Intervista a Giorgio Tortora di Andrea Aguzzi (Novembre 2009)






















La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il tuo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suoni o hai suonato?

E’ stato il destino! A Mestre, la città dove sono nato, c’era un negozio di strumenti musicali con una bella chitarra rossa in mostra; io sentivo che la volevo anche se per pudore non la chiedevo, finchè mio padre me la fece trovare a casa per i miei nove anni. Riguardo alle chitarre di certo non sono un maniaco degli strumenti: una vecchia Di Giorgio, una Ramirez “prima classe” (1982), ed in seguito una bellissima Rolf Heichinger. Ora posseggo anche una fantastica Rubio che utilizzo per i concerti.

Come è nato il tuo interesse verso il repertorio contemporaneo e quali sono le correnti stilistiche nella quali ti riconosce maggiormente?
E’ un discorso per molto difficile perché, oltre agli innamoramenti insiti nel periodo di formazione musicale, nessuno stile riesce a radicarsi dentro di me. Credo che ogni musica necessiti di una filosofia ovvero la decifrazione del “messaggio artistico” (che poi determina l’emozione all’ ascolto) discenda da molti fattori – tra l’altro – non tutti musicali: uno di questi, il più importante, è la contestualizzazione del brano rispetto ad preciso momento della propria vita reale. L’emozione, la vibrazione, l’ansia, le aspettative, le vittorie, le sconfitte, sono tutti elementi che entrano come sangue nel brano stesso, anzi lo ridescrivono.

Berlioz disse che comporre per chitarra classica era difficile perché per farlo bisognava essere innanzitutto chitarristi, questa frase è stata spesso usata come una giustificazione per l’esiguità del repertorio di chitarra classica rispetto ad altri strumenti come il pianoforte e il violino. Allo stesso tempo è stata sempre più “messa in crisi” dal crescente interesse che la chitarra (vuoi classica, acustica, elettrica, midi) riscuote nella musica contemporanea. Come compositore e chitarrista ritieni che ci sia ancora qualcosa di veritiero nella frase di Berlioz?

Credo sia una alibi e spiego: essendo io figlio di una generazione che letteralmente “tifava” per lo sdoganamento della chitarra nei confronti di altri strumenti allora considerati “principini”, il violino, il pianoforte, ecc. (parlo degli anni ’70) ogni qual volta una casa editrice pubblicava un brano per o con chitarra di Paganini, di Schubert, di Matietkga, mi partiva dal cuore un bel “finalmente anche noi!” dimenticando irrazionalmente che ben altre erano le opere di valore per il nostro strumento già vive, reattive, comunicative, ma nonostante ciò ero così deciso, che parlavo persino a nome di Berlioz, di Beethoven, …. che forse avrebbero voluto scrivere per chitarra, ma il destino, la vita… e così via una serie di indimostrabili stupidaggini, citando frasi a loro attribuite ma mai dimostrate. In realtà se qualcuno tra i grandi compositori romantici avesse davvero voluto scrivere per chitarra di certo non avrebbe temuto le insidie della scrittura, questa è una certezza! Illustri storiografi hanno dedicato la vita intera a cercare ciò che in realtà, purtroppo, non esiste: il Quintetto di Gaetano Donizzetti, un’autentica rarità è privo di qualsiasi valore musicale, mentre opere di Mertz, di Sor di Giuliani manifestano un dinamismo e una maturità musicale sorprendente. Con questo voglio affermare che il motivo principale che “fissa” le cose, ovvero la volontà ad imporre precise radici non c’è, ma risiede soltanto nell’ incrocio tra il momento storico, la città dove il compositore svolge/va la propria azione, la forza della casa editrice, il committente; all’epoca di Berlioz, le sorti della musica si decidevano a Vienna, negli uffici di Artaria, Cappi e Diabelli, quindi la chiave di lettura è ancorata una volta legata ad un incrocio, in questo caso il territorio “alla moda” e lo stile di vita che lo circondava. Rispetto alla seconda parte della domanda, la presunta crisi della chitarra, credo in parte sia vero e mi dispiace, se tuttavia è corretto affermare che oggi per “chitarra” si intende tutto , acustica, elettrica, dodici corde, ecc. è altrettanto doveroso (non immodesto) comprendere che la nostra, la cosiddetta “classica” parla, le altre recitano. Il problema è capire chi è capace davvero di amarla questa benedetta chitarra: in dialetto sloveno di dice “nema problema” (nessun problema), e dico questo perché convinto che la rivoluzione arriva dal nordest e si chiama Marko Feri, Max Grgic, Marko Topchii, e Srdjan Bulat: ascoltare please! In Italia due fra tutti vorrei citare, Adriano Del Sal che come Re Mida rende d’oro ogni nota che esegue, ed Aniello Desiderio che semplicemente sta innovando la filosofia dell’interpretazione chitarristica, e non è poco.

