Intervista a Paolo Angeli di Andrea Aguzzi (Gennaio 2009)



La prima domanda è la più semplice, banale e credo che te la facciano a ogni intervista: com’è nato il tuo amore per la chitarra?

Paolo Angeli: È stato un incontro casuale…papà è chitarrista e in attesa di una tastiera che non è mai arrivata mi sono ritrovato tra le mani la sua chitarra. È stata una relazione tormentata! Paragonabile ad una storia d’amore che nasce troppo presto e che cerchi di portare avanti tutta la vita. Ho dovuto faticare a mantenere una continuità con la sei corde. Le piccole e grandi crisi negli anni mi hanno avvicinato a praticare altri strumenti in modo costruttivo. Mi considero un musicista che suona la chitarra, non un chitarrista.

 

Ho notato che i tuoi cd riflettono un lavoro di equipe che svolgi sempre con le stesse persone: Roberto Monari ,come tecnico del suono, tuo fratello Nanni, bravissimo fotografo, e Ale Sordi, parte grafica. Come è nata questa squadra?

P.A.: È un equipe con cui adoro lavorare. Ogni processo artistico è molto articolato e poter contare su personalità di spicco e competenze tecniche eccelse è un grande privilegio. Per cui mi piace pensare che dietro un lavoro solista ci sia una dinamica di creazione collettiva in fase di pre e post produzione. Dietro questa collaborazione pluridecennale ci sono percorsi umani condivisi, passioni politiche e visioni simili sulla vita. Aggiungerei nella lista Paolo Carta – web master – Francesco Carta – tecnico luci – e Simone Ciani, operatore video.

Come è il tuo rapporto con lo studio di registrazione e con le case discografiche? Sembra che tu abbia un ottimo rapporto con la ReR, casa discografica di culto gestita da un personaggio particolare e molto intelligente come Chris Cutler, come sei arrivato a loro?

P.A.: Il rapporto con la ReR parte dal CD live Bucato. Una volta che la ReR decide di produrre un tuo lavoro, Chris lascia totale libertà all’artista, che può arrivare a chiudere il master e l’artwork senza alcun intervento di censura. In parte si verifica una dinamica simile all’autoproduzione, con i vantaggi di un’ottima visibilità e promozione internazionale. La scuderia ReR è una sorta di famiglia allargata che racchiude in gran parte musicisti che stimo tantissimo (Frith in primis). In ogni caso produco solo dischi in cui mi identifico e non do margini di intervento a terzi sull’estetica che voglio comunicare. Solo dopo aver chiuso il master cerco la produzione affidandomi a persone con cui ho un rapporto di fiducia.

Come vedi la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario?

P.A.: È una crisi che non coinvolge il mercato dell’artigianato. Noi siamo piccoli sognatori, che viaggiano con scatole di CD per venderli ai concerti e che derterminiamo il prezzo a seconda del luogo in cui facciamo le tourneè. Si ha un contatto diretto tra artisti e pubblico e alla fine della serata chi ti ascolta ama portare con se un piccolo pezzo della tua storia. Il dowload completa questa opportunità in cui, gratuitamente, tutti possono fruire della musica. È un importante risorsa. E vorrei smitizzare il concetto che vede in relazione MP3=bassa qualità. Sono cresciuto con l’era dei mangia dischi (45rpm) e delle mangia cassette in mono. I bassi costi di produzione permettono a chiunque di produrre un CD. È un elemento di democratizzazione del mercato discografico. Ai grandi numeri non abbiamo accesso per cui: siamo salvi!

Tu provieni da una scelta culturale, quella bolognese degli anni 90 a cui sono “sentimentalmente” affezionato: in quegli anni davo una mano a realizzare un programma radiofonico su Radio Popolare dedicato al post rock e all’avanguardia e mi ricordo diverse corse in macchina verso Bologna per assistere ai concerti al Link. Che ricordi hai di quegli anni? Ce ne vuoi parlare magari accennando a quelle fucine di talenti e idee come il DAMS e il Laboratorio di Musica e Immagine?

