Intervista a Marco Del Greco (Ottobre 2014)



Quando hai iniziato a suonare al chitarra e perché? Che studi hai fatto e qual è il tuo background musicale? Con che chitarre suoni e con quali hai suonato? 

Ho iniziato a suonare la chitarra all’età di sette anni grazie ad un corso pomeridiano tenuto da Roberto Armillotta nella mia scuola elementare a Castel Gandolfo, nei Castelli Romani. L’impostazione è stata subito quella classica (dopo aver superato il problema della grandezza della mia prima chitarra grazie al passaggio dopo qualche mese ad una ¾!). Accanto al repertorio tradizionale, Sor, Carulli, Tárrega su tutti, ricordo con grande felicità l’abitudine al suonare insieme, sia in duo con che in piccoli ensembles di chitarre, oltre a incursioni nella musica sudamericana e popolare.
Dopo quattro anni, in prima media, sono entrato al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma nella classe di Carlo Carfagna; all’epoca c’erano soltanto due cattedre di chitarra ed a fronte di oltre trenta richieste erano disponibili per le ammissioni soltanto due posti: posso dire, senza tema di risultare polemico, che purtroppo oggi nei Conservatori le cose sono cambiate e parecchio. Anche qui la musica da camera e la contemporanea erano pane quotidiano. Ricordo ancora oggi un saggio di classe con “Alias” di Petrassi (nell’era del “vecchio ordinamento”!).

C’è stato anche un periodo della mia adolescenza in cui amavo molto il jazz e lo praticavo con una certa assiduità. Possiedo ancora una splendida Gretsch della fine degli anni ’50, che ormai purtroppo suono di rado.

Gli strumenti con cui suono attualmente sono una Gabriele Lodi in abete del 2009, una Mario Rosazza Ferraris in cedro del 2011, una Sakurai Kohno del 2010 e una Santos Hernandez del 1942, una delle ultime, con fasce e fondo in acero.
In passato ho suonato strumenti di Ramirez III, Bernabé, Contreras figlio, Piretti, Vacca.

Dopo il diploma presso il Conservatorio di S.Cecilia a Roma sei stato ammesso alla Musik Akademie Basel, qual è stata la tua esperienza presso questa prestigiosa istituzione? 

La migliore esperienza da studente della mia vita. Un esempio di come dovrebbero essere tutte le Accademie e i Conservatori di Musica: struttura efficientissima, aperta tutti i giorni fino alle 22, compresa la domenica, aule studio insonorizzate, biblioteca ricchissima e aggiornata, due sale da concerto, docenti di prim’ordine e studenti provenienti da tutto il mondo. Le lezioni con Stephan Schmidt sono state fondamentali per la mia crescita e consapevolezza musicale.

Hai vinto diversi concorsi internazionali ma credo che il più importante riconoscimento sia stato il primo premio presso il Tokyo International Guitar Competition nel 2010, che esperienza è stata? So che nel 2011 hai anche fatto una lunga tournée in Giappone .. come è stato suonare nel paese del Sol Levante? E’ stato in quelle occasioni che hai incontrato il Maestro Hosokawa? 

Il Concorso Internazionale di Tokyo, giunto quest’anno alla 57esima edizione, credo sia uno dei più longevi concorsi chitarristici del mondo e sicuramente tra i più prestigiosi, forse l’unico dove bisogna passare una preselezione via cd. Tra i molti pezzi d’obbligo c’è sempre Bach e un brano di un compositore contemporaneo giapponese. Altra particolarità è che i punteggi dei singoli commissari sono resi pubblici alla fine di ogni prova, una pratica che secondo me, per limpidezza ed onestà, dovrebbe essere adottata da tutti i concorsi internazionali. La mia vittoria è arrivata dopo un quarto premio nel 2009.
In Giappone ho suonato in sale da concerto straordinarie, con capienza anche di 600 persone senza amplificazione: l’acustica più bella che un chitarrista possa immaginare. C’è grande rispetto per chi fa musica ed è incredibile la preparazione non solo tecnica ma soprattutto musicale che ho riscontrato nei giovani chitarristi. C’è inoltre un gran numero di “amateur”, praticanti e non, delle sei corde, che fanno sì che i concerti siano sempre molto seguiti. Inoltre il Giappone è il Paese dei più importanti collezionisti di chitarre ed ho avuto qui la fortuna di poter suonare e confrontare strumenti di liutai quali Torres, Manuel Ramirez, Santos Hernandez, Domingo Esteso, Hauser I (una ex Bream, forse la chitarra più bella che abbia mai suonato in vita mia), Bouchet…
Ma non è in questa occasione che ho incontrato Hosokawa per la prima volta, bensì a Berlino, invitato da lui stesso (dopo un semplice scambio di mail) alla rappresentazione della sua opera “Matsukaze” alla Staatsoper.

