Intervista a Sante Tursi di Andrea Aguzzi (Febbraio 2009)






















Interviste

La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra? Con quali strumenti suona?

Sante Tursi: Ho cominciato ad interessarmi alla chitarra semplicemente perchè in casa dei miei genitori ne circolava una (un modello piuttosto malandato a dire il vero!); all’inizio ero incuriosito soprattutto dal fatto di poter suonare uno strumento polifonico…trasportabile! Nelle prime lezioni -che presi da un insegnante privato- sviluppai la tecnica del plettro e imparai i più comuni giri armonici. Ben presto però cominciai a cercare dell’altro, anche se non sapevo ancora bene cosa; l’occasione mi si presentò un giorno quando vidi un allievo più grande suonare utilizzando le dita della mano destra; fu allora che decisi di studiare anch’io la tecnica della chitarra classica. Il fatto di poter usare quattro dita invece che un solo plettro mi sembrò in quel momento un progresso enorme che avrebbe significato l’apertura di orizzonti nuovi ed illimitati. Posso dire a posteriori che l’amore per la chitarra scaturì da quel semplice episodio – tra l’altro si trattava di un semplice esercizio sulle corde a vuoto; in quei primi mesi di studio (ero alle soglie dell’adolescenza) ciò che mi affascinava di più era la vera e propria sensazione fisico-tattile di poter produrre dei suoni con le mie mani per mezzo della chitarra.
Per quanto riguarda gli strumenti che suono attualmente, alterno sostanzialmente una Bernabè del 1979 ed una Scandurra del 2001.

Lei si è diplomato al Conservatorio di Bari, sua città natale e ha studiato per tre anni come borsista presso l’Accademia Chigiana di Siena ottenendo 3 diplomi di merito con Oscar Ghiglia, che ricordi ha di questo insegnante e della sua scuola?

S.T.: Devo precisare che con Oscar Ghiglia ho studiato ulteriori tre anni frequentando i corsi che impartiva presso la Musik-Akademie di Basilea, dove ho poi conseguito il Solisten-Diplom. Ciò che mi colpiva (e mi colpisce tuttora) della sua didattica è il minuzioso lavoro di analisi del testo in tutte le sue componenti e la messa in luce delle relazioni melodiche, armoniche e ritmiche all’interno della struttura formale, arrivando a volte ad una vera e propria (ri)scoperta della composizione che avevo di fronte. Lo snodo principale del suo insegnamento è quindi l’equilibrio tra la severa decodifica dello spartito e l’apertura mentale dell’interpretazione. Veniva poi il lavoro sul timbro e cioè sulla scelta della sonorità più appropriata per una determinata frase. Tutto ciò si traduceva, almeno per la mia esperienza, in un’esplosione di libertà interpretativa all’interno del (ovvio) rispetto del testo scritto.
A pesare sulla mia formazione aggiungerei anche la particolare atmosfera creativa, sia della Chigiana che dell’Akademie, che favoriva lo scambio e l’arricchimento reciproco tra noi giovani studenti provenienti da tanti paesi diversi.

Berio nel suo saggio “Un ricordo al futuro” ha scritto: “.. Un pianista che si dichiara specialista del repertorio classico e romantico, e suona Beethoven e Chopin senza conoscere la musica del Novencento, è altrettanto spento di un pianista che si dichiara specialista di musica contemporanea e la suona con mani e mente che non sono stati mai attraversati in profondità da Beethoven e Chopin.” Lei ha suonato e registrato Ponce, Diabelli, Molino, Kreutzer, Rodrigo … e poi è passato al repertorio contemporaneo (Castenuovo Tedesco, Pisati..) si riconosce in queste parole?

