#Intervista a Donato D’Antonio (Marzo 2009) su #neuguitars #blog



La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra?

Donato D’Antonio: Provengo da una famiglia di musicisti dilettanti da almeno tre generazioni, mio padre mi faceva sentire i dischi di Mario Del Monaco quando ero piccolo e la musica era molto presente nella mia infanzia, ho sempre pensato che avrei suonato la chitarra e un bel giorno in quinta elementare mio padre e mio zio mi regalarono a sorpresa una Eko model L……

Con che strumenti suona?

D.D.: Il mio primo strumento professionale è stato una chitarra classica Ramirez da concerto, dopo alcuni anni, non più soddisfatto, ho seguito una mia necessità di ricerca e controllo del suono e sono andato alla ricerca di chitarre “nuove”, ora suono con una chitarra fantastica di un liutaio tedesco Gernot Wagner, è una bomba con un suono impressionante, Wagner utilizza le stesse tecniche costruttive di Mattias Dammann, ho anche una Kohno del ’98, una delle ultime del Maestro Masaru Kohno, è la Model 50 Special è in abete è molto equilibrata con un suono molto pieno e mi ha dato molte soddisfazioni soprattutto con Bach; con Tango tres uso una Takamine 132SC con un amplificazione AER compact 60 e in questo caso AER fa la differenza, e con il Grupo Candombe oltre alla Takamine + AER uso un Tres comprato a Cuba durante la tournee del 2003, con Open Quartet uso oltre alla Wagner una chitarra elettrica Hohner G3T (mod Steinberger) con pedaliera Roland D50.

Come è nato il suo interesse verso il repertorio contemporaneo e quali sono le correnti stilistiche nella quale lei si riconosce maggiormente?

D.D.: Ho sempre avuto una propensione verso certi repertori, quando frequentavo architettura ascoltavo quasi esclusivamente Xenakis e Talking Heads, nel 1987 ebbi l’occasione di ascoltare Stockausen a Ravenna, fu un concerto performance entusiasmante, lui era al mixer e alla fine del concerto andai a conoscerlo per avere un autografo, non ho dimenticato i suoi occhi così carichi di umanità; in quegli anni suonavo il basso in una band che faceva musica neo psichedelica e punk rock ( cover e brani originali) vivevo queste sollecitazioni così differenti fra loro, con naturalezza, rimasi impressionato qualche anno fa da un concerto dei Balanescu quartet e dai Kronos quartet, adoro John Zorn…Chick Korea, Robert Fripp, Teleonius Monk, Garbareck, Feldman, Cage, Satie, Berio, Sciarrino, Scelsi; sicuramente ho una propensione per la corrente del “cosiddetto pensiero debole” che in musica si può definire Minimalista, forse perché nei linguaggi contemporanei è stato più facile utilizzarla per mescolare gli ambiti, ho avuto più volte occasione di eseguire In C di Terry Riley ed è stata una esperienza quasi mistica, adoro Reich e Glass soprattutto “Lighting”.

Lei fa parte del trio Tango Tres con cui avete pubblicato l’ottimo “Guardia Vieja” dedicato al tango pre-Piazzolla, come è nato questo progetto musicale e come mai la scelta di questo particolare repertorio?

D.D.: Ho conosciuto Silvio Zalambani nel 1996 (eravamo colleghi alla scuola Civica di musica G. Sarti di Faenza) è subito nata una volontà forte di collaborazione, mi impressionò subitola sua musicalità notevole e il suo interesse per il tango (non ancora un fenomeno di moda) e in generale sulla cultura ispanoamericana, ricordo che discutemmo a lungo di Villa-Lobos, coinvolgemmo nel progetto Vittorio Veroli, un violinista esperto nel repertorio (aveva avuto modo di collaborare più volte con Hugo Aisemberg in Argentina) e aiutati da Ruben Andres Costanzo (collezionista e storico del tango) abbiamo iniziato ad indagare il repertorio iniziale, la cosidetta “Guardia Vieja” gli strumenti tipici dell’epoca erano trii con un fiato, una chitarra e un arco, la novità è stata quella di utilizzare il sax soprano.Abbiamo lavorato con molta attenzione sull’insieme. Per circa sei mesi abbiamo provato regolarmente per affinare il repertorio che ha sempre arrangiato Silvio Zalambani. Il nostro esordio è stato a Valencia al Palau della musica nel 1997 durante il festival internazionale del sax e da allora a parte una pausa di quasi due anni ci siamo tolti belle soddisfazioni.

