Intervista a Luca Lampis (Marzo 2016)

Quando hai iniziato a suonare al chitarra e perché? 

 

Ho iniziato a suonare la chitarra quando ero in seconda elementare perché in casa avevo una vecchia chitarra classica Eko che mio padre e mia madre avevano preso quando un negozio di strumenti stava chiudendo e svendevano tutto. A loro piacque la forma e la comprarono, nessuno dei due ci fece mai una nota. Io quando ero a casa da solo delle volte la tiravo fuori dalla custodia e provavo ad imbracciarla immaginando di essere un grande musicista. Poi, come dicevo più o meno a 6/7 anni, con un mio compagno di classe iniziammo insieme un corso nella scuola di musica della città dove  tra l’altro oggi, dopo mille giri, sto insegnando: l’Istituto Musicale “F.Marini”. In seconda media ho smesso per dedicarmi allo sport, pallacanestro, dove stavo ottenendo ottimi risultati, per iniziare a suonare la chitarra elettrica in primo superiore dedicandomici molto seriamente prendendo lezioni private e in varie Accademie. Successivamente risentii per caso il suono della chitarra classica quando avevo 17 anni, nel pieno del mio periodo rock/metal, e mi ci ributtai a capofitto mantenendo sempre indissolubilmente lo studio dell’elettrica che nel frattempo si era sempre più consolidata nella mia vita suonando con il mio gruppo progressive Nefesh con cui continuo a suonare tutt’ora con più di dieci anni di attività. A 18 anni mi preparai privatamente per l’esame d’ammissione nel Conservatorio di Ferrara per studiare con Stefano Cardi che ero anche andato a sentire in concerto e me ne avevano parlato tutti meravigliosamente. A me affascinava la sua duttilità stilistica e il suo interesse per la musica contemporanea e soprattutto il fatto che non disdegnasse la chitarra elettrica, anzi la usava anche per dei brani contemporanei. Avevo la sensazione di aver perso tanto tempo dietro a cose inutili ma durante gli anni ho scoperto che tutte l’esperienze fatte dalla chitarra elettrica alla disciplina imparata nello sport agonistico erano preziose. Mi sono diplomato in Conservatorio con il vecchio ordinamento e ho fatto il biennio di II livello interpretativo-compositivo con 110 e lode sempre a Ferrara con Cardi, il tutto in soli otto anni complessivi al posto di 12 studiando “a testa bassa”. Durante gli anni ho vinto tre borse di studio interne al Conservatorio tramite concorsi interni tra tutti gli studenti di tutti gli strumenti, ho vinto due borse di studio all’estero che mi hanno dato l’opportunità di studiare in Inghilterra e in Spagna, ho studiato e fatto masterclass con altri docenti in Italia e all’estero e ho particolare piacere nel ricordare Stefano Viola, Paolo Pegoraro che mi hanno dato ottimi consigli, Paul Galbraith e tanti altri.

Qual è il tuo background musicale? 

Considero il mio background musicale estremamente ampio in quanto comprende parecchi generi diversi tra loro, dal metal alla classica, blues, jazz, musica indiana, free improvisation, musica “classica” contemporanea…

Con che chitarre suoni e con quali hai suonato?
Come  chitarra classica suono una Locatto che a volte abbino ad una Scatasta (ottimo liutaio marchigiano), come elettrica adopero da sempre principalmente la mia Jackson con Floyd Rose made in USA modificata in parecchie parti tanto che non la considero più nemmeno una Jackson. I pick up me li sono fatti fare da Bill Lawrence per esempio.
 

Come è nata l’idea di un cd in solo come D’Improvviso? E come è stato registrato?

