Intervista a Juan Trigos di Andrea Aguzzi (Dicembre 2009)



Come definirebbe la sua musica?

Tutta la mia musica si basa su un nuovo concetto, da me creato, che prende il nome di Folklore Astratto. Questo concetto è fondato su principi come la pulsazione primaria (intesa come tempus primus), la risonanza e l’uso ossessivo di incastri di eventi tra loro di differenti densità e durata. All’interno poi del Folklore Astratto diciamo che ho sviluppato una certa inclinazione alle opere di grande formato, con dotazioni strumentali numerose e caratterizzate dall’uso strutturale e abbondante di strumenti a percussione, compreso il pianoforte. La mia opera si distingue in due sezioni fondamentali: la musica vocale (opera e musica sacra) e strumentale con predilezione per le forme concertanti. Tra le mie composizioni più rappresentative del concetto di Folklore Astratto ci sono la cantata concertante Magnificat Guadalupano, la Missa Cunctipotens Genitor Deus, sei Ricercare da Camera, una nutrita produzione per chitarra, che include due concerti per chitarra e orchestra, e uno per quattro chitarre, i concerti per piccolo, per contrabbasso e due tripli concerti. Di particolare importanza sono la Sinfonía Nº 1. Un altro elemento importante, poi, consiste nella creazione di un nuovo genere chiamato Ópera de Hemoficción. L’ Hemoficción (Emofinzione) è una estetica letteraria inventata da mio padre, lo scrittore e romanziere Juan Trigos S., creatore dei testi delle mie opere.

Come è nato il suo interesse verso il repertorio contemporaneo e quali sono le correnti stilistiche nella quale lei si riconosce maggiormente?

L’interesse per la musica, quindi per il repertorio contemporaneo, generalmente viene insieme a tutto quello che uno ascolta e dipende molto probabilmente dall’ educazione in casa. Ricordo infatti che con mio padre ascoltavo tantissimi autori, non solo autori europei ma anche messicani, americani ecc, oltre al folklore e alle musiche popolari di diverse parti del mondo. L’interesse dipende molto anche dai gusti personali, per cui ci si sente più o meno vicini a una certa corrente. Il compositore o il creatore d’arte sono prodotto di tante altre influenze. Io mi riconosco in tanti autori, mi sento per esempio vicino al mio carissimo amico e insegnante Franco Donatoni, più nella struttura che nel suono che viene fuori, infatti a Donatoni devo in gran parte la struttura interna, questo rigore che lui chiamava artigianato musicale. Usando un metafora si tratta di un cocktail dove si mettono un po’ di Beethoven, un po’ di Stravinskij, di Revueltas, di Chávez, un po’ di folklore, un po’ di Donatoni… insomma si mettono un po’ di tutti quelli che amo, si shakera… et voilà viene fuori Trigos … ah ah… una cosa del genere…

Berlioz disse che comporre per chitarra classica era difficile perché per farlo bisognava essere innanzitutto chitarristi, questa frase è stata spesso usata come una giustificazione per l’esiguità del repertorio di chitarra classica rispetto ad altri strumenti come il pianoforte e il violino. Allo stesso tempo è stata sempre più “messa in crisi” dal crescente interesse che la chitarra (vuoi classica, acustica, elettrica, midi) riscuote nella musica contemporanea. Lei come compositore e chitarrista quanto ritiene che ci sia di veritiero ancora nella frase di Berlioz?

Beh.. in parte, non essendo chitarrista, non posso essere d’accordo con Berlioz perché sarebbe una contraddizione. D’altro canto sono d’accordo perché in realtà è come se io suonassi la chitarra seppur non suonandola. Ho alle spalle, infatti, un grande studio di questo strumento, di come è costruito e di come suona. La prima volta che si scrive un pezzo per chitarra si incontrano tutte le difficoltà che porta questo strumento quindi in qualche modo bisogna diventare chitarristi, almeno nello spirito, per capirne la tecnica e il risultato sonoro. Il mio amore per la chitarra, probabilmente, viene direttamente da mio padre perché lui la suonava ed è stato questo il mio primo approccio con lei. E’ nella mia anima da sempre. Poi, bisogna dire che nel mio paese , il Messico, ce ne sono tanti tipi, modi e stili di suonarla.. ci sono la chitarra classica, il requinto, il jarocho, la jarana, il guitarron, il tiples, il cuatro, il tres, la vihuela, quelle costruite appositamente per l’esecuzione di virtuosismi, quelle che da noi si chiamano guitarras de golpe (chitarre di colpo), che sono quelle che sviluppano la ritmica, ecc.. Parlando invece della questione del repertorio, diciamo che la chitarra un po’ come il sax, che è stato sempre considerato inferiore per essere di taglio popolare. Per me rifiutarla sarebbe come rifiutare la musica stessa. La chitarra si è sviluppata molto dall’ 8oo in Messico, come in Latino – America e ovviamente in Spagna. Attraverso il tempo ha avuto uno sviluppo impressionante nel folklore e nella musica colta soprattutto dal XX secolo ai nostri giorni.