L’idea del tuo ultimo cd “Takemistu Hosokawa Works for Solo Guitar” nasce da queste esperienze giapponesi? Come è nata la possibilità di produrlo con la NEOS? 

Questo disco è per me una dichiarazione d’amore per il Giappone.
Il “casus” è nato proprio il giorno successivo alla vittoria del concorso: tra i vari premi c’era un sostanzioso buono da spendere presso un famoso e fornitissimo negozio di spartiti di Tokyo. Lì ho acquistato nel 2010 tutta la musica che poi è finita nel disco. Ho passato poi un paio d’anni studiando e appassionandomi sempre più alla cultura giapponese in generale, una passione che è poi sfociata in un amore vero e proprio.
Per quanto riguarda l’etichetta, ho incontrato personalmente ad un concerto del Quartetto Diotima il direttore della NEOS, Wulf Weinmann, il quale, dopo aver ascoltato una piccola anteprima del progetto, si è subito dimostrato interessato. Il generoso supporto della Fondazione BBVA è stato poi fondamentale e mi ha permesso di poter lavorare al disco con la dovuta calma. Questo fra l’altro è il primo disco per chitarra sola della NEOS, etichetta molto attiva nel campo della musica novecentesca e contemporanea.
Singolare che un chitarrista italiano incida un disco di musiche di autori giapponesi con un’etichetta tedesca sponsorizzato da una fondazione spagnola, no?

Il Maestro Hosokawa ti considera uno dei suoi favoriti chitarristi contemporanei, in particolare ha lodato non solo la tua interpretazione della sua Serenade ma anche il tuo modo di suonare Takemitsu, Posso chiederti che persona è il Maestro? Ho letto di recente il bel libro “Lotus” scritto su di lui da Luciana Galliano e ne sono rimasto impressionato .. è davvero l’erede di Takemitsu? 

Non credo ci siano dubbi! Hosokawa è una persona straordinaria e la sua stima mi riempie di gioia. In Italia non è ancora molto noto nell’ambiente chitarristico, ma nel mondo musicale contemporaneo è uno dei compositori più affermati in assoluto, con commissioni ed esecuzioni dalle più importanti istituzioni musicali, orchestre, teatri ed ensembles. Spero che il bel libro curato dalla Galliano ed in minima parte il mio disco contribuiscano a farlo conoscere meglio nel nostro Paese.
Tra i due compositori non c’è stato un vero rapporto didattico diretto, come si potrebbe immaginare: sempre autodefinitosi autodidatta, Takemitsu non ha mai avuto allievi ufficiali né ha mai insegnato regolarmente in Università o Accademie. Hosokawa invece ha studiato in Germania per circa dieci anni, prima a Berlino con Isang Yun poi a Friburgo con Klaus Huber.
Nonostante ciò il rapporto tra Takemitsu e Hosokawa è stato molto stretto, sono stati persino vicini di casa in montagna a Karuizawa e, curiosa notizia chitarristica, Hosokawa mi ha raccontato di esser stato presente nel 1974 alla prima esecuzione di “Folios”, primo pezzo per chitarra sola di Takemitsu! Hosokawa stesso definisce Takemitsu il suo mentore musicale, anche se lo stile dei due è molto diverso, nello specifico anche nel modo di trattare la chitarra.

Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Non se ne può fare a meno. La musica colta del passato ha sempre avuto una componente improvvisativa: cristallizzata nelle forme della fantasia o della toccata o lasciata al gusto dell’interprete nell’ornamentazione barocca, nella pratica del basso continuo, nelle cadenze dei concerti del periodo classico. Non dimentichiamoci che Bach, Mozart e Beethoven, per fare degli esempi a dir poco illustri, erano dei grandissimi improvvisatori. A volte, quando studio, mi lancio in improvvisazioni “alla maniera di”, fondamentali per verificare la conoscenza di uno stile e del vocabolario musicale di un compositore: Giuliani ad esempio è un ottimo autore per fare i primi passi in questa direzione.

In che modo la tua metodologia musicale viene influenza dalla comunità di persone (musicisti e non) con cui collabori? Modifichi il tuo approccio in relazione a quello che direttamente o indirettamente ricevi da loro? Se ascolti una diversa interpretazione di un brano da te già suonato e che vuoi eseguire tieni conto di questo ascolto o preferisci procedere in totale indipendenza? 

Ho sempre cercato di circondarmi di persone curiose, creative e vive. L’ambiente dove viviamo e lavoriamo ci influenza ed è fondamentale. Il problema può sorgere dal fatto che spesso non possiamo scegliere i nostri colleghi, soprattutto nelle scuole o nei Conservatori, ma devo ammettere che da questo punto di vista sono stato sempre molto fortunato.

In fase di studio iniziale di un pezzo non ascolto mai altre interpretazioni, preferisco semmai approfondire le mie conoscenze sul compositore in generale, magari ascoltando la produzione extrachitarristica.

Una domanda un po’ provocatoria sulla musica in generale, non solo quella contemporanea o d’avanguardia. Frank Zappa nella sua autobiografia scrisse: “Se John Cage per esempio dicesse “Ora metterò un microfono a contatto sulla gola, poi berrò succo di carota e questa sarà la mia composizione”, ecco che i suoi gargarismi verrebbero qualificati come una SUA COMPOSIZIONE, perché ha applicato una cornice, dichiarandola come tale. “Prendere o lasciare, ora Voglio che questa sia musica.” È davvero valida questa affermazione per definire un genere musicale, basta dire questa è musica classica, questa è contemporanea ed è fatta? Ha ancora senso parlare di “genere musicale”? 

Per quanto riguarda la musica d’oggi, se non si hanno i mezzi per comprendere o criticare, è facile cadere nel qualunquismo giustificazionista della “cornice” ed è difficile capire quando dentro effettivamente non c’è veramente nulla. Per me può aver senso parlare di cosa sia musica e cosa no, ma definire il genere al quale essa appartiene è soltanto una comodità da manuale di storia della musica.

Ci consigli cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..? 

Sperando di avere spazio anche per i cofanetti:

Beethoven: le 9 sinfonie,

Furtwängler
Schubert: Sinfonia n.8,

Brahms: Sinfonia n.4,

Wagner: Tristan und Isolde, Atto III scena 3, Wiener Philarmoniker/Staatskapelle Dresden,

Carlos Kleiber
Schubert: Lieder, Fischer-Dieskau/Moore

20th Century Guitar, Julian Bream

Schubert: Impromptus op.90 e op.142, Alfred Brendel

Quali sono invece i tuoi cinque spartiti indispensabili?

Sperando di poter portare anche partiture:

Bach: Variazioni Goldberg

Beethoven: Sinfonia n. 3

Schubert: Quintetto per archi D. 956

Wagner: Tristan und Isolde

Takemitsu: To the Edge of Dream

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli ti senti di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Coraggio, passione e caparbietà.

Con chi ti piacerebbe suonare e chi ti piacerebbe suonare? Su cosa stai lavorando? 

Ho in mente ed in cantiere almeno altri tre dischi, di cui uno di musica da camera con collaborazioni di altissimo profilo, ma non me la sento di anticipare nulla per scaramanzia. Sto preparando la mia seconda tournée in Oriente per la prossima primavera, che toccherà, oltre il Giappone, anche Taiwan ed Hong Kong; inoltre sto lavorando ad una pubblicazione sul carteggio di Castelnuovo-Tedesco, alla mia trascrizione della Sonata “Arpeggione” di Schubert ed alla prossima edizione del Roma Guitar Festival nell’autunno 2015.

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