P.A.: Rimando alla mia biografia sul sito. Ribadisco che gli anni ’90 sono stati anni stupendi per una città che ha digerito una sanissima produzione culturale antagonista. Rivendico il movimento delle occupazioni. Fanno parte della mia storia, sono state il presupposto per un confronto dialettico tra realtà di incredibile vivacità. Mi sento un privilegiato nel poter circuitare nel mondo in realtà molto simili a quelle che hanno dato origine alla mia parabola artistica. Il LM&I? Un sogno ad occhi aperti di incredibile attualità. Il post anni ’90? Un sentirsi costantemente dietro le barricate a difendere con i denti stretti piccoli spazi di libertà. Questa è una delle ragioni per cui ho lasciato l’Italia.

A proposito del Laboratorio di Musica e Immagine, hai mantenuto i contatti con quel manipolo di artisti? Che cosa è successo dopo il suo scioglimento?

P.A.: Con Stefano Zorzanello abbiamo continuato a suonare in duo. Gran parte degli altri musicisti hanno collaborato creativamente al mio album orchestrale Nita l’angelo sul trapezio: un manifesto che racchiude la Bologna che più ho amato. Sono in contatto con loro e il fatto che gran parte del LMI si sia ritagliato un consenso internazionale è un’importante testimonianza della ricchezza di quel movimento. Inoltre è importante evidenziare che a raggiungere una maggiore notorietà siano state le ragazze: Margaret Kammerer, Daniela Cattivelli, Olivia Bignardi. Un segnale che va contro la visione fallocentrica del sistema musicale italiano.

Da qualche anno ti sei trasferito a Barcellona, città stupenda e di cui sono innamorato. Come è la realtà musicale barcellonese? Conosco bene il Festival Sonar, hai trovato delle affinità con altri artisti spagnoli?

P.A.: È una città che amo profondamente. Per ora osservo e godo delle intuizioni di musicisti più giovani di me. Adoro Amnda Jayne, musicista americana che è un po’ la colonna sonora della Barcellona meticcia. Con la realtà del Sonar non ho contatti (se non da fruitore). Ma ultimamente preferisco assistere ad un festival di cinema di animazione, o ad una mostra fotografica, che andare ad ascoltare un concerto: mi sorprendo e mi emoziono con più facilità.

Fred Frith e Giovanni Scanu sono stati i tuoi “genitori musicali”. Il nostro blog è particolarmente interessato alla musica popolare e la Sardegna è un grande serbatoio di tradizioni, ci vuoi parlare di questo compianto grande musicista che è stato Scanu e del suo stile musicale?

P.A.: Zio Giovanni è la linfa della mia ricerca. Adoro la musica tradizionale sarda e Giovanni Scanu è stato l’ultimo grande maestro della tecnica ad arpeggio. Conoscerlo è stato come accedere ad un mondo in estinzione: una sorta di passaggio di testimone, di consegna di un prezioso ricordo. È stata una vera fortuna poter essere un suo allievo. È la prima vertebra della mia spina dorsale. Rimando al mio libro Canto in Re per capire quanto è stata impotante la sua figura nella mia vita di musicista.

Fred Frith ha dichiarato nell’intervista rilasciata Enrico Bettinello sul BlowUp che “..restando nell’ambito dei chitarristi, ci sono tre musicisti con cui sento una particolare affinità in questo momento e si tratta di artisti che magari la gente non immaginerebbe: uno è Camel, uno è Paolo Angeli e l’altra è Janet Fader; sono artisti con cui sento di comunicare, oltre a essere persone straordinarie…”, una bella dichiarazione di stima! Ho avuto il piacere di incontrare il Professor Frith dopo il concerto di Cosa Brava a Venezia aprile 2008 e sono rimasto colpito dalla sua cortesia e dal suo sense of humor, com’è il tuo rapporto con lui? Cosa significa suonare con un gigante come lui?

P.A.: Fred è il simbolo di una musica aperta, realmente libera: un free che non si chiude ma che accoglie tutte le contraddizioni del mondo contemporaneo. Inoltre Fred è un ponte tra le generazioni. Nella sua band Cosa Brava suonano musicisti di età compresa tra i 28 e i 60 anni. Ciò evidenzia la sua curiosità e la sua innata comunicativa che lo porta ad essere adorato dai musicisti della mia generazione. Il rapporto è di profonda stima e amicizia. Nell’ultimo suo disco in solo per chitarra acustica uno dei brani è dedicato a me e questo mi lusinga non poco.

