ce ne vuole parlare?

L’idea è nata recentemente tra me e un caro amico osteopata fisioterapista, Mauro Banfi, che lavora spesso coi musicisti (compresi i cantanti, dei quali tratta l’apparato fonatorio e la postura respiratoria e legata alla performance sul palco): perchè non lavorare insieme sulla musica e sul corpo, full time, partendo dalla postura specifica e andando oltre? Abbiamo disposto le ore permettendo a tutti di farsi seguire sullo strumento, ma anche di lavorare fino a quattro ore al giorno con Mauro.Naturalmente nulla è obbligatorio e non è richiesto un livello particolare: ogni iscritto porterà con sè le proprie esperienze, i problemi da risolvere (musicali o meno) e la propria…età! Nella tecnica chitarristica pratica e postura si intrecciano costantemente. Possiamo dire che, con questa formula, la micro e la macro-postura saranno affrontate entrambe; ma la musica prima di tutto, ovviamente.

Come mai la scelta di dedicare una così grande importanza alla postura con la presenza di un fisioterapista osteopata come Mauro Banfi? La chitarra ha sempre .. segnato la schiena e le articolazioni dei suoi amanti.. è giunta l’ora di un approccio diverso allo strumento?

La tecnica non dovrebbe mai segnare schiena e articolazioni del chitarrista, secondo me. Personalmente, direi a livello istintivo, connaturato, ho rivolto sempre molta attenzione alla postura e alla meccanica dei movimenti: non in modo ossessivo (da ragazzino, come tutti, suonavo spesso sulla gamba destra, i Beatles o Giuliani che fossero), ma quando lo studio diventava serio e c’erano cose piccole e grandi da risolvere, orientandomi per il massimo rilassamento muscolare, i pesi lasciati cadere verso il basso, il controllo rapido e costante di tensione-rilassamento nei movimenti esecutivi. In questo, devo dire, mi sono incontrato pienamente con gli intenti dei miei maestri di allora: Locatto (per un anno), Margaria (per i cinque anni di Conservatorio) e Ghiglia (nei quattro anni alla Chigiana), che mi piace qui ringraziare e ricordare per il lavoro fatto insieme. Col tempo, quindi, ho dato a ogni scelta un nome e un perchè. Penso che non sia così recente l’attenzione verso questo tipo di approccio (peraltro ben consolidato nel caso del pianoforte, ad esempio): io ho 47 anni e ho iniziato a curare la mia tecnica, secondo determinati criteri, da quando ne avevo 15 (1977); pensando alla generazione che mi precede, senza arretrare agli albori pionieristici della tecnica chitarristica classica, John Williams o Manuel Barrueco, per citare due grandi nomi, sono strumentisti evidentemente razionali nel perseguire tecnicamente gli obiettivi preposti (come lo era già Segovia, tra l’altro): quindi, solo con loro stiamo parlando ormai di quasi cinquant’anni! Ma ancora oggi, in molti ragazzi che si presentano ai corsi o agli esami vedo con dispiacere (e anche stupore, devo dire) che l’attenzione verso i movimenti meccanici delle mani e/o la postura in generale sia ancora relativa, a volte un po’ arruffona e improvvisata (quando non colpevolmente cieca all’evidenza ed egoriferita, e qui…il pensiero corre inevitabilmente ai loro insegnanti). Sia bene inteso, però, lontani da ogni presunzione: nessuno possiede la verità assoluta per quanto riguarda la tecnica esecutiva ed è giusto, vitale direi, che ogni esecutore trovi il proprio modus e ogni insegnante si prodighi in scienza e coscienza per aiutare gli allievi: non tutto può o deve essere per forza condiviso. Ma quando una mano destra si contorce in movimenti malamente finalizzati, senza acchiappare le corde o producendo un tremolo, un arpeggio inconsistenti e traballanti o una mano sinistra fa una gran fatica ad arrivare alla fine del pezzo, sorvolando su legati e passaggi difficili con felina nonchalance, allora mi chiedo su quali criteri l’ insegnante di quel ragazzo stia insistendo… Non so, forse talune scelte non sono poi così banali e si scontrano con la ripetizione di modelli maestro-allievo spesso granitici e non sempre fortunati.