Come affronti da compositore il difficile compito di scrivere per strumenti che non suona o ensemble che non conosce a fondo?

Lo dico con grande franchezza: chiedo aiuto. Come ho già detto a me interessa la filosofia e non l’alchimia, quindi se ricevo la commissione per un brano, ad esempio per clarinetto, scrivo le relazioni contemporanee che incrociano tutti gli attori della richiesta, l’esecutore, la finalità, il mio gatto che sta male, il suono della strada che mi ispira, l’essere stupido o credermi intelligente in quel determinato momento, semplicemente attraverso il suono del clarinetto che diviene quindi discriminante di tutti questi elementi. In alcune composizioni ho volutamente dimenticato lo strumento a tal punto da prevedere almeno sei stesure successive con l’esecutore presente, finendo per sfinirlo a colpi di “…prova ancora una volta se si può…”. Vi è un solo strumento che non permette queste divagazioni ed è la viola, perché ha lo spettro dei suoni armonici collocato dentro un “range” con pochissimi rimbalzi; il risultato che ne consegue è che la musica ideata risulta totalmente diversa da quella poi realizzata se non si tiene “superaccuratamente” da conto l’aspetto puramente meccanico dello strumento. Quando consegnai al “Baltimora Sohua trio” il brano “Incident at Baltimora” per flauto, viola ed arpa, il miei amici Nathan, Jack e sua moglie Liza Isbin lo eseguirono credendo di sognare tanto era “violistico”!

Qual è la sua composizione a cui sei più legato? Con quali chitarristi hai collaborato o senti più affini alla tua visione musicale?

La mia, diciamo così, carriera in veste di compositore è stata dall’inizio assolutamente lucida, progettata. Per provare ad imporre me stesso all’attenzione – in particolare quello chitarristico – ho composto “Le Bouquet” , 12 studi di media difficoltà, scritti in uno stile assolutamente tonale, che quindi potessero dare soddisfazione soprattutto all’esecutore. Ebbero fortuna ed oggi sono normalmente usati da molti maestri in tutto il mondo; per questo mai finirò di ringraziare Bruno Giuffredi che in maniera assolutamente disinteressata ha dato il consenso alla pubblicazione (Sinfonica – Milano). In seguito ho pubblicato altri brani riducendo progressivamente le cellule musicali prevedibili a favore della fotografia esistenziale che – come ho detto – è ciò che più mi interessa: “Serpenti e Scale” per flauto e chitarra (ed. UT Orpheus), e “Toccata e Fuga” per violino e pianoforte (ed. UT Orpheus), mantengono rigorosamente le formule compositive del barocco, tuttavia “aprono” il suono, gridano, ansimano, quasi dentro gli strumenti vi fossero persone incatenate. Oggi voglio molto bene alla mia “Sonata” per chitarra (ed. Les Production d’Oz- Montreal); con essa ho inteso rappresentare un viaggio, uno dei tanti lungo il destino di ognuno. Immagina un’ autostrada: sei seduto nella tua vettura mentre il mondo intero ti scorre letteralmente addosso, un cane abbaia da un casale, due giovani che si giurano la vita nel piazzale di un autogrill, mentre un camionista riparte da quello stesso autogrill perso dentro i propri pensieri. Anche tu poi riparti e mille cose accadono ancora senza che la tua coscienza se ne accorga. La “Sonata” fotografa semplicemente questo presente inconscio senza sottolineare o caratterizzare. Ognuno di noi ha una vita “bloccata” se decide di stare al centro di un punto ma può comprende e farsi comprendere se è capace di comunicare interiormente, magari telepaticamente. Uno dei maggiori scrittori argentini, Horacio Ferrer, scrisse questi versi “….le ossa di Olivari conoscono questo odore…” quindi io scrivo perché comprendo quel cane che abbaia, il camionista che pensa, scartando altre chiavi di lettura magari più razionali.Ho riflettuto a lungo prima di pubblicarla questa difficile Sonata perché consapevole che era per me cosa importante, un editore canadese, ma soprattutto uno straordinario chitarrista, Marko Feri, hanno fatto il resto.

Quale approccio segui per comporre? Usi il computer o preferisci un approccio più “tradizionale”? Scrivi su pentagramma o ricorri ad altre sistemi come diagrammi, disegni etc.?

