Intervista a Quinteto de Tango Invisibile di Andrea Aguzzi (Aprile 2009)


Interviste

Quando e come è nato il vostro Quinteto? Come vi siete incontrati?

Barbara Varaassi Pega (piano): Il nostro quinteto è nato sulla fine del 2001. Ero appena arrivata a Milano e studiavo pianoforte presso il conservatorio Giuseppe Verdi. Quello che cercavo era di ricreare l’ensemble che avevo in Argentina prima di partire per Europa, un po’ per nostalgia, un po’ per continuare a suonare musica stupenda. Avevo tanti arrangiamenti pronti che avevo portato via con me e tanta voglia, però mi mancavano i musicisti. Il primo ad essere contattato è stato il contrabbassista, che però ben presto lasciò il gruppo per problemi di tempo e chiamò un suo amico, Virgilio, che rimase stabile da quel momento in poi. Un amico mi presentò Emanuele e li c’era la chitarra, è stato il primo a sommarsi con entusiasmo al progetto. Poi ho messo un annuncio alla baccheca della biblioteca del conservatorio in ricerca di un fisarmonicista, perché di bandoneonisti non c’erano in zona, ed il primo a chiamare risultò essere un bravissimo musicista con esperienza anche in musica latinoamercana, ed ecco Gino. E’ stato molto buffo perché tempo dopo mi confessò che il giorno che aveva visto l’annuncio era talmente contento e ci teneva tanto a suonare il tango che lo strappò dalla baccheca! L’ultimo ad entrare è stato Enzo, suggeritoci da Gino, che sostituì un altro violinista per rimanerne poi stabile. Ed ecco tutti.
Emanuele Forni (chitarre): …per concludere la genesi del gruppo aggiungerei che il processo per trovare musicisti disponibili é avvenuto nell’arco di tempo di un anno e sei mesi circa: durante questo periodo io e Barbara ci siamo incontrati più volte discutendo su argomenti tipo “ma ce la faremo mai a mettere insieme tutti e cinque i componenti per un quinteto? …e dove troviamo un fisarmonicista/bandoneonista all’altezza che non faccia solo musica classica o liscio?”. Dopo qualche mese incominciavamo veramente a dubitare di trovare la gente appropriata sia da un punto di vista musicale che umano e quindi fantasticavamo su un ipotetico quinteto composto da musicisti invisibili e simpaticissimi, simile alla moto invisibile nel cartone animato di Hair Bear Bunch (Napo Orso Capo). Dopo queste ultime divagazioni abbiamo deciso definitivamente il nome.


Qual è il vostro background musicale e come siete arrivati al tango?

Enzo Albini (violino): proveniamo tutti da una tradizione classica dello strumento, ma sicuramente in quel periodo ci siamo trovati non per caso. Stavamo cercando un motivo per poter esprimere al meglio la nostra musicalità. Il tango, è stata l’occasione che ha potuto dare inizio a questo nostro viaggio.
Barbara: Sembra strano ma a non tutti in Argentina piace il tango. Anzi, tanta gente giovane lo disprezza considerandolo robba “vecchia”, cosa che non ho mai capito. Per quanto riguarda me, certamente essendo argentina il tango lo senti dovunque e quindi é abbastanza semplice venirne a contatto. Quando io sono venuta in contatto, ancora molto piccola, mi è piaciuto subito. Poi a volte nelle mie lezioni di pianoforte suonavo qualche tango, soprattutto di Piazzolla, però questo non ti fa affatto imparare lo stile. Quello è venuto molto dopo, quando ero già alla università di musica, dove il famoso maestro Domingo Federico dirigeva la sua orchestra. Io passavo ad ascoltare e sognavo con suonare così, e con loro. Nel frattempo avevo iniziato a prendere lezioni di pianoforte tango col miglior pianista di tango della mia città di Rosario, e piano piano ho cominciato a scoprire i misteri e i modi in cui le note diventavano qualcos’altro e mi sono innamorata definitivamente. Fino ad oggi ho suonato tantissimo tango, con tantissima gente, e ne sono molto contenta. La cosa più bella è che col tempo ho compiuto quel sogno, perché alla fine sono entrata nella orchestra di Federico per un’ intero anno. Adesso continuo a perfezionarmi col Maestro Gustavo Beytelmann in Olanda, ed è il maestro più completo e geniale che mai conosciuto, quindi mi auguro di prenderne qualcosa!