In Storia del Tango su Evaristo Carriego Borges parla della natura rissosa del tango con queste parole “..io direi che il tango e la milonga esprimono in maniera immediata qualcosa che molte volte i poeti hanno voluto dire con parole: la convinzione che combattere possa essere una festa…” al di là del gioco poetico nascosto nelle parole di Borges Lei come sente il Tango?

D.D.: Borges sosteneva che il tango è un pensiero triste che si balla, io penso che il tango è un pensiero triste che si suona.

Lei opera in diversi progetti: solista, narratore e chitarra, Tango Tres, Grupo Candombe il duo chitarra flauto e chitarra violino, il quartetto, le Ondes Martenot … come mai così tanti interessi e come cambia il suo modo di suonare a seconda dei diversi contesti?

D.D.: Sono sempre stato curioso musicalmente e ho sempre cercato relazioni artistiche con musicisti interessanti spesso non chitarristi. E’ importante sapere sempre quello che si fa, l’approccio deve necessariamente tener conto del contesto musicale e di conseguenza devi sapere qual è la pronuncia più adatta e lo stile e per farlo consapevolmente,. è necessario approfondire; Il tango delle origini necessita di un suono rurale quasi da incisione a 78 giri, Con il Grupo Candombe è importante una pronuncia ritmica notevole, con strumentisti di estrazione classica devi suonare pensando che non devono sentirti a fatica ma anzi quasi non devono pensare che sei un chitarrista, l’ondes martenot si adatta moltissimo al suono della chitarra e ha un repertorio contemporaneo soprattutto francese molto interessante; con Open Quartet (chitarra, flauto, Violoncello, Violino) ci dedichiamo molto alla musica contemporanea Riley, Maderna e compositori che hano scritto per noi e a rifacimenti di brani di Fripp, Corea, Zappa.

Lei ha studiato Architettura, poi pur non laureandosi e scegliendo un’altra via ha “.. dirottato la mia voglia di progetti su Diatonia, costituita assieme a Matteo Zauli e Luigi Cicognani, quale laboratorio concreto delle nostre follie artistiche..” e anche sul fatto di essere il curatore musicale del Museo Zauli a Faenza, vuole parlarci di queste sue “deviazioni”?

D.D.: Ho avuto la fortuna di incontrare due persone meravigliose Luigi (architetto e designer) e Matteo (direttore del Museo Zauli e organizzatore culturale) con cui condivido da ormai più di 10 anni la voglia di sperimentare idee, abbiamo costituito anni fa Diatonia che ha contribuito ad aiutare la città di Faenza ad avvicinarsi all’arte contemporanea, poi Matteo Zauli ha creato il Museo Carlo Zauli dove abbiamo continuato a proporre e promuovere la nostra idea di mescolanza di linguaggi tenendo sempre la barra dritta sul contemporaneo. I Notturni sono una rassegna musicale che giunta alla quinta edizione nel 2008 è l’anima musicale del Museo, non voglio dilungarmi troppo preferisco che attraverso il sito e attraverso facebook ci si possa rendere conto del lavoro fatto in questi anni nel museo http://www.museozauli.it/

Che significato ha avuto per Lei eseguire un pezzo come Toward the Sea di Takemitsu all’interno del bel cd Fremito Naturale dedicato a Carlo Zauli?

D.D.: Ho avuto occasione di studiare ed eseguire diversi brani di Takemitsu (Valeria, Folios, In the woods) che mi hanno aiutato ad avvicinarmi alla poetica del compositore. Takemitsu e Zauli hanno avuto vicende artistiche simili, ma preferisco rispondere attraverso le parole che Franco Masotti ha usato nell’introduzione al CD Fremito Naturale: “Percorsi incrociati e provenienti da opposte direzioni quelli dello stesso Zauli e di Takemitsu (peraltro quasi coetanei): il primo che inevitabilmente approda in Oriente, nelle terre dei grandi maestri della ceramica e il secondo che si mette sulle tracce dei propri di maestri – Debussy, Stravinsky e Messiaen – in Occidente salvo poi ritornare con maggiore consapevolezza alle proprie profonde radici, a quella tradizione inizialmente rinnegata. Così, con singolare sincronia, mentre l’artista faentino viene praticamente ‘adottato’ e celebrato dal paese del sol levante, il più grande compositore giapponese viene eseguito in Europa e Stati Uniti dai maggiori solisti e dalle più prestigiose orchestre “