L’idea di un disco come “D’Improvviso” si è fatta avanti come naturale conseguenza di una predilezione istintiva alla creatività estemporanea direi. Mi ricordo che i primi anni che prendevo in mano una chitarra elettrica, a 14 anni circa, con mio padre assemblammo e costruimmo un rack preamp e effetti artigianale comprando i pezzi tramite una rivista che si chiamava “elettronica” che dava il circuito base, tutti i pezzi necessari e poi bisognava assemblare il tutto correttamente, saldando e tutto il resto… una sorta di Ikea per apparecchi elettronici. Assemblai il tutto sotto la supervisione di mio padre e iniziai a sperimentare il mondo degli effetti e della chitarra elettrica non conoscendo praticamente nulla di teoria e suonavo ore improvvisando gustandomi i suoni. Registrai parecchie idee su musicassette tramite un vecchio registratore di mio padre che avevo in casa e avevo tante idee che ribollivano incomprensibili anche a me stesso. 
Nel primo periodo degli studi in Conservatorio, da più grande, quasi azzerai questi momenti di semplice gusto dei suoni e della ricerca delle loro cariche emotive interne aldilà di ogni conoscenza teorica perché l’accademismo mi aveva messo sempre più “paletti” e solo con il tempo ho ripreso a ricercare queste libertà interiori concentrandomi solo nel riuscire a seguire il flusso del momento.
Iniziai a mettere delle improvvisazioni come bis dei concerti che iniziavo a fare. Poi una svolta più forte ci fu quando andai a studiare in Inghilterra presso il Conservatorio di Birmingham dove seguii fra i vari corsi anche quello di “Free Improvisation” dove mi si aprì un mondo e gran parte di quella spinta all’improvvisazione “libera” che già avevo da sempre, pretese più considerazione, come se un mio capriccio, una mia velleità avesse trovato un appiglio solido per cercare di divenire realmente
possibile. Continuai con sempre più entusiasmo a ritagliarmi momenti dove cercare di non pensare a tutto ciò che avevo imparato e semplicemente suonare ascoltandomi.
Ad un certo punto il pensiero di un disco in cui registrare questo tipo di “esperimento”, forse anche infantile, è stato naturale. Scelsi di registrare tutto in un’unica sessione. Inizialmente volevo fare solo una prova ma poi mi sono divertito e ho scelto di prendere quel materiale così com’era, traccia dopo traccia perché era il miglior riflesso di ciò che volevo fare: un esperimento con me stesso, come cercare di scattare delle foto di un mio flusso interiore.
La registrazione è stata fatta nel “Music Explosion Studio” di Stefano Carloni con un microfono (Avantone) e le mie due chitarre Locatto e Scatasta una accordata normale e la seconda accordata in modo del tutto non convenzionale seguendo un’altra intuizione che avevo avuto anni prima, suonando con la quinta corda così lenta tanto da suonarci tirandola su con un dito da sotto. 
 

Elabori una “forma” predefinita apportando aggiustamenti all’occorrenza o lasci che sia la “forma” stessa ad emergere a seconda delle situazioni, o sfrutti entrambi gli approcci creativi?

 
Sfrutto entrambi gli approcci a seconda di quanto voglio sentirmi “libero” o “perso” con la chitarra in mano e a volte un approccio modifica l’altro. Anche in alcune tracce del disco è successo di aver iniziato un pezzo pensando di voler avere tre blocchi totali e invece poi le cose sono andate molto diversamente, spiazzando anche me. A volte gli “errori” che mi venivano fuori ovvero una nota suonata senza essere stata pensata prima o una nota stoppata prima di quando volessi nel mentre che la stavo suonando mi hanno aperto improvvisamente porte che non avevo nemmeno pensato e ho scelto di entrarci senza aspettative. È come correre su una strada e vedere ad un certo punto una strada di fianco che non si era vista prima perché era dietro ad un muretto, si può scegliere in un attimo di buttarcisi dentro e vedere che cosa ci si trova o meno. Se non ci si vuole buttare si può considerare quella nuova strada vista d’improvviso come una “distrazione” (errore) oppure si può cambiare strada e imboccarla come una nuova possibilità. Il punto, che spesso fa tremare le dita e fa ritornare alle strade che già si conoscono, è che non si sa che cosa riusciremo a trovare in quelle strade o in generale improvvisando in questo modo. Può oggettivamente uscirne una serie di suoni assolutamente “non efficaci” o “insulsi” tanto da far pensare a chi ascolta (me compreso) “perché dovrei continuare ad ascoltare questi suoni?”.
 
Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?
 
