Intervista a Matteo Tundo (Aprile 2016)

 
Quando hai iniziato a suonare la chitarra e perché? Che studi hai fatto e qual è il tuo background musicale? Con che chitarre suoni e con quali hai suonato?

Ho iniziato a suonare la chitarra a 14 anni. Ascoltavo musica rock e metal e la chitarra elettrica era l’emblema di questi generi; ho iniziato come la maggior parte dei chitarristi credo. Inizialmente sono stato un autodidatta poi, a poco a poco, ho iniziato a sentire l’esigenza di saperne di più. A 17 anni ho iniziato a frequentare una scuola privata a Potenza per prepararmi all’esame d’ammissione al conservatorio per il corso di chitarra classica. Parallelamente agli studi classici in conservatorio ho continuato a frequentare lezioni private e sono stato avvicinato al mondo del jazz. Nel corso di un anno il mio interesse si è spostato in quella direzione, e quindi ho deciso di andare a Firenze e iscrivermi al triennio di chitarra jazz al conservatorio, mi sono laureato in questa disciplina lo scorso anno e ora sto frequentando il biennio di Musica e Nuove Tecnologie.
La chitarra che uso di più è una Dean Palomino, una semiacustica davvero sorprendente, che a mio parere non ha nulla da invidiare a chitarre più rinomate dal prezzo decisamente superiore. Ho usato una Ibanez Joe Satriani, una Taylor acustica, una Ramirez classica e molte altre; la mia prima chitarra è stata una Eko modello Stratocaster alla quale, grazie all’aiuto di mio padre, anni dopo
ho tolto tutti i tasti per renderla una fretless… non ha funzionato.

 
 
Come è nata l’idea di realizzare il tuo ultimo cd “Zero Brane”? Come mai la scelta di non puntare su una produzione “chitarristica” ma più .. cameristica?

L’idea di Zero Brane deriva perlopiù dalla mia passione puramente amatoriale per la fisica. Mi sono interessato soprattutto alla teoria delle stringhe e alle sue derivazioni, che ritengo di un’eleganza
assoluta. Oltretutto, trovavo delle connessioni tra la musica e questa teoria, dato che una parte fondamentale della stessa è il diverso modo di vibrare delle stringhe. Ho iniziato a pensare dunque
di musicare parti di questa teoria e riproporre un’astrazione sonora di alcuni suoi concetti; mi ci sono divertito molto. Andando avanti con gli studi musicali mi sono reso conto inoltre che non mi interessa l’aspetto virtuosistico dello strumento e odio i dischi in cui il leader deve mettersi in risalto ad ogni costo. Mi interessa solamente l’aspetto sonoro, lavorare sul suono e nel suono. Questo è possibile solo concentrandosi maggiormente sull’aspetto compositivo. Con una formazione di sei elementi ambivo a ottenere un suono cameristico in grado di muoversi tra sonorità più crude ad altre più eteree.

Parlaci dei tuoi compagni di viaggio: Emanuele Parrini (violino, viola), Piero Bittolo Bon (sax alto, clarinetto), Simone Graziano (Fender Rhodes), Matteo Giglioni (batteria), Alessio Riccio (elettronica) .. come è nata la vostra collaborazione?
 
Contemporaneamente al conservatorio ho frequentato anche un anno a Siena Jazz dove ho conosciuto Simone, che era il mio insegnante di pianoforte complementare. Quando decisi di lasciare Siena Jazz ho voluto continuare gli studi con Simone perché sentivo che poteva darmi tanto, soprattutto per l’aspetto compositivo, così abbiamo iniziato un percorso. Mi ha fatto conoscere moltissimi musicisti, tra cui anche quelli che suonano nel mio disco. Sono tutti musicisti
fantastici e sono davvero contento di avere l’opportunità di lavorare con loro. Credo che abbia molta importanza anche l’aspetto umano, e con loro mi sono sempre trovato molto bene; si può ridere, scherzare, ma anche essere seri.

Quali sono state e sono le tue principali influenze musicali? In che modo esprimi la tua “forma” musicale sia nell’ambito dell’esecuzione che nell’improvvisazione, sia che tu stia suonando “in solo”sia assieme altri musicisti? Elabori una “forma” predefinita apportando aggiustamenti all’occorrenza o lasci che sia la “forma” stessa ad emergere a seconda delle situazioni, o sfrutti entrambi gli approcci creativi?