Parliamo di marketing. Quanto pensa che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

D.D.: E’ difficile dividere il proprio tempo lavorativo fra il lavoro di promozione e divulgazione della propria professionalità incrementando contatti, rapporti, proponendo progetti originali, coltivando rapporti artistici seri etc etc e il tempo necessario a maturare dei brani vivendo con serenità il proprio ruolo con la musica e con se stessi, è importante una ferrea organizzazione e rendersi conto che non si può fare tutto, ma fare delle scelte. Cerco di vivere con equilibrio, attraverso la musica, gli amici musicisti che stimo e tento di avere uno sguardo più lontano grazie al museo Zauli che mi permette di avere una dimensione più ampia e completa del ruolo della musica nei confronti dell’arte e mia di interprete e organizzatore culturale .

Ho notato in questi ultimi anni un progressivo avvicinamento tra due aspetti della musica d’avanguardia, da un lato l’aspetto più accademico e dall’altro quello portato avanti da musicisti ben lontani dai canoni classici e provenienti da aree come il jazz, l’elettronica e il rock estremo come Fred Frith, John Zorn, la scena downtown newyorkese e alcune etichette di musiche elettroniche come la Sub Rosa e la Mille Plateux. Che ne pensa di queste possibile interazioni e pensa che vi sia spazio anche per esse in Italia?

Donato D’Antonio: Deve esserci spazio per questi musicisti e per queste etichette, mi permetto di citarne anche altri, Andy Mckee, Eyvind Gang, Yuval Avital. Dalle mie parti grazie ad Angelica e Aterforum, molti progetti sono passati ed è stato possibile ascoltarli e vederli; Non voglio fare il solito lamento tutto italiano, ma sicuramente in Italia bisogna essere un pò pazzi per proporre artisti e progetti non scontati e quindi tanto di cappello a tutte quelle piccole realtà ( e sono loro che fanno ricerca) che con grande fatica ci fanno conoscere le nuove scene.

Sembra essersi creata una piccola scena musicale di chitarristi classici dediti a un repertorio innovativo e contemporaneo, oltre a lei mi vengono in mente i nomi di Marco Cappelli, David Tanenbaum, David Starobin, Arturo Tallini, Geoffrey Morris, Magnus Anderson, Elena Càsoli, Emanuele Forni, Marc Ribot con gli studi di John Zorn … si può parlare di una scena musicale?

D.D.: Grazie per avermi accostato a questi grandissimi interpreti, ma ho solo da imparare, vorrei che ci fossero comunque molti più musicisti come quelli che ha citato…..

Siete in contatto tra di voi o operate ciascuno in modo indipendente? Ci sono altri chitarristi che lei conosce e ci può consigliare che si muovono su questi percorsi musicali? …glielo chiedo perché ho visto che il Museo Zauli con la sua iniziativa “Notturni” ha ospitato alcuni di questi artisti, vuole parlarci di questi incontri-concerti?

D.D.: Sono in contatto con Marco Cappelli, Walter Zanetti e con Marko Feri, La rassegna dei Notturni propone musicisti impegnati nella ricerca sul contemporaneo e intende portare avanti un modo nuovo di fare concerti avvicinando repertori e combinazioni musicali differenti, con l’obiettivo di fare conoscere il nuovo.Visti i felici risultati della ultima edizione sia in termini di riscontro di pubblico che di gradimento artistico siamo sempre più orientati a proseguire in questa strada.

Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?
D.D.: Ho sempre ammirato molto gli improvvisatori, sia quelli che arrivano dalla musica jazz che quelli che con gran maestria ornamentano la musica barocca, per non parlare delle culture musicali orientali, mi sono fatto delle idee e credo che nella musica contemporanea sia fondamentale improvvisare tenendo conto del musicista con cui si sta suonando o del compositore che si sta eseguendo soprattutto quando come in questi ultimi anni si mescola tutto volutamente (improvvisazione totale) come in uno shaker , intendo dire che conta molto l’aspetto del suono che si vuole avere in un istante preciso in rapporto a quello che accade e che vuoi o puoi modificare grazie alla tua personalità musicale.