L’occidente ha sviluppato durante i secoli una profondità armonica e strutturale a volte impressionante, (mi vengono in mente giganti come Ockeghem, Bach e Wagner per esempio) e una ricercatezza melodica raffinata. In altre parti del mondo si sono percorse altre strade. Il mondo che noi oggi definiamo “classico” è stata musica viva di ogni suo tempo, nata io credo molto spesso da quelle che potrebbero essere chiamate “improvvisazioni”. Sappiamo per certo l’inclinazione all’improvvisazione di J.S.Bach, di N.Paganini, di tutti i musicisti dei periodo precedenti a Bach e di tanti altri. Ovviamente ognuno “improvvisava” all’interno del proprio periodo con le influenze del proprio percorso e spesso attraverso le regole stilistiche del proprio tempo. Il jazz, anche visto all’interno della storia della musica, è un’ennesima espressione musicale al cui interno l’improvvisazione ha una funzione fondamentale ma anche qui abbiamo nella maggior parte dei casi un’improvvisazione con le sue regole strutturali e formali. Per esempio al tempo di Bach l’arte dell’improvvisazione si poteva esprimere attraverso delle variazioni estemporanee su di un tema dato, prova ne è il vecchissimo Reinken che si emoziona e commuove sentendo suonare Bach ad Amburgo nel 1720 una serie di variazioni su un corale portandolo a dire “Credevo che quest’arte fosse morta. E invece, vedo che rivive, in Lei…”.
In sostanza ciò che voglio dire è che l’improvvisazione, concependo questa parola con il senso più ampio possibile, è quasi sempre quell’attività tramite la quale le idee hanno un’importante possibilità di “venire al mondo”. Così spesso un tema di una sinfonia, di un’aria, di una sonata viene al mondo tramite un’improvvisazione, per “sbaglio”… per cui in fin dei conti l’improvvisazione ha sempre fatto parte della mia ricerca musicale l’improvvisazione è un terreno molle, liquido, non chiaramente definito da cui emergono cose più o meno chiare, più o meno compiute e da cui poi dovremo essere noi bravi a vederne una essere organico da un embrione. Anche il mio disco “D’Improvviso” non vuole essere la manifestazione della mia arte compositiva ma è semplicemente una serie di percorsi.
Il repertorio “classico” oggi appare come una serie di torri d’avorio potenti e perfette in un certo senso, come se tutto ciò fosse nato esattamente così lo si vede da compiuto, ma ovviamente, tranne rari casi, è il frutto di un percorso più o meno tormentato e di un lavorio a volte continuo e costante su alcune idee abbastanza chiare. Idee per l’appunto nate spesso da intuizioni “a tavolino” ma altrettanto spesso da intuizioni “strumento in mano”. Anche il jazz è codificato, come dici tu, tranne alcuni filoni che prendono nomi specifici come “free jazz” da cui spesso la maggior parte dei jazzisti si distaccano tra l’altro. La musica “classica contemporanea” ha in questi ultimi decenni dato vita a movimenti come quello che citavo del “free improvisation” che va a mettersi in un altro filone ancora di ricerca e se guardiamo al ‘900 troviamo altri movimenti come quello della “musica aleatoria” e sinceramente io credo che in un certo senso parte della mia ricerca si vada a piazzare tra la musica aleatoria e il free improvisation in quanto a volte alcune linee o piccolissimi temi ce li ho in partenza appena definiti.
In definitiva oggi la parola “improvvisazione”, come tante altre parole, va a significare un po’ tutto e un po’ niente guardando la lunga storia che ha alle spalle. E ho evitato di parlare dell’esperienza improvvisativa delle musica di altre culture come quella indiana e mediorientale.
 
Il tuo disco è molto particolare, ricorda di più una sorta di “stream of consciusness” che non un progetto più definito e articolato .. presentato così non c’è il rischio di sovraccaricare l’ascolto con eccessive ripetizioni e iterazioni che poi si esauriscono senza uno sviluppo organico?
 
La risposta a questa domanda può essere “Si. E quindi?”. Nel senso che oggi siamo ossessionati in linea di massima prima di tutto ad etichettare ciò che ascoltiamo dovendo per forza metterlo in un filone piuttosto che in un altro. Così facendo siamo innanzi tutto rassicurati dal fatto che sappiamo che stiamo per esempio ascoltando un genere e non un altro, che siamo parte di un cosa e non di un’altra. Spesso è un atteggiamento involontario che ci è stato inculcato nel nostro tempo dalla commercializzazione della musica che deve per forza creare delle cerchie chiamate con un nome affinché tutti i fan possano mettercisi dentro e comprare più facilmente con la rassicurazione di sentirsi parte di una cosa ben definita da un’altra (metal, rock, jazz, blues, pop, house…). Basti pensare che spesso basta cambiare una parola in una definizione per far si che un ascoltatore escluda a priori un altro genere (rock’nroll, hard rock, british rock, alternative rock, progressive rock, Psychedelic rock…).

In secondo luogo, soprattutto arrivati in questa epoca, in questo secolo, mi viene da chiedere “perché dovrebbe esserci uno sviluppo organico? Perché dovrei evitare eccessive ripetizioni? Perché dovrei cercare di dare un senso socialmente accettabile ad una musica piuttosto che preoccuparmi di esprimere al meglio ciò che ho necessità di esprimere?”. Il punto poi, relativamente a questo specifico disco, è che “D’Improvviso” è una serie di foto appunto improvvise del mio flusso emozionale preso attraverso il linguaggio dei suoni. Non è sicuramente una composizione, è più come fosse una dichiarazione d’amore banalmente espressa senza il tempo di pensare alla poesia, una panciata nell’istinto in cui la problematica che se possa essere esteticamente “bello” o “brutto” non me la pongo. Il punto e l’obiettivo sono totalmente altro dal comunicare e molto più sull’esprimere. Forse si…forse è un’ingenua e sincera forma di “espressionismo improvvisativo” un’estremizzazione poco interessante della musica aleatoria imbevuta in un po’ di romanticismo…

 
grazie Luca!

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