Siamo nel 2009 e bisogna usare assolutamente il computer! Non ha più senso scrivere sul foglio, per poi correggere, e ricorreggere. Oltre a ciò ritengo inevitabile che il destino dei compositori sarà sempre più legato agli standards di grafica e nomenclatura che “Finale” o “Sibelius” sono riusciti in pochi anni ad affermare. Questi modelli hanno già oggi messo d’accordo le diverse sottigliezze che per secoli hanno contrapposto molti manuali; piccole cose sia chiaro, la realizzazione di abbellimenti, alterazioni di precauzione o gruppi irregolari che tuttavia a volte hanno acceso dispute e querelle. L’esempio per noi chitarristi va al classico “come si fa…..?” in alcuni di Villa Lobos, ovvero la ricerca di verità in merito alle soluzioni grafiche che la casa editrice adottava, i simboli dei suoni armonici, degli arpeggi, del legato chitarristico ancora; ognuno di noi ha conosciuto una verità.. e giù polemiche. Accanto a ciò il computer certamente darà la possibilità a moltissimi nuovi compositori di realizzare nuove opere, in qualche caso anche a prescindere della forma scritta, tuttavia la domanda a questo punto è mia: siamo davvero così sicuri che la musica scritta così come oggi la intendiamo avrà ancora un futuro, oppure le nuove tecnologie spazzeranno in un lampo anche ogni riferimento di prassi, cartaceo e di nomenclatura come oggi finora adottato?

Berio nel suo saggio “Un ricordo al futuro” ha scritto: “.. Un pianista che si dichiara specialista del repertorio classico e romantico, e suona Beethoven e Chopin senza conoscere la musica del Novecento, è altrettanto spento di un pianista che si dichiara specialista di musica contemporanea e la suona con mani e mente che non sono stati mai attraversati in profondità da Beethoven e Chopin.” Tu suoni sia un repertorio tradizionalmente classico che il repertorio contemporaneo … ti riconosci in queste parole?

Io ho suonato un repertorio molto vasto, tuttavia mai – se qualche successo ho ottenuto – il distinguo è dipeso da una specifica conoscenza. Credo dipenda tutto da una serie di circostanze, il pubblico, la nazione che ti ospita, i compagni di avventura, ancora una volta parlo quindi di cose extramusicali e non di simbiosi musicale, anche se è inevitabile riconoscere che Angela Hewitt ha un filo diretto con Bach, che Yuri Bashmet sa meglio di altri dare senso alle spericolate note di Schnittke. Che poi il retaggio culturale di questi personaggi sia intriso di più profonde conoscenze rispetto agli altri è tutto da dimostrare: per me si tratta di “superarte”, una particolare dote che già i filosofi greci avevano osservato in alcune persone, un’arte che prescinde qualsiasi studio e che purtroppo le mie mani non posseggono. Cinicamente, ma solo cinicamente posso dire che la musica di Berio, di Webern di Henze non esiste più, ma non per una vera ragione culturale o stilistica bensì perché è la cifra sociale de mondo intero che è cambiata: non serve costruire la più bella delle autostrade se poi al posto delle vetture si usa il teletrasporto.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

E’ già accaduto: in ogni programma da concerto vi è un florilegio di autori e stili diversi ma credo che ciò non sia assolutamente un problema. Personalmente quando ascolto mi piace considerare il gesto artistico dell’esecutore più ancora di ciò che propone. E’ un bell’alibi, vero?

Sempre Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quanto diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo possono assumere la musica e i compositori contemporanei in questo contesto?

I compositori definiti contemporanei anch’essi non esistono. Ci sono persone che con la musica vorrebbero comunicare, altre rappresentare, altre ancora sperimentare. A me non piacciono i provocatori, meno ancora i “giustificatori”. Per capire questo concetto basta guardare alla pittura dove un manipolo di nuovi artisti utilizza con estrema naturalezza gli stilemi del passato, filtrandoli poi con una pretestuosa concettualità analitica, riuscendo ad imporre infine un qualsivoglia segno.
Ho visto assurde opere di Julian Schnabel e di Damian Hirst quotare cifre imbarazzanti anche per il collezionista più ingenuo, ma per fortuna la musica è una forma artistica più complicata delle altre e gli aspetti illusori – quando passano – poi muoiono. Guarda Berio che hai citato molte volte nelle tue domande: compone le “Sequenze” legandole a forme gregoriane, ma certamente nessun ascoltatore darebbe un giudizio diverso se questi straordinari branisi intitolassero “Tropi” o “Lukumskaije”. Nella musica le troppe parole hanno confuso l’arte suprema: illustri maestri che, ignari della discriminante inserita nella tua domanda, hanno prodotto semplicemente musica sublime, oggi sono ignari protagonisti delle suonerie dei telefonini.