S.T.:Non vorrei peccare di presunzione, ma è quello che ho sempre sostenuto. L’uomo è un essere che vive inserito in un flusso temporale e non esiste nessuna attività umana che non provenga da una qualche esperienza precedente; ciò che conosciamo oggi è solo il risultato delle ripetute trasformazioni di un materiale già dato.
A maggior ragione, la musica contemporanea non può essere compresa appieno dall’interprete (ma, aggiungerei, neanche dall’ascoltatore) se non si è assimilato il repertorio delle epoche precedenti. Tutta una serie di “gesti” sonori della musica d’oggi non sono altro che rielaborazioni di materiale preesistente, cosa che certamente non sfugge ad un orecchio attento e preparato.
Inoltre, proprio a causa di queste sottili relazioni, la conoscenza della musica del ‘900 può vivificare anche le interpretazioni di uno specialista del repertorio barocco o classico-romantico. La nostra stessa sensibilità varia nel corso del tempo e quindi il modo di suonare Beethoven o Chopin, per fare un esempio, evolve assieme all’evoluzione non solo della pratica musicale ma anche di tutto il clima culturale della società. E’ in questo senso che le interconnessioni tra presente e passato impongono la necessità, come dice Berio, di una conoscenza globale del repertorio.

Come è nato il suo interesse verso il repertorio contemporaneo?

S.T.: Ho sempre avuto un forte interesse per la musica contemporanea, fin dagli anni di studio in conservatorio; il tipo di percorso che ho seguito ne è stato la logica conseguenza.
Ho sempre pensato che il repertorio contemporaneo, meno legato a convenzioni stilistiche rispetto a quello classico, permettesse una sorta di potenziamento delle energie creative dell’interprete e un consolidamento della propria personalità artistica; almeno, questo è quello che io provo di fronte a questa musica. Naturalmente sono ben lungi dall’affermare che il repertorio delle epoche precedenti de-potenzi l’interprete (e in ogni caso la mia scelta di eseguire musica contemporanea non è di tipo radicale; continuo infatti ad eseguire anche il repertorio tradizionale); semplicemente penso che l’atteggiamento interpretativo diventi meno vincolato e, quindi, più libero.


Come si è trovato a suonare gli studi di Maurizio Pisati e quali sono state le difficoltà che ha trovato?

S.T.: Ho eseguito gli studi di Maurizio Pisati al Festival Internazionale di Chitarra di Lima nel marzo 2006 nell’ambito del progetto “Sonora” (il cui direttore artistico è il compositore Nicola Sani) patrocinato dal CEMAT, una meritoria istituzione che si occupa della diffusione della musica contemporanea italiana. In quell’occasione ho anche suonato “Attese” di Paolo Rotili, “Olas” di Caterina Calderoni e la “Sonata” di Stefano Taglietti, tre opere commissionate da e gentilmente dedicate al sottoscritto.
Gli Studi di Pisati, che ritengo una delle migliori e più riuscite espressioni del genere in ambito contemporaneo, esplorano nuove potenzialità timbriche dello strumento; il termine stesso ci porta nella direzione della ricerca sonora e dell’esplorazione della tecnica. Accanto ai “tradizionali” staccati, pizzicati, suoni armonici vengono richiesti sfregamenti delle corde anche col pollice sinistro, suoni “soffocati” ottenuti mediante il leggero appoggio del dito sinistro sulla corda, percussioni, glissati; è insomma una sorta di “ri-creazione” della chitarra in cui il suono viene sviluppato su più dimensioni.
Direi però che la difficoltà maggiore, al di là del dato tecnico, risieda nell’inglobare questa visione sonora all’interno della struttura formale, in maniera da sviluppare un discorso coerente e scorrevole. Spero di esserci riuscito!


Nel suo canale Youtube ci sono tre video suoi mentre suona i tre movimenti della Guitar Sonata di Stefano Taglietti a lei dedicata, vuole parlarci di questo pezzo e di questo compositore?