Qualche tempo fa sul Blog si era parlato di problemi posturali nell’intervista al Maestro Christian Saggese in occasione della sua Cello Guitar, una chitarra a 10 corde che lui suona in posizione verticale, come se fosse un violoncello, lei che ne pensa di questi esperimenti – sviluppi sul modo di fare chitarra?

Ho conosciuto Chirstian alcuni anni fa e nella sua casetta di montagna ci siamo messi a suonare insieme per divertirci un po’: è un chitarrista di vero talento e un solido e aperto musicista (ottimo improvvisatore, tra l’altro); se ha deciso di sperimentarsi in una nuova postura, intendendo la chitarra diversamente dal solito, vuole dire che in quel modo ha constatato di potersi meglio esprimere come musicista e chitarrista, e sarò ben lieto di ascoltarlo alla prima occasione che capiti. Sono certo che una ricerca personale, però, non debba sfociare necessariamente in un’ opera di proselitismo e Christian, che è una persona intelligente, penso sia il primo a non voler mettere tutti per forza con la chitarra in verticale… Spero registri presto qualcosa, così potremo condividere tutti la musica secondo il suo punto di vista.

Parliamo di marketing. Quanto pensa sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi? E in confronto al passato? Il mecenatismo illuminato è stato semplicemente sostituito dal libero mercato? Com’è la situazione in questo momento, questa crisi si sente o.. è solo psicologica?

La questione non è psicologica, ma concreta: a parte il panorma economico-culturale generale, che non aiuta certo le persone facilmente deprimibili (!), esiste un problema d’ interesse da parte del pubblico, di possibilità reale di proporsi e di denaro concretamente disponibile. Senza farla lunga, ogni Paese o continente ha mercati e risorse diversi, approcci alle organizzazioni concertistiche più o meno facili, gusti differenti: ci si deve muovere con intelligenza e assiduità. Certo…negli anni sessanta o settanta c’era una spinta diversa, forse un pubblico e delle organizzazioni più permeabili o più risorse in generale per la cultura: proporsi (a parità di bravura) sarebbe stato più facile e fruttuoso. Non so bene come sia per gli altri strumenti, ma talvolta le cose oggi si complicano perchè spesso le rassegne chitarristiche praticano lo scambio tra organizzatori, precludendo quasi la presenza di altri musicisti in cartellone (a meno che non servano come specchietto di richiamo).Posso capire benissimo le motivazioni di questa scelta, ma è certo che essa finirà per inaridire ancora di più il libero mercato concertistico. In una realtà siffatta si deve meditare bene come muoversi. Scartando a priori come esempi le poche star internazionali che vivono (o hanno vissuto) molto di attività artistica e meno di altro, secondo me si dovrebbe partire da un’ analisi innanzitutto individuale: a quale livello artistico sono realmente? Cosa sto proponendo e dove voglio arrivare? Ottenute risposte al possibile lucide e veritiere (non è una battuta!) e appurato che la mia voglia di propormi, di credere in me stesso, di fare davvero il chitarrista sono reali e intimamente solide, allora procederei nel capire in quali ambiti presentarmi e come farlo. Siamo tutti diversi e possiamo proporre cose diverse. Probabilmente c’è sempre uno spazio, piccolo o grande, per tutti, con più o meno soldi e gloria, ma la tua domanda sul marketing farebbe presupporre la possibilità, volendo, di potersi organizzare una vita professionale al pari di un architetto, un medico o un ingegnere; mi chiedo, però, se questo possa avvenire davvero o se fare il chitarrista oggi non preveda compromessi e una articolazione dei propri interessi un po’ diversa rispetto alla classica e ormai anacronistica idea di chitarrista-giramondo, che manda in giro qualche proposta e torna a casa dopo qualche anno… Penso si debba lavorare molto sulla originalità e sul peso qualitativo delle nostre proposte, rapportandosi con le persone e le organizzazioni in modo assiduo, al fine di costruire, nel tempo, una rete di date, eventi, impegni. Indubbiamente “sapersi vendere” è importante, ma gli aspetti da risolvere, bravura data per scontata, sono anche altri: tutto può concorrere (anche un po’ di fortuna, ovviamente) per accendere una buona professione o meno. Sta di fatto che si deve resistere, magari modulando le proprie aspettative, tenendo in vita i nostri progetti e facendoci conoscere comunque: questo sì, è un consiglio che darei a un giovane chitarrista. Certo, il riscontro lavorativo è importante, ma chi suona lo fa innanzitutto per il piacere di farlo e questo aspetto deve essere preservato.