Come affronta da compositore il difficile compito di scrivere per strumenti che non suona o ensemble che non conosce a fondo?

Come dicevo per quanto riguarda la chitarra, bisogna diventare un po’ gli ensemble o gli strumenti che uno non sconosce per poter scrivere bene per loro, o meglio per farli suonare bene. Mi chiama l’attenzione questa affermazione “ensemble che non conosce a fondo” perché sottintende la questione delle commissioni. Io credo che il compositore scriva un po’ le cose per cui ha interesse scrivere e che operi una scelta, che può essere estetica o semplicemente una sperimentazione, sia nel caso decida di scrivere un pezzo per suo conto, sia nel caso decida di accettare una commissione. In ogni caso, se non si conosce e non si è mai scritto per un determinato strumento bisogna innanzitutto fare in modo di conoscerlo molto bene, questo sta alla base per poter scrivere buone composizioni per quello strumento in particolare.

Ascoltando la sua musica mi sono fatto l’idea che lei venga da una grande molteplicità di ascolti e di influenze, come gestisce questi frammenti di memoria musicale nelle sue composizioni? Li utilizza consciamente o …. li lascia liberamente fluire?
Sono convinto che tutti i compositori siano il prodotto di tanti ascolti e il risultato di una assimilazione di cultura in generale assieme alle varie esperienze di vita propria, che è un po’ quello che accennavo prima. Tutte queste cose che vivono dentro di noi, vengono elaborate riflettendosi nelle composizioni, alcune sono controllate dalla testa e altre no, sono inconsce. La cosa veramente importante nell’arte è che giochino entrambe questi aspetti e che nell’atto della creatività agiscano insieme.

So che lei ha studiato con Nicolò Castiglioni e Franco Donatoni, di cui è stato anche assistente .. che ricordi ha di loro, dei loro insegnamenti, della loro poetica musicale?

Dopo essere stato per un certo periodo a Roma presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra dove ho studiato gregoriano, polifonie antiche, ecc, mi trasferii a Milano. Questo fu un primo confronto con un ambiente diciamo un po’ più internazionalizzante, se così si può dire. All’epoca, stiamo parlando del 1987, ho studiato al conservatorio G.Verdi di Milano con Castiglioni il quale non mi era assolutamente sconosciuto, spevo benissimo che si trattava di un grandissimo compositore e notevole pianista. Lui ha contribuito molto alla mia formazione dandomi ricchezza per quanto riguarda la fantasia nell’orchestrazione, scioltezza nella scrittura e trasmettendomi questa ricchezza nelle figurazioni musicali per rendere più agibile la musica. Una figura molto più importante per me, senza diminuire quella di Castiglioni, è stata quella di Franco Donatoni. Egli rappresenta per me la struttura interna intesa come rigore della scrittura. Di lui mi interessa soprattutto la pulsazione e la rilettura. Rilettura non nel senso unicamente della tecnica ma il concetto di rilettura intesa come posizione spirituale verso l’arte, che significa avere nel tempo una continua visione sotto ottiche differenti di se stessi cioè l’auto riflessione. Questo è stato uno degli insegnamenti più importanti di Donatoni, che per me è stato una specie di padre musicale o tutore musicale molto importante nella mia formazione come artista, al di là dell’ essere stato anche un grande amico. Ciò non vuol dire che la mia musica suoni a lui, diciamo piuttosto che tutti dobbiamo qualche cosa a qualcuno e io, a Donatoni, devo questa parte. Lui ha costituito l’ultima solidificazione della mia personalità musicale, non solo nella parte tecnica ma anche in quella spirituale.

Berio nel suo saggio “Un ricordo al futuro” ha scritto: “.. Un pianista che si dichiara specialista del repertorio classico e romantico, e suona Beethoven e Chopin senza conoscere la musica del Novecento, è altrettanto spento di un pianista che si dichiara specialista di musica contemporanea e la suona con mani e mente che non sono stati mai attraversati in profondità da Beethoven e Chopin.” … si riconosce in queste parole?

