Intervista a Marco Valente (Auand, Jazzos) di Andrea Aguzzi (Luglio 2009)

















Interviste

Raccontaci come è nata l’etichetta, come hai scelto il nome, il logo, come pensavi fosse il jazz, in particolare quello italiano, quando hai iniziato e come lo vedi oggi, cosa volevi fare e se pensi di esserci riuscito, quali erano il tuo back ground e i tuoi modelli…

L’idea dell’etichetta probabilmente è dentro di me da sempre, da quando ho iniziato ad ascoltare musica intorno ai 13 anni, a voltare e rivoltare tutti i dischi che mi capitavano a tiro e che mi procuravo da parenti e amici. Ne studiavo ogni minimo particolare e tutt’ora faccio molta attenzione non solo alla musica ma all’oggetto in sè. Il nome è venuto fuori da una selezione di 70 possibilità, depennate confrontandomi con David Binney ed un professore di italianistica alla New York University. Volevo che il nome suonasse bene anche oltreoceano pur non tralasciando uno spiccato sapore mediterraneo. Alla fine la scelta è caduta su Auand che in dialetto barese ha un duplice significato: prendi (da cui la manina) e attenzione (in senso esortativo). Il logo, come tutta l’impostazione grafica, è un colpo di genio del grafico Cesco Monti e approfitto per ringraziarlo della professionalità e dell’amicizia. Il jazz italiano fin dagli anni ’80 ha avuto un’evoluzione repentina, grazie ad alcuni esponenti che iniziavano a prendere consapevolezza dei propri mezzi e ad abbandonare inutili soggezioni nei confronti dei colleghi americani. Il suono degli italiani è talmente carico del nostro background (lirico, melodico) che da anni riusciamo ad esportarlo ovunque (Rava, Fresu, Bollani, Minafra, Trovesi, Pieranunzi). A documentare il jazz italiano ci hanno pensato alcuni pinoieristici produttori italiani come Sinesio, Bonandrini, Spagnoli e Veschi. Tra le mie influenze più grandi citerei le tedesche JMT di Stefan Winter e ECM di Manfred Eicher (dal cui catalogo però pesco solo nei primi 20 anni). Il mio background è assolutamente da autodidatta. In casa non si ascoltava musica, nè jazz nè di altro genere. E’ stata la mia curiosità a spingermi alla scoperta della musica, partendo dal pop e dal rock fino a scoprire il jazz e ad innamorarmene al punto di farne un mestiere oltre che una passione.

Quali sono i titoli che hanno funzionato meglio in termini di vendita?

La prima pubblicazione, X-Ray di Petrella, è stata da subito ben accolta sia dalla critica sia dal mercato, richiedendo due ristampe. Fu decisamente il modo migliore per iniziare l’esperienza di produttore. Era mia intenzione partire con il piede giusto per cui attendevo la giusta occasione. Comunque, oltre X-Ray, i più venduti sono Virus e Hope di Bearzatti, il disco di Cuong Vu con Bill Frisell e Ma.Ri di Angeli e Salis.

Quali dischi ti penti di aver fatto e quali invece avresti voluto e non sei riuscito a realizzare?

Quando un produttore decide di centellinare le uscite, di pubblicare una media di un paio di dischi l’anno è difficile avere pentimenti. Piuttosto cambierei la domanda in “quale produzione secondo te avrebbe meritato più attenzioni” e la risposta sarebbe ricaduta sul CD dei Sax Pistols, dal vivo un’autentica potenza, e su Tossani, votato come miglior talento al Top Jazz del 2006 ma mai espoloso sulla scena nazionale.
Cosa non sono riuscito a realizzare? un sacco di progetti. Davvero tantissimi! Spesso improbabili, dettati da una fantasia che galoppa più veloce della realtà… Fantasticare è la parte più bella di questo mestiere, chessò… pensare ad un gruppo con Petrella e Ornette… tanto sognare è gratis!

Il fenomeno delle etichette indipendenti sembra essere una cosa relativamente recente in Italia e comunque legata più all’indie rock o al punk, mentre nel mondo del jazz sono sempre esistite portando alla scoperta di notevoli talenti, la mia sensazione è che comunque sia le indipendenti che le major cerchino di dare all’ascoltatore consumatore ciò che vuole, da parte delle label indipendenti forse c’è la possibilità di un rapporto più fidelizzato col proprio mercato, basato sulla qualità e la propria reputazione. Alla fine non credo che abbia importanza la vastità del mercato ma quello che si fa … alla fine che differenza c’è tra un cdr da 30 copie e .. l’ultimo disco di Madonna?