Parliamo di marketing. Quanto pensi sia importante per un musicista moderno, intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?
Il marketing è fondamentale. Il mio nome, Giorgio Tortora, non è certo di primo livello ma cosa dovrei fare per evitare di impormi al giudizio degli esecutori attraverso – magari – un mio pronipote che forse fra cent’anni mi riscoprirà, se non utilizzare al meglio le attuali tecnologie? Ovviamente ci deve essere una reale solidità rispetto ciò che si ha la presunzione di proporre, ma un editore, un agente di spettacolo, non metterebbero certo soldi ad un qualsivoglia progetto – pur ben reclamizzato – se privo di solide fondamenta, con il paradosso – e non mi chiedo se positivo o negativo – che l’operazione commerciale diviene dogma di una nuova gerarchia di valori. Che vada bene o che vada male ai totem della musica, così sarà, anzi, così già è!.

Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Per me l’improvvisazione, soprattutto quella jazzistica, è la rovina della musica! Ho molto riflettuto prima di arrivare a questa affermazione così negativa, ma la mia motivazione consiste nel credere che nessuna mente umana mai riuscirà a determinare una sequenza di “arte suprema” semplicemente improvvisando. Il resto è atteggiamento culturale, moda.

Come vedi la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario?

Quando io ero ragazzo ad incidere gli LP erano sempre i soliti (bravissimi), mentre oggi tutti possono far ascoltare se stessi con grande facilità. In altri termini questa enorme scelta potrebbe trasformarsi in un bene per la musica, fatta di nuovi distinguo, anime, e soprattutto…..mani.

Ci consigli cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta.

La mia classifica è questa:

1) “Night Prayers”, con Giya Kancheli, Erivan Klimms, Retmkim Fert
2) “Trieste Piano works” di Mariarosa Pozzi
3) “Tarkus” di Emerson Like & Palmer
4) “Musica Incidental Campesinos” Ginastera – dir. Dudamel
5) “Modulante” del Gorni Kramer quartet

Concordo sull’ultimo.. gran bel disco! Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?

Se intendi “chitarristicamente” rispondo:

1) I Cuaderni di Abel Carlevaro per la tecnica
2) La “Sonata Romantica” di M.M.Ponce per la musicalità
3) “Tiento” di Ohana, per la genialità
4) “Torija” di F.M.Torroba per la bellezza
5) “On the Sky air and Smiles” di Brouwer, per la gioia di suonare.

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli senti di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Di iniziarla e mandare a quel paese chiunque provi ad ostacolarli.

Con chi ti piacerebbe suonare e chi ti piacerebbe suonare? Che musiche ascolti di solito?

Ho suonato con molti musicisti in più di 500 concerti, ma con alcuni di essi mi piacerebbe farlo ancora. Lo scorso anno ho diretto in Slovenia la “Kras Festival Orchestra” con Marko Feri in veste di solista: rifarei! Riguardo le musiche che ascolto mi è capitata tra le mani ultimamente una strana composizione per chitarra, cello e violino, che avevo composto nel 2000 ed inciso con alcuni amici in uno studio di Treviso. Quella composizione tuttavia non porterà mai nome perché cedetti immediatamente i diritti ad un compositore americano che all’epoca pagava molto bene. Dopo un mese quel brano fu montato in un film “In the Mood for Love” vincendo la palma d’oro a Cannes. Mi ha però ringraziato……

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Sto cercando di promuovere un quartetto di miei alunni. Il lavoro più difficile è convincerli che sono bravi e i confini del loro pudore musicale si possono valicare. Oltre a ciò sono usciti in questi giorni tre nuove mie composizioni: la prima, “American Friends” si compone di 24 studi dedicati ognuno a ventiquattro chitarristi, alcuni americani, due tedeschi, un olandese, due neozelandesi, ma anche alcuni straordinari alunni di Aniello Desiderio, artista sublime che mi ha dato un grande aiuto. Il secondo lavoro si intitola “Sonatina Lauriana”, omaggio ad Antonio Lauro e dedicata ad una giovanissima prodigio della chitarra, Betty Magdalena Trevisan ed a sua madre, la chitarrista venezuelana Adriana Veroes, ed terzo si intitola “Races, Sliwowitz & anomalous Smiles”, un quartetto di chitarre che sottointende alla vita sbagliata di chi perde sorridendo le ore tra uno Sliwowitz (che è un liquore amaro) ed il tempo che inesorabile se ne va. Vi è un’ultima cosa che mi frulla in testa ed è una forma d’arte nuova nella quale la musica interagirà con la sensibilità emotiva dell’interprete, anzi si auto-costruirà seguendo la sua personalità. Ho scelto come strumento il pianoforte perché convinto che non abbia l’anima e rendendo così protagonista quasi assoluto chi lo suona. Mariarosa Pozzi, artista straordinaria, la sola che sa trasformare in proprio sangue ciò che suona, sarà protagonista/interprete del DVD che verrà distribuito da Mel-Bay negli USA.

Grazie ancora!

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