S.T.: Ogni movimento di questa sonata ha in realtà un sottotitolo che esplicita l’idea che ne è alla base, nell’ordine: “Ian Curtis voodoo”, “The slow young’s prayer” e “Finale”.
Il primo tempo è ispirato al celebre cantante dei Joy Division che durante i concerti esorcizzava la paura per i suoi possibili attacchi epilettici con una sorta di rituale mimico; da qui l’estremo eclettismo della scrittura che alterna parossismo e quiete.
Il secondo è una sorta di blues lento che rende molto bene l’idea di raccoglimento e meditazione.
Il finale è costruito su dei bicordi ribattuti con cambiamenti dinamici continui che sfociano nella conclusiva liquefazione del suono; ciò che rimane alla fine è un ultimo bicordo in pianissimo. Anche questa, un’opera interessantissima.

Lei ha suonato dal vivo Olas di Caterina Calderoni e Sonata di Giampaolo Bracali, ci vuole parlare di questi pezzi?

S.T.: “Olas” è uno dei primi pezzi per chitarra della compositrice milanese Caterina Calderoni (un’ottima opera prima, direi!). Il brano è una sorta di intersezione tra risonanze di corde a vuoto e “rumori” ottenuti con lo smorzamento della vibrazione delle corde con la mano sinistra. Il titolo (“Onde” in spagnolo) rimanda soprattutto alla parte centrale, nella quale l’accumulo di diverse masse sonore suggerisce l’effetto “ondoso”.La “Sonata” di Giampaolo Bracali è scritta invece nei quattro movimenti classici (Preludio-Scherzo-Corale e fuga- Passacaglia; in realtà sembra più una suite barocca). La scrittura contemporanea qui si adatta perfettamente allo stampo della forma tradizionale in una continua tensione tra passato e presente. Molto bello il Corale e fuga, a mio parere, ma tutta la composizione ha un respiro che ne fa un grande pezzo del repertorio chitarristico.

Parliamo di marketing. Quanto pensa che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

Sante Tursi: Promuovere se stessi e il proprio lavoro, soprattutto in campo musicale, è sempre stato determinante, non solo oggi! Aggiungerei che la qualità del proprio prodotto è la migliore forma di marketing, per dirla in termini commerciali. Indubbiamente sono necessarie anche una certa valutazione del mercato, l’analisi del territorio, una buona capacità di relazione ma, in ultima analisi, la qualità vince (quasi) sempre 😉

Ho notato in questi ultimi anni un progressivo avvicinamento tra due aspetti della musica d’avanguardia, da un lato l’aspetto più accademico e dall’altro quello portato avanti da musicisti ben lontani dai canoni classici e provenienti da aree come il jazz, l’elettronica e il rock estremo come Fred Frith, John Zorn, la scena downtown newyorkese e alcune etichette di musiche elettroniche come la Sub Rosa e la Mille Plateux. Che ne pensa di queste possibili interazioni?

S.T.: Ne penso tutto il bene possibile, l’importante è che siano operazioni intelligenti e di buon gusto. L’interazione, in tutte le sue forme, può essere considerata un tratto distintivo del nostro tempo; l’odierno clima culturale, a parte qualche “rigurgito” repressivo, permette e facilita l’incontro tra le diversità e quindi, a maggior ragione, anche l’avvicinamento e la fusione di correnti musicali anche molto distanti tra di loro.

Sembra essersi creata una piccola scena musicale di chitarristi classici dediti a un repertorio innovativo e contemporaneo, oltre a lei mi vengono in mente i nomi di Marco Cappelli, David Tanenbaum, David Starobin, Arturo Tallini, Geoffrey Morris, Magnus Anderson, Elena Càsoli, Emanuele Forni, Marc Ribot con gli studi di John Zorn … si può parlare di una scena musicale? Siete in contatto tra di voi o operate ciascuno in modo indipendente?

S.T.: Credo che si possa parlare di scena musicale, intendendo con questo termine un gruppo di interpreti che si dedica interamente o in parte ad un repertorio innovativo e/o sperimentale. Il contatto tra di noi poi, dipende soprattutto dalle occasioni che si vengono a creare di volta in volta; magari questo blog può contribuire a far nascere un progetto che ci veda tutti coinvolti!

Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

S.T.: L’improvvisazione nella ricerca musicale contemporanea è sicuramente uno di quegli aspetti che contribuisce a liberare le potenzialità creative dell’interprete, come ho detto prima; anzi, direi che è la libertà tout court! E’ un tipo di pratica che, utilizzata soprattutto nel passato barocco e classico, è stata ripresa dalle avanguardie del ‘900 (per non parlare del jazz). La ritengo quindi un aspetto molto importante della formazione di un musicista dei nostri giorni e credo debba essere maggiormente approfondita e studiata anche all’interno di un percorso di studi accademico.
Ascoltando la sua musica ho notato la tranquilla serenità con cui lei si approccia allo strumento indipendentemente dal repertorio, da con chi sta suonando, dal compositore, dallo strumento che lei adopera dimostrando sempre un totale controllo sia tecnico che emotivo, quanto è importante il lavoro sulla tecnica per raggiungere a questo livello di “sicurezza”?

S.T.: Il lavoro sulla tecnica è basilare, nel senso che non si dà interpretazione senza questo solido fondamento. Aggiungerei che deve essere anche un lavoro continuo, lungo tutta la vita artistica di un interprete, senza però che diventi un fine ma piuttosto un mezzo per costruire un’esecuzione viva e fantasiosa.

Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario?

S.T.: Sono estremamente favorevole alla diffusione più capillare possibile della cultura e dell’arte, con qualsiasi mezzo. Se, seguendo Dostoevskij, “la bellezza salverà il mondo”, allora è importante, anzi necessario, che il mondo sia raggiunto da questo messaggio. Internet e le nuove tecnologie offrono in questo senso un mezzo potente e “democratico” di condivisione globale della musica e dell’arte.
Certo, resta la dibattuta questione dei diritti d’autore, ma credo che si possa trovare una soluzione, prima o poi.


Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..

S.T.: Aggiro la domanda proponendo un ventaglio di scelte (non saprei proprio decidere per soli cinque dischi!). Seguendo il mio gusto personale direi: il Mahler di Bernstein, il concerto di Ravel della Argerich, una selezione di arie d’opera interpretate dalle grandi voci del passato, qualsiasi registrazione di Carlos Kleiber, idem per John Coltrane.

Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?

S.T.: Se parliamo di chitarra, allora: Chaconne di Bach (lo so, è una trascrizione, ma la porto lo stesso ;-), Nocturnal di Britten, Sonata omaggio a Boccherini di Castelnuovo-Tedesco, Royal Winter Music di Henze, Variazioni sulla “Folia” di Ponce.

Il Blog ha aperto di recente una nuova rubrica dedicata ai giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista? 

S.T.: Soprattutto…tenere duro! 😉 A parte la battuta, credo che il suggerimento migliore sia quello, ovvio, di continuare a studiare con impegno in maniera da farsi trovare sempre preparati; molto spesso la carriera si costruisce a partire da occasioni (partecipazione a concorsi, incontri, etc.) che generano altre occasioni che a loro volta ne generano altre e via seguendo. Una cosa però sento di consigliare caldamente: non bisogna cedere alla tentazione di proporre unicamente programmi dall’approccio “leggero” o “strappa-applausi”, perchè alla lunga non generano altro che assuefazione e quindi disinteresse; tra l’altro tale atteggiamento sta allontanando sempre più la chitarra dalle stagioni più importanti, relegandola in una sorta di ghetto musicale. E’ importante invece, secondo il mio parere, proporre un repertorio originale e innovativo e che comprenda anche le grandi opere della nostra letteratura.

Con chi le piacerebbe suonare e chi le piacerebbe suonare?

S.T.: Mi piacerebbe suonare con chiunque (non necessariamente un chitarrista) abbia una visione della musica aperta al nuovo e una mentalità desiderosa di progresso.
Per quanto riguarda chi suonare, mi piacerebbe davvero se Henze componesse un nuovo pezzo per chitarra!

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