Zero Brane ha avuto un periodo di gestazione abbastanza lungo, quasi tre anni. Le influenze musicali che hanno caratterizzato i brani sono molte e differenti. Per alcuni è chiaro il riferimento a un tipo di avant-jazz che ascoltavo molto qualche anno fa, in particolare i dischi di Tim Berne e Steve Lehman. I pezzi più astratti sono stati pensati dopo, nei periodi in cui ho iniziato ad ascoltare molta musica elettroacustica e contemporanea.
La forma è una delle problematiche più serie nella composizione; io ho lavorato prima nell’ambito della micro-forma, quindi alla cura dei timbri e all’interazione tra gli strumenti. Poi in quello della macro-forma, che comprende anche l’ordine dei brani nel disco. Per i brani che hanno una struttura molto definita cerco di lasciare che la forma emerga da sola nelle parti improvvisate; mentre nei brani più astratti e che si basano sulla libera improvvisazione voglio che si crei la struttura a partire da idee concettuali o forme geometriche.

Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc.?

Il libro di Derek Bailey Improvvisazione analizza bene moltissimi casi di improvvisazione in musiche
differenti con interviste davvero interessanti. L’improvvisazione è sempre stata presente nella musica, le musiche popolari sono pregne di improvvisazione, vedi quella indiana e il flamenco, ma anche la musica barocca. L’improvvisazione esiste in ogni ambito musicale, anche l’interpretazione di un brano classico può essere considerata una forma d’improvvisazione.
A me interessa perlopiù l’improvvisazione non idiomatica, quindi quella che non fa riferimento ad alcun genere musicale preesistente, e l’utilizzo di essa all’interno di una struttura musicale o concettuale. Anche per quanto riguarda l’ambito improvvisativo, credo che l’importanza maggiore debba essere data al “suono” in quanto tale.

In che modo la tua metodologia musicale viene influenza dalla comunità di persone (musicisti e non) con cui collabori? Modifichi il tuo approccio in relazione a quello che direttamente o indirettamente ricevi da loro? Se ascolti una diversa interpretazione di un brano da te già suonato e che vuoi eseguire tieni conto di questo ascolto o preferisci procedere in totale indipendenza?

Inevitabile e indispensabile è che la musica che si produce sia influenzata dai rapporti umani, e credo sia una cosa meravigliosa. È proprio ciò sta alla base del concetto di improvvisazione a mio parere: essere un transistor, un ripetitore di tutte le informazioni acquisite, e che ogni incontro o piccola variazione muti il tuo modo di pensare, di comporre e di suonare. Ascoltare molte versioni dello stesso brano aiuta sicuramente a creare una propria versione personale; più informazioni si ottengono dagli altri più si è capaci di darne di proprie.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Credo che per fare musica sia assolutamente necessario avere una coscienza storica molto forte, il capire che epoca stiamo vivendo e soprattutto il perché. Per capire e vivere la contemporaneità, proiettati verso il futuro, è necessario uno studio del passato, non solo da un punto di vista musicale, ma anche storico e sociale. Riguardo questo tema ammiro molto l’idea di Luigi Nono che concluse la sua lettura “Presenza storica nella musica d’oggi” a Darmstadt nel 1959 con queste parole: “La musica resterà sempre una presenza storica, una testimonianza degli uomini che affrontano coscientemente il processo storico, e che in ogni istante di tale processo decidono in piena chiarezza della loro intuizione e della loro coscienza logica ed agiscono per schiudere nuove possibilità all’esigenza vitale di nuove strutture. L’arte vive e continuerà a svolgere il suo compito. E c’è ancora molto e meraviglioso lavoro da compiere”.

Ci consigli cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con sé.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..

Probabilmente preferirei portare dei libri su un’isola deserta, ma in ogni caso…

Autechre– Exai
Morton Feldman – For Bunita Marcus
Bernard Parmegiani – La creation du Monde
Tyshawn Sorey – Alloy
Anna Thorvaldsdottir – Aerial

se posso aggiungerne un altro…
Luigi Nono – Fragmente-Stille, an Diotima

Con chi ti piacerebbe suonare e chi ti piacerebbe suonare? Che musiche ascolti di solito?

Mi piacerebbe molto suonare con Tyshawn Sorey, un batterista straordinario, ma soprattutto un compositore geniale; credo sia uno dei pochi che davvero ha trovato la giusta alchimia tra improvvisazione e scrittura. Inoltre l’anno scorso avevo iniziato lo studio della Sequenza XI per chitarra di Luciano Berio e mi piacerebbe portarla a termine; stessa cosa vale per Algo di Franco Donatoni.
Di solito ascolto musica contemporanea, elettroacustica e improvvisazione non idiomatica.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?
Voglio concentrarmi sulla composizione e sulla ricerca in ambito acustico/musicale.

 Ultimamente sto lavorando a un brano per oboe, pianoforte ed elettronica, ma ci vorrà ancora molto tempo per portarlo a termine. Inoltre spero di riuscire a concludere entro quest’anno un disco di musica elettroacustica al quale sto lavorando da diversi mesi. Sono completamente proteso verso la continua ricerca di possibilità. Sono convinto che il ricercare sia anche più importante del trovare.

 

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