Il 4 agosto 2005 hai suonato al Sant’Anna Arresi Jazz Festival con Pat Metheny, Antonello Salis e Hamid Drake, essendo un fan di Metheny ho la registrazione di quel concerto, meravigliosamente basato su una rete di tessuti musicali improvvisati, che ricordi hai di quella serata? Sei sempre in contatto con Metheny, pensate di realizzare qualcosa assieme, con le vostre due chitarre sarde preparate? Ti confesso di essere molto curioso su cosa Metheny ne possa ricavare …

P.A.: Pat ha utilizzato lo strumento su The way up in sovraincisione. Attualmente stiamo collaborando per sviluppare ulteriormente la tecnologia applicata alla chitarra sarda preparata. Probabilmene quest’anno inizierà ad utilizzarla in una sezione dei suoi live. Sul nostro concerto ho diversi ricordi…la scelta di impostarlo completamente libero, senza fare prove, ha generato dinamiche inaspettate. È stato un bel modo per coronare un incontro ricco di implicazioni emotive (a 16 anni suonavo tutti i suoi brani per ore!). Sul futuro lascio le evoluzioni al caso: la mia parabola artistica non è mai stata calcolatrice nell’impostare a tavolino le collaborazioni.

Facciamo un gioco: ti faccio alcuni nomi, che penso siano legati alle tue idee musicali, mi dici se ci ho azzeccato e che cosa significano o hanno significato per te? Incomincio:

Paolo Angeli:
– Police : Summer è il collante e insieme a Towshed (The who) un grande esempio di anti virtuosismo nel rock.
– Tom Cora: un rimpianto non aver mai potuto suonare con lui. È lo spunto per cui ho iniziato ad usare l’arco. Una cavalletta in simbiosi con il suo violoncello, uno dei massimi esempi di strumento quale estensione del proprio corpo.
– Ex: politica e vita musicale inossidabilmente legati. La libertà e l’utopia rossa del punk più creativo.
– Keith Rowe: uno dei padri della chitarra perparata. Massimo rispetto.
– Frank Zappa: troppo geniale per essere preso sul serio dai bigotti dell’accademia.
– John Zorn: un bravo musicista preso troppo sul serio.
– Ennio Morricone: straordinario melodista, il suono del West cullato dal fischio e dalla chitarra tutta frequenze medie!
– Harry Partch: un genio dell’arte del creare strumenti. L’incarnazione del pensiero libero americano senza tabù.


Ascolti mai musica classica o musica per chitarra classica contemporanea?

P.A.: Ascolto con piacere tre chitarristi italiani: Marco Capelli, Maurizio Grandinetti, Walter Zanetti.
In generale preferisco ascoltare altri strumenti.

Hai una discografia davvero impressionante e ho notato che preferisci le incisioni live a quelle in studio, anche la tua ultima fatica Tessuti è stata registrata live, scelta azzeccata visto il carattere “improvvisativo” della tua musica, ma se tu dovessi consigliare a una persona che non conosce la tua musica … che dischi gli diresti di andare ad ascoltare per primi?

P.A.: Partirei dagli ultimi…perché un artista si ritrova dinamicamente nel suo presente. Se poi ha pazienza gli suggerirei di guardare al passato. Di Linee di Fuga mi convincono ancora le parti più rumoriste, di bucato condivido quasi tutto. Dove Dormono gli Autobus e Nita li sento immortalati: sono una parte molto importante della mia vita.

Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? E’ vero che non sai leggere le partiture musicali, o è una leggenda?