Il mecenatismo legato alla musica classica si è trasformato in una grande frammentazione di risorse, piccole o grandi, private e pubbliche, gestite e finalizzate in modi diversi. I mecenati esistono ancora oggi, ma ognuno opera con un criterio personale e verso soggetti diversi. Il problema è accedere a queste risorse non occasionalmente, ma con regolarità. In Francia, dopo alcuni anni e garantendo un’ attività costante e di una certa consistenza, lo Stato concede un sussidio (tra l’altro non risibile). Da noi questo non avviene e penso mai avverrà.

Per quanto riguarda me e l’autopromozione, il discorso mi si chiarì abbastanza presto e feci una scelta quasi radicale (anche se combattuta e con qualche ripensamento): dato che avevo già provato qualche delusione nel rapportarmi col complicato mondo chitarristico (ma non con quello musicale in generale) -ero giovane e disinteressatamente candido- sapevo di non essere capace di assoggettarmi a questa o quella parrocchia per ottenere qualche favoritismo (pur avendo sempre voglia di imparare da qualcuno, ma questo è un altro argomento) e non volevo snaturare la mia voglia di dedicarmi alla chitarra, decisi di allungare i tempi, costruire le cose che mi interessavano con lentezza artigianale e libertà, anche se con un riscontro concertistico o economico in qualche modo limitati. Oggi non sono affatto scontento di questa scelta, che mi ha permesso di avere una ricca vita personale e di ricevere lo stesso molte gratificazioni dalla chitarra. Questo è avvenuto, naturalmente, anche grazie ad amici che hanno creduto in me, come Frédéric Zigante (per quanto riguarda la sua collana per la Stradivarius e non solo) ed altri. La mia, però, è solo una delle cento strade percorribili.

Berio nel suo saggio “Un ricordo al futuro” ha scritto: “.. Un pianista che si dichiara specialista del repertorio classico e romantico, e suona Beethoven e Chopin senza conoscere la musica del Novecento, è altrettanto spento di un pianista che si dichiara specialista di musica contemporanea e la suona con mani e mente che non sono stati mai attraversati in profondità da Beethoven e Chopin.” Lei suona sia un repertorio tradizionalmente classico che il repertorio contemporaneo … si riconosce in queste parole?

In pieno: un musicista che non sappia emozionarsi (non dico sempre nella stessa misura, ma con vivacità interiore) nel suonare un quasiasi genere colto (tutti: dal ‘400 a Carter), non capisco come possa esprimere il meglio presentando un solo periodo o addirittura un solo autore: che cosa ci metti dentro se ti manca la reale sedimentazione del resto? In una quinta di Stravinsky non c’è forse tutto un mondo arcaico che emerge? Quando suoni Bach sei una persona, quando suoni Bertotto un’altra, ma entrambe si arricchiscono a vicenda e sono in realtà la stessa, che cresce. Questo vale anche se nell’ ambito in cui operi sei uno strumentista specializzato: se suoni la ribeca si presume che i tuoi studi sugli strumenti ad arco siano stati più ampi, no?


Che cosa può aspettarsi un musicista, uno studente che decide di frequentare il vostro corso estivo a Zuccarello?

Beh…innanzitutto il nostro sforzo per condividere competenza ed esperienza, pensando alle necessità di ogni singolo allievo. E poi un approccio più globale ai problemi e tutto sommato anche distensivo, per passare insieme quattro giorni in modo arricchente (anche per noi). Naturalmente, questo è un seminare: si sa che gli stages sono dei suggerimenti e altro è il lavoro costante nel tempo. E poi…Zuccarello è un bel borgo medioevale a un quarto d’ora dal mare ligure e si possono fare delle belle escursioni!

Quali sono i suoi prossimi progetti? Su cosa sta lavorando?

Sto finendo di lavorare a due master registrati da tempo: Barrios/Lauro e Giuliani e al libretto dell’integrale di Bettinelli. Inoltre, devo finire di scrivere un paio di pezzi per chitarra sola e uno per quattro chitarre. Ci vorrà il tempo necessario e mi sa che anche quest’ estate vedrò poco la spiaggia…ah ,ah!

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