Nel vostro disco “Quintetto de Tango Invisibile” suonate un tango quasi “classico”, il compositore più presente è Piazzolla ma ci sono composizioni di autori più tradizionali come Troilo e De Caro. Come mai questa scelta di repertorio? Il vostro sembra un quasi attingere alle radici stesse del tango…

Gino Zambelli (fisarmonica/bandoneon): Il merito del repertorio scelto per questo lavoro discografico va indubbiamente attribuito a Barbara. Insieme, negli anni, abbiamo suonato tra le più belle pagine del tango da lei proposte: Troilo, De Caro, Pugliese, ma anche il ‘Tango Nuevo ‘ di Piazzolla fino ad arrivare alle tango contemporaneo di Mederos, così da poter trovare nei brani alla fine scelti, un giusto equilibrio dove tutti noi abbiamo potuto esprimerci al meglio con la consapevolezza comune di poter dare al pubblico un’immagine del tango che partisse dalle sue origini fino ad oggi.
Barbara: Infatti il tango, come qualsiasi altra musica, è fatta da tanti artisti che nella storia hanno delineato il genere stesso. Quindi non è giusto, e credo sia molto povero, suonare tanto Piazzolla e non li altri, che hanno contribuito a questa storia con pezzi di bellezza e novità infinite. Purtroppo Piazzolla, sebbene geniale, è stato l’unico ad essere riconosciuto in Europa, credo perché la sua musica sia anche più vicina alla cultura di questo continente più delle altre. Per questo credo che fare un cd che includessi pezzi di grandissimi compositori come Troilo o De Caro sia essenziale per averne un ventaglio più largo ed interessante di quanto questa musica sia davvero.
Emanuele: Mi sembra comunque importante riportare che, dopo i primi anni, ognuno di noi ha dato un contributo importante e significativo alla direzione artistica del gruppo. Gino ad esempio ha composto molti brani per noi di cui ne abbiamo scelti due appositamente da inserire nel CD: Giada e Milonga por Stefy. Sono musiche molto liriche e struggenti ma anche intrise di un colore “tangamente” a se stante. Una volta eravamo a cena con un’argentina che, ascoltando proprio questi due brani, mi ha guardato commossa dicendomi che era la prima volta che sentiva un tango cosi’ italiano ed allo stesso tempo così visceralmente argentino. Le proprie origini creano un segno indelebile sul nostro comportamento e nel nostro modo di vedere le cose ma possiamo essere influenzati e questo crea connubi spesso molto interessanti.


Una domanda per Emanuele Forni: che chitarra suoni in questo disco? Nella foto all’interno del disco imbracci una chitarra classica ma nel disco il suono è diverso … è un’altra chitarra o hai usato degli effetti?

Emanuele: In questo disco suono tre chitarre, due classiche (una Cuenca e una Khono) e un’elettrica (Fender Stratocaster con qualche effetto di base quali chorus, flanger e reverberi).
In genere ho preferito mantenere nei repertori tradizionali quali Pugliese e De Caro un suono piu’ acustico e giocare sul contrasto elettrico in brani piu’ recenti quali quelli di Piazzolla e di Gino. In alcuni casi la scelta é quasi obbligata in quanto riconosci dalla partitura se un brano (o il pensiero dell’arrangiatore) é nato per un tipo di chitarra oppure per un’altro, in altri casi la scelta viene dal riuscire a ricreare un’atmosfera, una sorta di prassi esecutiva basata su ascolti dei grandi Maestri di questo stile.


Negli ultimi anni il tango ha registrato una nuova evoluzione stilistica con l’entrata in gioco di musicisti come il Gotan Project che hanno portato sonorità e stili di produzione e registrazione più vicini alla DJ culture, ascoltando il vostro disco ho notato un registrazione che mi è sembrata più … live … meno “raffinata” forse, ma più veritiera, si sento i respiri, i colpi delle dita sulla tastiera della fisarmonica .. è stata una precisa scelta estetica?