P.A.: Baso l’80% del mio approccio sull’improvvisazione. Le partiture…lasciamo vivere la leggenda? Non amo leggere la musica e non l’ho mai fatto in dimensione live (se non per ricordare le macro strutture). So decodificare una partitura ma non mi sognerei mai di affrontare un concerto senza averla digerita e memorizzata integralmente. Detto questo sono consapevole che è un limite ma…alla soglia dei quaranta cosa posso farci? 😀

Consigliaci cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con te.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta …

P.A.: Troppo pochi…mi annoierei! Bene ci provo!
Il cofanetto live di Björk (e già sono 4!), Skeleton Crew o Speechless o Gravity o Dropera (Frith), Gli Aggius (Coro del galletto di Gallura), la gara di canto tra Francesco Cubeddu e Mario Scanu (chitarra Adolfo Merella) e…porterei un collegamento wireless per ascoltare tutto quello che diffonde internet.

Che cosa stai ascoltando ultimamente? So che sei un ascoltatore compulsivo, quando ti piace qualcosa o qualcuno ti fissi e raccogli la sua discografia completa, dacci qualche consiglio.

P.A.: Sto divorando l’intera discografia di Carla Kihlstedt, una musicista eccellente, onnivora, in grado di spaziare tra il pop più raffinato, l’avant-rock, la free music. Poi ascolto due compilation fantastiche di musica Funky nigeriana pre Fela Kuti, l’intero catalogo della Terp – etichetta di Terry Ex in gran parte dedicata all’Africa – Hanne Hukkelberg, sublime pop norvegese, Amanda Jayne, Volta (Björk), il mitico Tom Zé, visionario compositore brasiliano. Sto diventando pigro e…mettere un Cd nel computer mi costa più fatica che accedere a youtube o myspace. Un esempio?In questi giorni ascolto la Crappy Mini Band, una sorta di post punk band che usa strumenti giocattoli e le loro gemmazioni (scena creativa belga/nipponica)…ieri ho passato al setaccio 6 versioni live di ‘In Your Eyes’ di Peter Gabriel! Un’ora immerso nel sound anni ’80.

Il Blog ha aperto di recente una nuova rubrica dedicata ai giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli ti sentite di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

P.A.: Stringere i denti, infrangere le barriere senza preoccuparsi dei giudizi esterni, dubitare dei maestri che impongono una visione della realtà, rincorrere quelli che evidenziano la relatività di un pensiero musicale e che amano la diversità piuttosto che i propri simili.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando e con chi e per chi ti piacerebbe suonare?

P.A.: Sono appena rientrato da un tour con la violinista giapponese Takumi Fukushima. Ho caricato sulla pagina www.myspace.com/angelifukushima alcune tracce (l’audio è pessimo ma…mi piace il sapore da live pirata!
È un duo in cui alterniamo parti libere a vere e proprie canzoni: ho molte aspettative per questo incontro. Poi continua la ricerca sul solo. Mi piacerebbe produrre un nuovo disco interamente registrato dal vivo nel 2009. In questi giorni stò lavorando a Sponde di Passione: una sintesi tra fotografia (Nanni Angeli), trapezio (Elena Zanzu) e musica (Ganesh Anandan, Takumi Fukushima).

Una curiosità un po’ sciocca se vuoi: oltre alla chitarra tu e Metheny avete in comune il gusto di suonare dal vivo indossando maglie a righe … come mai? Semplice scaramanzia da concerto o c’è un significato particolare per te?

P.A.: È il modo più semplice per sentirmi a due passi dal mare. Dopo tanti anni per me le righe sono quello che mi porta a chiudere gli occhi e… toccare la mia casa.

Ultima domanda: non ti ho domandato ancora niente sul tuo strumento, la chitarra sarda preparata, non l’ho fatto un po’ perché sono riuscito a documentarmi sull’ottima tesi di laurea realizzata da Stefano Bonelli …. e un po’ perchè penso tu sia anche stufo di doverne parlare a ogni intervista. Quindi solo una domanda veloce: quali sono i prossimi interventi e modifiche che pensi di apportarle, o che lei hai apportato di recente?

P.A.: Il giorno che smetterò di elaborare lo strumento implicherà una fase di stanca creativa. Spero di poter lavorare tutta la vita con la stessa gioiosa curiosità che ha generato questa strana creatura. Ora è la volta della messa a punto del mollofono: una sezione dello strumento nata per realizzare un violoncello volante, trasformatasi per esigenze fisiche della chitarra in una centrale di rumore!

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