Nel jazz quasi tutto è indipendente, persino gran parte dei capolavori di Miles, Ornette, Coltrane… In Italia, a parte qualche rarità su vinile Atlantic e, negli ultimi anni, EMI Italia (con marchio Blue Note) e Universal Italia (con marchio EmArcy), tutto è sempre stato indipendente. Chiaro che alla fine quello che conta è la musica. Molti dischi di Prestige di Miles sono più rinomati di alcuni dei suoi Columbia. Alla fine critica e pubblico definiscono il mercato. Ma è anche vero che se produci 30 copie in cdr difficilmente avrai visibilità.

Che rapporti hai con i tuoi musicisti? Come scegli gli esordienti da stampare con la tua etichetta?

Con ognuno ho un rapporto diverso. Non sono un produttore despota, di quelli che si fanno sentire in fase di produzione e che riescono avvolte persino a snaturare un artista (penso ad esempio al disco ECM della Italian Instabile Orchestra, un disco dal carattere troppo Eicheriano per quella formazione). Mi piace essere in studio (quando posso) per assistere al momento creativo e supportare in tutti modi i ragazzi ma non interferisco nelle scelte se non mi viene espressamente richiesto. Ciò non vuol dire che mi accontenti o che pubblichi qualunque cosa. Alla base di ogni progetto c’è una scelta mai casuale. La scelta di sposare una filosofia di base, un approccio musicale di un certo taglio, mai accomodato su percorsi già scritti. Per quanto riguarda gli esordienti basta la mia curiosità. Ascolto molto sia dal vivo che demo. La scelta è difficilmente spiegabile a parole. Ricevo molto materiale di ottima qualità ma difficilmente ascolto qualcosa di realmente particolare, che mi faccia venire voglia di documentarlo. Quando accade diventa un oggetto nero/verde con una manina.

Ho trovato particolarmente bello il disco realizzato con Paolo Angeli e Antonello Salis, come è nata l’idea di questa registrazione e di realizzare questo disco?

E’ un disco nato registrando diversi live e cercando di estrapolare dei frammenti che contenessero tutta l’energia che il duo riesce ad esprimere dal vivo. Un duo travolgente, dove la chitarra sarda preparata di Angeli si fonde alla perfezione con uno dei più grandi improvvisatori europei, stimatissimo ovunque. Due sardi doc frullati e serviti freddi!

Parlaci del rapporto che hai instaurato con internet e col downloading e se credi che i due fenomeni abbiano cambiato il jazz e il modo in cui si produce e si ascolta la musica.

Ho iniziato a navigare nel 1996 con un modem 14,4… i siti erano grigi e lentissimi. La prima cosa che cercai su Altavista (allora il più importante motore di ricerca) fu Ornette Coleman, poi provai con Enrico Rava e non venne fuori nulla. Fu così che pochi mesi dopo naque http://www.ijm.it, il primo portale sul jazz italiano da me messo a punto nel febbraio del 1997. Attraverso quel portale ricevevo richieste da tutto il mondo per contattare gli artisti di jazz italiano, seguitissimi in tutto il mondo. Tra le richieste molte riguardavano la reperibilità dei loro CD e così nel 1999 naque anche Jazzos.com, il più grande portale di CD, DVD, LP e libri dedicato al jazz italiano e internazionale. Ad agosto compie 10 anni e rappresenta un punto fermo per tutti gli appassionati. Nonostante queste mie esperienze di fusione tra il jazz e internet non vedo di buon occhio il downloading. Scaricare gratis è a tutti gli effetti un reato. E’ come entrare in un cinema o in un teatro e pensare di non pagare il biglietto. Impensabile! Scaricare a pagamento ti priva del piacere feticistico dell’oggetto, già in passato ridimensionato dal vinile al compact. Per di più l’ascolto degli mp3 in impianti di scarsa qualità farà perdere all’ascoltatore medio gran parte del piacere. Le nuove generazioni, già mal abituate ad avere tutto gratuitamente, non sapranno distinguere una buona registrazione da una cattiva, il legale dall’illegale… chissà se riusciranno almeno a distinguere la musica buona da quella cattiva.

A volte ho la sensazione che la possibilità di scaricare tutto, qualunque cosa da internet gratis abbia creato una frattura all’interno del desiderio di musica, una sorta di banalizzazione: insomma dov’è la spinta per un musicista a incidere un disco che con pochi euro riesci da solo a registrare e stampare quello che vuoi e chiunque può farlo? Alla fine diventa quasi un gesto quotidiano che si perde in un mare di download dove scegliere diventa impossibile … stiamo entrando in un epoca radicalmente diversa da quella che abbiamo vissuto finora?