Enzo: Abbiamo volutamente cercato un suono ‘vero’, senza troppi lavori di editing, proprio per esaltare l’autenticità della nostra musica. Mi capita di riascoltare quest’album e ritrovarmi in quel luogo, rivivendo l’emozione di quei giorni. Credo in questo senso sia stato fatto un lavoro magari poco raffinato, ma assolutamente originale e ‘senza tempo’.
Barbara: I rumori dello strumento, gli effetti ritmici, i respiri, perfino a volte marcare il tempo sul pavimento, fanno assolutamente parte del brano, e quindi vanno fatti sentire. Ad esempio ci sono effeti del violino che piacchia il legno o stroffina le corde oltre il ponte che farebbero ravribbidire un violinista d’orchestra, ma si usano tanto e sono bellissimi.


Che ne pensate del ruolo avuto da Piazzola nella rinascita e nel rinnovamento stilistico del tango? Come vi ponete di fronte a questo modello?

Barbara: Definitivamente dobbiamo tanto all’amato Astor, soprattutto per quanto riguarda l’avvicinamento del pubblico di massa a questo genere prima non tanto seguito fuori dall’Argentina. Anche perché usando elementi del jazz e la classica in maniera più concreta (perchè anche i suoi preceditori lo facevano) ha fatto che la sua musica fosse subito gradita dalla gente di tanti altri posti e riuscisse ed essere suonata in grosse sale da concerto e teatri, essendo anche più facile la sua diffusione. Però è anche stranno continuare a parlare di lui come se fosse stato l’ultimo della storia, il più moderno, dopo di che il tutto si è fermato. Questo non è affato così, sarebbe come rimanere bloccati a Stravinsky, senza guardare oltre. Attualmente c’è tanta gente importante che scrive, compone e suona e che si è portata avanti con lo sviluppo di questa musica, che è totalmente aperta alle nuove idee e soprattutto ha ancora tanta strada da fare fin che è un genere di appena un secolo e qualcosa.

Il vostro tango lo considerate come una musica ancora da ballare o come diceva Piazzola una musica da ascoltare? Una musica per sale da concerto, magari di musica contemporanea?

Barbara: Abbiamo un repertorio molto ampio che spazzia tanti periodi, quindi facciamo sia musica da ballare che d’ascolto, anche se questa distinzione è un po’ ridicola perché tutto può essere ballato, basta essere accorde con lo stile, e ancora di più: tutto va sicuramente ascoltato. Comunque non è sicuramente contemporaneo, visto che lo stesso Piazzolla è morto 16 anni fa, e la sua musica oramai rientra nel genere tradizionale, poi si vedrà.
Enzo: In questi ultimi anni, stanno nascendo ovunque scuole che insegnano a ballare Tango.
Il pubblico non vuole solo sentire, ma anche vedere o addirittura come succede nelle milonghe, partecipare fisicamente allo spettacolo.
Da parte nostra, cerchiamo quindi di maturare l’aspetto musicale, trovando una sonorità che guarda avanti, senza trascurare il fatto che l’unione di forme d’espressione diverse non possa che arricchire il contenuto di un nostro spettacolo. Ballerini in una sala da concerto di musica contemporanea? …perchè no
!

Quali sono i vostri prossimi progetti?

Emanuele: Attualmente abbiamo in repertorio molto materiale che vorremmo fissare con una registrazione ma bisogna anche fare i conti con l’attuale situazione del mercato e questo non incoraggia molto. Abbiamo un’inedita versione del concerto per bandoneon, chitarra ed orchestra di Piazzolla miniaturizzato per quinteto, molti tanghi contemporanei come quelli di Potenza, Torres e le nuove composizioni di Gino.
E poi concerti, viaggi e tanta voglia di lasciarsi sorprendere.
Barbara: Continuare a suonare insieme e a perfezionarci, è una lunga e difficile strada ma molto interessante e bella, basta iniziare a percorrerla con tantissima dedizione e pronti sempre alla ricerca di nuove idee.

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