Berio si riferiva sicuramente alla questione della tradizione. Infatti, tutti proveniamo da una certa tradizione e questa è determinante nella nostra formazione, sia come interpreti, sia come compositori. Anche Donatoni era d’accordo con questo. Noi compositori, per esempio, cerchiamo di scrivere nel modo più preciso possibile, ma senza una tradizione alle spalle, anche quella orale, non avremmo i mezzi necessari a rappresentare la musica in modo esatto. Prendiamo ad esempio la musica barocca, all’epoca esistevano una serie di convenzioni che i compositori e gli interpreti conoscevano molto bene riguardo alla realizzazione della ornamentazione, del fraseggio, ecc. e non tutto veniva scritto. Per la musica contemporanea accade lo stesso, anche se c’è un po’ la tendenza a perfezionare, quasi esagerando, la notazione. Bisogna dire, poi, che il termine contemporaneo non definisce chiaramente a quale stile, epoca, paese ci stiamo riferendo. Per un certo periodo, nel XX secolo, c’è stata un po’ la tendenza ad volere annullare queste differenze e ad universalizzare tutto, ma questo non è possibile in quanto tutti siamo il prodotto di noi stessi come individui e il prodotto di diverse influenze culturali. Anche l’interprete se deve suonare una certa musica deve conoscere bene la tradizione a cui essa è legata ed è per questo motivo diventa ogni giorno più difficile eseguire musiche di cui non si conoscono le origini. Per eseguire Brahms, per esempio, bisogna tenere conto di tutta la grande tradizione tedesca ma anche della parte ungherese. Lo stesso per Gershwin, Magnus Lindberg, gli autori delle scuole nazionali come Mussorgskij, De Falla, Stravinskij, ecc. Ogni scuola, ogni persona, ogni compositore provenienti da un certo paese porta dentro la propria ricchezza culturale che viene trasmessa nella partitura e che anche l’interprete deve approfondire.

Parliamo di marketing. Quanto pensa che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

E’ difficile dirlo. Penso che la cosa più importante sia prima di tutto avere l’opera per poi venderla. Intendo dire che a volte ho l’impressione che tutti abbiano come obiettivo primario la vendita e non la musica. Nel marketing non c’è niente di sbagliato, la difficoltà sta nel sapersi vendere, occorre creare una certa immagine e cose di questo tipo, ma credo che in fondo sia sempre stato così. Quello in cui non credo è la costruzione falsa dell’artista. Tutti cercano quella che solitamente chiamo una specie di ricetta di cucina per il successo, concetto che generalmente viene compreso in modo sbagliato e che in campo artistico viene tradotto nella produzione in massa di quello che si crede incontri i gusti del pubblico. Questo, però, non ha nulla a che vedere con l’ arte. Un artista di qualsiasi tipo, pittore, scultore, ecc , ha bisogno di promuoversi per far conoscere il proprio lavoro, ma questo non implica la corruzione della propria essenza.

Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

La creatività è relazionata alla propria espressione e a quello che ha dentro ogni compositore, di conseguenza si inventa un linguaggio ad hoc a servizio dell’espressione stessa. Non credo nel linguaggio speculativo puro perché manca di contenuto. Credo piuttosto che il linguaggio lo inventi il compositore stesso per un’esigenza personale di ricreazione di se stessi, come avrebbe detto Donatoni, che è quello a cui mi riferivo prima con il concetto di rilettura. E’ un modo di rivedere se stessi tutto il tempo, di reinventarsi. Ma parlare elusivamente di linguaggio è un po’ superficiale ed è il male dei nostri tempi in cui c’è la tendenza a focalizzare l’attenzione sul tipo di linguaggio utilizzato o da utilizzare. Parlando della mia musica, l’ invenzione si trova nell’ immaginazione e non nella scrittura ed è influenzata anche dalle mie origini. In Messico, il mio paese di origine, vive una ricchissima tradizione musicale che ci ha dato molti autori importanti. Ne posso menzionare tre tra i più grandi Ponce, Chávez e Revueltas, anche se ce sarebbero molti altri da citare soprattutto dei nostri giorni, senza dimenticare che esiste una ricchissima cultura non solo in campo musicale ma anche nella letteratura, il teatro, la pittura, la culinaria ecc.

Qual è la sua composizione a cui è più legato?

E’ difficile rispondere a questa domanda. Sono molto legato in diversi modi a tutti i miei pezzi e non credo che uno solo di essi possa essere considerato in assoluto quello a cui sono più legato. In realtà è un po’ come se avessi scritto sempre lo stesso pezzo ma sotto ottiche differenti, quindi non posso dire di essere legato a una sola composizione, soprattutto perché in ognuna di esse ho lasciato parte di me stesso quindi non potrei scegliere.

Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario?

