Recensione di Marc Ribot, John Zorn The Book of Heads, 1995, Tzadik

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Marc Ribot, John Zorn The Book of Heads, 1995, Tzadik

Un disco assolutamente paradossale, unico e complesso, così come la di fuori del comune è John Zorn, sassofonista, compositore, sperimentatore, autore di colonne sonore per film d’essay, rigorosamente al di fuori di ogni canone e/o circuito, amante del Giappone, dell’hard core, dei film di Godard e del trash culturale, prodotto tipico della controcultura newyorkese, non quella hippy o beat del Greenwich Villane, ma di quella downtown che puzza di punk, di no wave e di cattive abitudini.
Sebbene abbia sempre usato la chitarra, integrandola in modo originale all’interno dei vari ensemble dai Naked City a Masada, e si sia sempre circondato di eccellenti sodali come Fred Frith, Marc Ribot, Bill Frisell, Eugene Chadbourne, Zorn ha composto davvero poco per chitarra sola.
Questo disco rappresenta, al momento, la summa delle sue visioni chitarristiche, frutto della sintesi di una ottantina di composizioni ideate negli anni ’70 e ’80, condensati in 35 studi dalla durata compresa tra trenta secondi e un minuto e mezzo, pensati idealmente per quel musicista/improvvisatore/mad doctor di Eugene Chadbourne con cui in quegli anni Zorn aveva condiviso tanta musica e tanta creatività.
L’esecuzione in questo cd è riposta nelle capaci e versatili mani di Marc Ribot, uno dei chitarristi più versatili e intelligenti che la scena newyorkese abbia mai sfornato che si dimostra perfettamente a suo agio su questi studi che rappresentano una dura prova per qualunque virtuoso: ho avuto la fortuna di vedere Ribot eseguirli dal vivo e ricordo ancora la stupore nel vederlo armeggiare con palloncini, bacchette di legno, maltrattando e portando al limite il proprio strumento, usandolo come un generatore di suoni atonali e inconsueti e ribaltando in un istante decenni di iconografia rock e jazz. L’ascolto non è ne semplice ne intuitivo, occorre una certa concentrazione e dedizione per poter capire e intuire il progetto e la struttura portante (che senza alcun dubbio ci sono) di questi studi non fermandosi alle asprezze sonore e ai suoni metafisici che ricordano le urla abrasive dei primi Naked City e la violenza dei Painkiller. Qui però esiste solo la chitarra, scarnificata, estremizzata, nella sua pura, nuda essenza.

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