#Recensione di the OTHER VOICES 20th Century Music for Flute and Guitar di Donato D’Antonio e Vanni Montanari, RMN Music Ltd., 2016 su #neuguitars #blog

scansione0002Recensione di the OTHER VOICES 20th Century Music for Flute and Guitar di Donato D’Antonio e Vanni Montanari, RMN Music Ltd., 2016

Donato D’Antonio e Vanni Montanari tornano dopo quasi dieci anni a realizzare un nuovo cd, dopo l’omaggio a Zauli del 2007, dedicato alle opere dello scultore ceramista faentino. Di quel disco sono rimasti la bravura degli interpreti, l’immagine di un’opera di Zauli, il Cubo Alato presente nella copertina del cd, e la stessa incisione di Toward the Sea di Toru Takemitsu che era già presente nell’album precedente.
Per il resto questo nuovo disco mostra un’impostazione diversa: tutti i brani, con l’eccezione appunto di quello di Takemitsu, sono stati registrati “live” in tre momenti diversi negli Stati Uniti e in Italia tra il 2010 e il 2014.
I brani inseriti in questo disco attingono al repertorio del XX secolo, con un particolare interesse verso compositori giapponesi poco conosciuti nel nostro paese. Oltre a Takemitsu segnalo al presenza del brano Harunoumi (Il mare di primavera) del maestro di koto Michio Miyagi, pezzo che ebbe molto successo in tutto il mondo quando nel 1932 venne incisa assieme a Renée Chemet una versione per koto e violino, dove la parte per shakuhachi era stata trascritta della stessa violinista francese. Si tratta di un brano in forma ternaria che idealmente descrivi i giochi dei gabbiani sulle onde dell’oceano. Sempre giapponese è Other voices, brano che da il titolo al cd, tratto dalla Noon City Suite dell’eclettico compositore Tohru Aki, molto attivo per la televisione e il cinema.
Di Tery Riley la Cancion Desierto del 1986, in questo brano non troviamo il “solito” Riley minimalista, ma abbonandi riferimenti alla musica ispanica e alle melodie indiane (l’introduzione cita pedissequamente un tema del maestro di sita Krishna Batt). Sempre di origini indiane Al’Aube enchantèe di Ravi Shankar, composto nel 1976 originariamente per flauto e arpa e basato sul raga mattutino Mian-Ki-Todi, eseguito la prima volta da Jean Pierre Rampal. Sempre l’oriente ma di una latitudine diversa l’Armenian Song del maestro e filosofo George Gurdjieff, autore della notevole raccolta Asian Songs and Rhythms trascritte e arrangiate dal suo allievo Thomas A. de Hartmann.
Gli altri tre brani sono opera di compositori occidentali: Jaan Rääts, compositore estone legato alla musica per film, Jindřich Feld, compositore Ceco autore anche di una Sonata per chitarra (1974), e Carl Nielsen, compositore, violinista e direttore d’orchestra danese, conosciuto principalmente per le sue 6 sinfonie e per i suoi concerti per flauto, per clarinetto e per violino e orchestra.
I quattro Pieces (Folk Melody, Humoresque, Mignon e Elf Dance) di Carl Nielsen, composti nel 1890 e , come si può intuire dai titoli, dal carattere nordico e favolistico, sono qui riproposti nella trascrizione per flauto e chitarra di Bent Larsen e Jan Sommer, essendo stati originariamente composti per piano. Le due Dance Lyrique e Dance Barbare di Jindřich Feld sono invece state composte per flauto e chitarra e sono caratterizzate dal marcato contrasto tra il loro carattere lirico e la ritmica quasi ossessiva. Di carattere più eterogeneo, si notano costanti citazioni di temi barocchi, cluster, motivi popolari, ritmi pop, è invece Nameless Music op. 107 composto nel 1999 da Jaan Rääts, il primo di una serie di pezzi musicali “innominati” dallo stile decisamente antiromantico .
Ritengo questo disco un eccellente lavoro per diversi motivi, la bravura degli interpreti, l’intelligenza nella scelta di brani così diversi tra loro ma comunque caratterizzati da intense atmosfere e il coraggio nel proporre un repertorio in molti casi poco conosciuto e che meriterebbe un maggiore approfondimento. Il duo chitarra flauto è sicuramente un accostamento in grado di dare grandi soddisfazioni sia ai musicisti sia agli ascoltatori, è bello vedere il repertorio loro dedicato crescere ed espandersi, spero che questo porti sempre più chitarristi ad uscire dall’ormai stereotipata immagine del recital in solo a favore di una maggiore apertura verso collaborazioni con altri strumenti e verso la nascita di una nuova musica cameristica.

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