Devo dire che per me è difficile giudicarlo perché in questo senso sono un po’ old fashion. Vedo che i ragazzi oggi non hanno dischi, non hanno libri perché li scaricano da internet. Io invece per esempio sono un nostalgico dei vecchi dischi in vinile. D’altra parte però, il passaggio dal disco al cd è stato molto desiderato soprattutto per via della qualità del suono che ne ebbe un miglioramento notevole. In ogni caso esisteva il prodotto fisicamente… uno va nell’armadio, lo tira fuori, lo ascolta, si tengono più versioni di questo e quell’altro pezzo, ossia ci si crea la propria discoteca personale, che è poi la stessa cosa che fare biblioteca. Si parlava tanto di questo quando io studiavo, ci dicevano … non fatevi prestare i libri, fate biblioteca! Cioè scegliete i libri che voi stessi desiderate avere. Non dico che sia sbagliato scaricare da internet, però faccio un po’ fatica ad abituarmi a questo nuovo concetto. Per quanto riguarda invece la crisi vera e propria della discografia, credo che sia dovuto più al fatto che tutti vogliono vendere lo stesso prodotto e in tutti i sensi. Globalizzando, generalizzando e universalizzando si perdono l’ identità e la diversità. Le case discografiche hanno cercato di manipolare la cultura o almeno hanno creduto di poterlo fare e per questo il mercato sta scoppiando. Il fatto di aver corrotto questa posizione, sta portando le case discografiche a pagarne le conseguenze.

Ci consigli cinque dischi e cinque spartiti per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..

In realtà per me non esiste questo concetto, perché diciamo che se uno va su un’isola deserta porta con se tutto quello che ama e tutto quello che uno ama è quello ha imparato, che tiene dentro di se, cioè quello che ha assimilato, quindi non metterei un numero.. poi, pensando in astratto non potrei dirne solo cinque perché citando quelli me ne mancheranno altri cinque e così via.. preferisco sicuramente includere tutti quelli che amo, che sono molti di più!

Il Blog ha aperto di recente una nuova rubrica dedicata ai giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Beh, un consiglio che mi sento di dare a compositori e interpreti è di cercare di dedicarsi a fare la propria arte, cioè quella musica che viene proprio da dentro, di essere disciplinati, avere molta pazienza, non corrompersi e fare veramente qualcosa che nasca da se stessi. Riflettete e cercate di essere seri in quello che fate. Seri e non solenni, che è completamente diverso.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Su cosa sta lavorando?

Tra gli ultimi lavori scritti ci sono un Concerto per Contrabbasso eseguito a dicembre 2008 a Rochester (NY-USA) da Scott Worthington con l’ Eastman BroadBand Ensemble. Un pezzo caratterizzato da una strumentazione un po’ particolare, infatti ho usato tra gli altri strumenti come in quasi tutti i miei pezzi, una dotazione di percussioni importante che include pianoforte, pianoforte elettrico, clavicembalo, pianoforte verticale, per colore un po’ particolare. Altra caratteristica particolare anche l’ utilizzo del corno inglese e del controfagotto così come sono e non come sostituti dell’oboe. Di poche settimane invece è il mio ultimo lavoro, un quartetto per chitarre Guitar Quartet commissionato dall’americano Tantalus Quartet. Si tratta di un brano di dimensioni importanti, sarà di circa diciotto minuti. Come direttore d’orchestra tra i vari impegni futuri il prossimo novembre 2009 dirigerò un opera di Victor Rasgado Il Conejo y el Coyote che sarà in tournée a Washington (USA) e a Oaxaca (Messico). Sempre in Novembre dirigerò, insieme ad altri brani, la mia Sinfonia N.1 con l’Orchestra Filarmonica di Aguascalientes (Messico). Come compositore, invece, da quest’anno faccio nuovamente parte del Sistema Naciónal de Creadores de Arte de México e tra i progetti nell’immediato futuro, oltre ovviamente a lavori di dimensioni più ridotte, alle commissioni e i lavori di routine che fanno parte del lavoro di tutti gli anni e che non finiscono mai come la revisione e correzione degli spartiti più vecchi, ho in programma principalmente due lavori importanti. Tra pochissimo infatti, comincerò, beh diciamo che ho già cominciato a scrivere la nuova opera d’Hemoficción, il genere di cui ho parlato prima. L’opera sarà in due atti, per cantanti, attori, coro e orchestra, e si chiamerà Contra-Sujeto (Contro-Soggetto). Sarà basata come sempre su un’opera teatrale di mio padre e credo mi prenderà un po’ di tempo, un anno e mezzo, due anni circa. Poi, lavorerò alla mia seconda sinfonia e a un concerto per quattro chitarre e orchestra che verrà eseguito il prossimo anno 2010 con l’Orchestra Sinfonica di Lecce che dirigerò per l’occasione. In questo concerto si eseguiranno, tra gli altri brani di altri autori, i miei Concerto per Quattro Chitarre (prima mondiale) e Concerto N.2 per chitarra e orchestra “Hispano” (Prima Italiana). La registrazione dei due pezzi verrà utilizzata per la realizzazione del primo monografico sulla mia musica per chitarra.

Grazie Maestro!