Ghost Town di Bill Frisell, Nonesuch Records, 1999

Recensione di Ghost Town di Bill Frisell, Nonesuch Records, 1999

Credo ci sia qualcosa di profondamente bello, onesto e sincero nelle musiche di Bill Frisell. Qualcosa che è insito nel suono delle sue chitarre. Anche in questo Ghost Town, sua prima opera solista, dove si divide egregiamente tra chitarra elettrica, chitarra acustica con l’aggiunta di qualche loop elettrico. quello che ascoltiamo in questo disco è il Frisell di sempre: innovativo ma allo stesso tempo melodico, noise ma allo stesso tempo inserito nella tradizione, trasversale ma a volte introspettivo fino alla malinconia più dolce.
Questa sua Città Fantasma è un residuo archeologico del passato, tra le sue rovine decadenti ma ancora orgogliosamente in piedi a testimonianza di un passato pieno di vita, di lotte, di sangue e di risate si muovono le sue composizioni che citano presente e passato della musica. Frisell è un chitarrista dalla tecnica e dall’intelligenza sopraffina che ha deciso di rinunciare a queste sue caratteristiche per mettersi umilmente a servizio della musica, della sua musica e di quella degli altri, come testimoniano il sentito omaggio a John Mclaughlin (Follow Your Heart), il tributo ai fratelli Gershwin con l’immortale My Man’s Gone Now da Porgy and Bess e I’m So Lonesome I Could Cry di Hank Williams, tutte rilette in modo minimale e essenziale, distillandole fino all’osso.
E poi il blues, la musica folk americana, le tradizioni apalachiane, la grande depressione, il jazz che fa capolino sornione ogni tanto a ricordarci che in questa città fantasma, dove ogni echeggia l’ululare del vento, le urla dei fantasmi, il passato che non trova pace. 
Ghost Town è una piccola città abbandonata, persa chissà dove nella prateria americana, un po’ malridotta, sbiadita dal tempo e consumata dal vento, ma un po’ più avanti nelle rapide del fiume si può sentire suonare John Fahey, Charlie Christian, Mississipi John Hurt e Gary Davis.
Bill Frisell è uno dei giganti buoni della chitarra moderna, felicemente perso nella sua missione, piena di influenze jazz, di scoprire e reinventare la musica americana attraverso gli stili più disparati.

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