Ascoltando la sua musica ho notato la tranquilla serenità con cui lei si approccia allo strumento indipendentemente dal repertorio, da con chi sta suonando, dal compositore, dallo strumento che lei adopera dimostrando sempre un totale controllo sia tecnico che emotivo, quanto è importante il lavoro sulla tecnica per raggiungere a questo livello di “sicurezza”?

D.D.: Grazie per il complimento, lo apprezzo molto!è importante saper studiare dividendo i problemi ma è fondamentale il lavoro di concentrazione senza lo strumento, ho acquisito una sorta di carica emotiva positiva che mi permette di reagire sempre con un controllo molto alto su quello che succede è come se fossi una pila che si carica positivamente prima dell’evento, infatti arrivo sempre molto sereno al concerto, la cosa comunque mi stupisce ancora tutte le volte

Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quanto diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo può assumere la musica contemporanea in questo contesto?

D.D.: Sono un convinto sostenitore della sperimentazione artistica, è fondamentale nella nostra società il ruolo degli artisti in quanto anticipatori delle sensibilità future della collettività, è utile spostare in avanti il limite…. l’ascoltatore deve anche sentire composizioni che lo mettono a disagio è giusto che ne abbia una percezione anche negativa, ma è interessante il fatto che grazie a questa spinta possa dire: “ho sentito quel brano e non mi è piaciuto”, la difficoltà sta nel fatto di non uniformarsi nelle proposte, meglio sviluppare un senso critico per apprezzare le grandi opere.

Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario?

D.D.: E’ fantastico il modo in cui ormai si può acquistare musica su internet, mi dispiace vedere che le major sono al collasso, ma le politiche dissennate fatte in questi anni stanno dando purtroppo i loro frutti, ovviamente mi dispiace per chi lavora nel settore della discografia, nella musica pop si può parlare di marketing aggressivo e di qualità nella comunicazione ma con tutto il rispetto, non di qualità musicale anche se moltissimi arrangiatori sono musicisti preparatissimi in grado di scrivere in molti stili .
Un discorso a parte merita la musica jazz, etnica, la classica e la contemporanea/sperimentale dove il cd ha anche un valore di documento storico (la visione di un interprete) e anche strumento artistico di promozione delle proprie capacità artistiche


Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..

D.D.: Don Giovanni di Mozart, Le variazioni Goldberg Bach/Gould, Stop Making Sense dei Talking Heads, Giant Steps di John Coltrane, Electric Counterpoint di Steve Reich

Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?

D.D.: Le suite per liuto/chitarra di Bach, Hika di Brouwer, la suite populaire brasilienne di Villa-Lobos, il Nocturnal di Britten, In the woods di Takemitsu

Il Blog ha aperto di recente una nuova rubrica dedicata ai giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

D.D.: Fare il musicista è dura ma permette di soddisfare una esigenza di comunicazione interiore molto forte, occorre essere preparati, non tecnicamente dove ormai sembra non ci sono più limiti, la vera preparazione è umana, la parola d’ordine è serietà e rispetto sempre e comunque per chi decide di stare fuori dal coro

Con chi le piacerebbe suonare?

D.D.: Steve Swallow, Pat Metheny, Mischa Maisky, Stefano Scodanibbio, Terry Riley, Ravi Shankar, David Byrne, Elvis Costello, Brian Eno

Quali sono i suoi prossimi progetti? Su cosa sta lavorando?

D.D.: Con il Grupo Candombe stiamo preparando un nuovo disco che ci vedrà impegnati assieme alla cantante argentina Sandra Rehder; a Marzo andremo in tournee in Argentina e Uruguay con Tango Tres e il Grupo Candombe; a fine marzo suoneremo a Milano con Open Quartet durante il festival delle cinque giornate e in quell’occasione eseguiremo in prima assoluta una composizione di Paolo Geminiani dedicata a Vexation di Satie e faremo poi un concerto a Torino e uno a Faenza (durante il festival dell’arte contemporanea) assieme a Freak Antoni “Openfreak”; in giugno andremo a Tallin in Estonia; con il flauto ci stiamo preparando per un piccolo tour in USA fra ottobre e novembre 09, ho iniziato una collaborazione artistica con il violista Maurizio Barbetti e assieme a Freak Antoni stiamo preparando Platero y yo di Castelnuovo Tedesco

 

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