Il desiderio di musica non sembra scomparire, anzi… e sono convinto che avere la possibilità di “assaggiare” musica gratuitamente sia una buona cosa per tutti… quello che questo sistema ha provocato é, come detto, l’abitudine ad avere tutto gratis, difficilmente modificabile nelle nuove generazioni. Con tutta la musica che si può avere ora su internet quello che farà la differenza sarà il modo per far arrivare la gente su un determinato prodotto. E questo purtroppo dipende ancora (fin troppo) dalle televisioni. Alla fine i prodotti più clickati su internet sono sempre quelli che hanno spazio in TV. Personalmente, ho deciso di dare via la mia TV nel 2001 e da allora non me ne sono mai pentito (a parte il fatto che vado a vedere le partite della nazionale da mio fratello). Trovo un insulto alla decenza i cosiddetti talent show.

Come è stata accolta la tua web radio?

Parli della piccola radio Auand per assaggiare i dischi sul sito? E’ online da pochissimo, non ho ancora ricevuto feedback. Spero solo che possa essere d’aiuto nella scelta di un buon disco da maneggiare durante l’ascolto su un’impianto di alta fedeltà.

Ultimamente la tua label è stata oggetto di particolari attenzione e attestati di stima, parlo in particolare del bel label profile uscito su All About Jazz versione USA, che sensazione ti fa essere riuscito a creare una così solida reputazione?

Devo dire che fin dalla prima produzione ho avuto molta attenzione dalla critica, sia nazionale sia internazionale. Credo sia dovuto alla scelta di pubblicare solo poche cose e solo di un certo taglio. Dare un’immagine forte all’etichetta è stato fin dall’inizio uno dei punti di forza del mio lavoro.

Sei anche il titolare del primo negozio di vendita on line di materiale discografico jazzistico (Jazzos), come mai questa scelta? Il mercato italiano come ha reagito? Siamo ancora così indietro negli acquisti on line? Quali sono le principali richieste dai tuoi clienti?

Ho già parzialmente risposto… aggiungo solo che ho clienti in tutto il mondo e che gli acquisti online in Italia non sono mai davvero esplosi. Per certe categorie merciologiche capisco anche… ma per i dischi di jazz che non si trovano mai nei negozi Jazzos.com dovrebbe essere una manna. In fondo l’ho creato anche per me stesso. Sono il primo e più affezionato cliente del mio webshop!
Credi che il ritorno al vinile di cui tanto si parla, a fronte del crollo delle vendite degli ultimi anni, sia un fenomeno solido e destinato a durare?

Il vinile sotto sotto non è mai morto. Ora sta avendo una piccola rinascita ma non dimentichiamo che si tratta di una percentuale di mercato ridicola. E’ un prodotto destinato a gente che spende tanti soldi per un impianto hi-fi o per gente nostalgica dei tempi andati. Ho pensato più volte di aprire Auand al vinile, molto più che al download digitale (che odio profondamente). Magari prima o poi…

Quali saranno le prossime uscite? Come mai la scelta di aprire anche un sezione dedicata al cantautorato?

Ci sono in cantiere diverse novità, alcune legate alla scena newyorkese alcune a quella italiana. Per scaramanzia non ne parlo mai finchè non incomincio a metterci mano. Ma qualcuna potrebbe essere già pronta a fine estate. Per quanto riguarda la sezione dedicata alla canzone tutto è nato per caso a fine 2007 quando un amico mi ha presentato una ragazzina, allora diciassettenne, che scriveva canzoni. Me ne sono innamorato all’istante e ho incominciato a lavorare su un progetto che ha, fin da subito, attirato molte attenzioni. Ora il progetto Erica Mou sta subendo una trasformazione e ne perderò il controllo. Non è detto che questa collana proseguirà… chi vivrà vedrà.

Ci racconti, per chiudere, qualche aneddoto qualche retroscena curioso legato alla realizzazione di qualche tuo disco?

Ne racconto uno brutto e uno bello. Alla mia prima esperienza, durante le registrazioni di X-Ray a Udine da Stefano Amerio ad un certo punto fummo interrotti dal padre di Stefano che ci diceva di andare subito a vedere la TV, era l’11 settembre del 2001.
Per quanto riguarda quello bello… quando ero ragazzo avevo così tanta voglia di fare jazz che avevo iniziato a studiare contrabbasso e un paio di estati ho frequentato Siena Jazz. Siccome non ho mai avuto piacere per lo studio ogni tanto facevo x a lezione e andavo a sentire musica d’insieme di Rava, D’Andrea, ecc… E’ stato lì che ho visto per la prima volta Cecchetto e Ayassot e me ne sono innamorato. Per cui sono contento di aver pubblicato Downtown e Quilibrì! Andrea addirittura lo inseguo da sempre, nei miei progetti sarebbe dovuto essere il secondo disco Auand dopo Petrella. Ci abbiamo messo 7 anni per riuscirci ma ne è valsa la pena!