Otomo Yoshihide, Guitar Solo 2015 RIGHT, DoubtMusic Records, 2015

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Recensione di Otomo Yoshihide, Guitar Solo 2015 RIGHT, DoubtMusic Records, 2015

L’anno scorso Otomo Yoshihide ha prodotto il cd Guitar Solo 2015 LEFT, in cui ha reso omaggio al suo ex insegnante Masayuki Takayanagi, una delle figure più importanti della scena musicale libera giapponese degli anni Sessanta in poi.
Ora sembra aver completato l’opera con questo nuovo Guitar Solo 2.015 RIGHT, con un titolo e una copertina quasi identiche, in cui Otomo utilizza la stessa chitarra, anche se il materiale è completamente diverso. In questo caso abbiamo una “ricostruzione” di un pezzo che è stato originariamente creato per la mostra “Otomo Yoshihide: Between MUSIC and ART” , che si è tenuta a Tokyo tra il 2014 e il 2015. Per l’occasione, il musicista ha registrato un totale di 123 tracce la cui lunghezza variava da pochi secondi a un minuto. Dopo la registrazione del materiale è stato dato a Akihito Matsumoto, che ha usato per alimentare il sistema audio alla mostra, controllando l’output sonoro attraverso un programma per computer che mescola i frammenti in configurazioni sempre mutevoli.
Anche in questo aspetto il collegamento con Takayanagi è forte, con un lavoro che ha una profonda risonanza degli esperimenti “automatizzati” che il chitarrista aveva esplorato nei suoi ultimi anni, . Le strategie impiegate qui, ed i suoni che ne derivano, sono però molto diversi.
Composto da un unico pezzo più di sessanta minuti di lunghezza, questo disco non ha un’identità definita. L’apertura ricorda il linguaggio dell’improvvisazione libera introdotta da Derek Bailey, con brevi sequenze di suoni che si intersecano e si sovrappongono attraverso il campo sonoro. Presto l’atmosfera cambia e fantasmi di melodie emergono, in contrasto con i campioni precedenti. Questo dialogo continua per tutta l’intera traccia, creando affascinante mix basato sull’improvvisazione, in cui la casualità diventa una precisa logica compositiva.
Questo però mi sembra interessante anche per un altro aspetto: dato che è il computer che alla fine assembra i mosaici sonori di Yoshihide, è ancora possibile considerare questo disco il prodotto di una improvvisazione? E se così fosse allora anche i computer possono improvvisare? Forse non dovremmo riprendere in mano, sotto un altro punto di vista, il concetto di Alea introdotto da Boulez? In ogni caso si tratta di un cd che non posso non raccomandare.

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