#Intervista a Riccardo Chiarion (Settembre 2016) su #neuguitars #blog

Riccardo Chiarion

Intervista a Riccardo Chiarion

http://riccardochiarion.blogspot.it/

Quando hai iniziato a suonare al chitarra e perché? Che studi hai fatto e qual è il tuo background musicale? Con che chitarre suoni e con quali hai suonato?

R.C.: Ho iniziato a suonare la chitarra per un semplicissimo motivo: la suona anche mio padre! E, di conseguenza, a casa si ascoltava sempre musica (per lo più jazz, blues e rock degli anni 60 e 70), e le chitarre erano spesso appoggiate sul divano, come resistere! Intorno ai quattordici anni ho provato a prenderla in mano e mi è subito piaciuta la sensazione tattile e il suono, era una Fender Stratocaster.

In seguito ho suonato per lo più chitarre elettriche, ho comprato anch’io una Strato e poi le Gibson, ES335 e ES175. Per un periodo di circa due anni ho anche suonato una Takamine con le corde in nylon che però suonavo col plettro.

Ho iniziato ovviamente imparando da mio padre e andando a sentire i suoi concerti e le prove. Mi sono appassionato al blues e a Jimi Hendrix e quindi ho suonato in diversi gruppi cercando di imitare i miei eroi musicali.
Poi ho iniziato ad aprirmi al jazz e ho studiato per circa 13 anni con il mio maestro Glauco Venier, inizialmente privatamente e poi, quando Glauco ne è diventato insegnante, al conservatorio di Trieste dove mi sono diplomato al triennio e biennio jazz studiando con molti bravi musicisti che mi hanno insegnato tanto.

Il tuo progetto ti vede suonare con grandi nomi: da quanto tempo suonate assieme? Il tuo ultimo disco mostra un ottimo affiatamento…

R.C. : Ti ringrazio molto, devo ammettere che è proprio stata una grande esperienza suonare con questo gruppo, avevo già suonato insieme a John Taylor e Diana Torto a Bertinoro, insieme a un altro grandissimo musicista, Kenny Wheeler; da allora ho spesso pensato alla possibilità di registrare qualcosa con loro e finalmente è stato possibile farlo.
Julian Siegel, invece, ho avuto il piacere di conoscerlo proprio in occasione della registrazione del cd grazie al suggerimento di Andrea Marini, manager di John e Diana, che mi ha proposto di includerlo nel progetto. Dopo l’ascolto della sua musica ho subito accettato la proposta, capendo il livello assoluto del musicista.
Alessandro Turchet e Luca Colussi sono da anni ormai parte fissa del mio trio e con loro ho un affiatamento particolare, ci conosciamo molto bene musicalmente e non solo.

Chiarion e Taylor

Purtroppo poi è successo qualcosa di terribile: John ci ha lasciato prematuramente e questa cosa ci ha rattristato nel profondo, per la grandezza della persona dal punto di vista umano e per la enorme perdita che il mondo della musica ha avuto.

Il motivo per cui la musica “gira” bene è senza dubbio il tipo di sonorità che, come speravo, ha interessato John, Diana e Julian. Pur non avendo fatto molte prove con noi hanno capito l’intenzione musicale con facilità. Io, Alessandro e Luca abbiamo suonato qualche volta in più queste musiche e abbiamo quindi condotto la registrazione in studio.

waves copertina

Come è nata l’idea di realizzare il tuo ultimo cd “Waves”? Come mai la scelta di una soluzione cameristica come il sestetto?

R.C. : Prima di Waves ho registrato altri due cd a mio nome (Sirene e Mosaico), ed entrambi hanno la formazione del quartetto (sax, chitarra, contrabbasso e batteria). In questa occasione ho voluto arricchire la tavolozza di colori e ho pensato immediatamente alla voce per dare più morbidezza alle melodie e al pianoforte per enfatizzare gli aspetti armonici delle mie composizioni. Sono soddisfatto di questa scelta, anche per il fatto che con musicisti di questo livello quello che immagini si avvera sempre in meglio!

In genere io non sono un gran fan della voce, mi ha colpito però la voce di Diana Torto, al di là della sua bravura mi ha colpito il modo in cui viene impiegata nel disco, sembra quasi un altro strumento che in qualche modo accompagni il sax di Julian Siegel…

R.C. : Adoro Diana come musicista, non solo come cantante, sa sempre quello che succede nella musica, coglie le cose prima che tu debba spiegarle. La scelta è stata quindi quella di dare spazio alla musicista, scrivendo temi da suonare in sezione con gli altri strumenti e lasciandole spazi improvvisativi in cui creare estemporaneamente.

Quali sono state e sono le tue principali influenze musicali? In che modo esprimi la tua “forma” musicale sia nell’ambito dell’esecuzione che nell’improvvisazione, sia che tu stia suonando “in solo” sia assieme altri musicisti? Elabori una “forma” predefinita apportando aggiustamenti all’occorrenza o lasci che sia la “forma” stessa ad emergere a seconda delle situazioni, o sfrutti entrambi gli approcci creativi?

R.C. : Abitualmente compongo la mia musica cantando e riproducendo le melodie sulla chitarra andando poi alla ricerca di un’armonizzazione che valorizzi la scelta melodica. Solo in un secondo momento mi dedico all’arrangiamento per il gruppo decidendo in che momenti far improvvisare i vari strumenti. In questa seconda fase scrivo anche le seconde melodie ed eventuali contrappunti e ponti tra una sezione e l’altra. Abitualmente preferisco la scelta di far improvvisare i musicisti sullo stesso giro armonico del tema non andando quindi a cercare griglie di accordi più “comode” per l’improvvisazione; questo ovviamente alle volte crea delle difficoltà, ma sento che dà maggiore fedeltà alla composizione.

Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc.?

R. C. : L’improvvisazione gioca senza dubbio un ruolo fondamentale nel mio studio quotidiano, cerco di praticarla su diverse strutture armoniche utilizzando parametri diversi e concentrandomi particolarmente su soluzioni ritmiche e melodiche che possano dare varietà al mio linguaggio musicale. Per quello che riguarda l’ambito credo che l’improvvisazione possa adattarsi a qualsiasi repertorio, sta solo all’apertura mentale del musicista riuscire a renderla coerente con l’atto compositivo.

In che modo la tua metodologia musicale viene influenza dalla comunità di persone (musicisti e non) con cui collabori? Modifichi il tuo approccio in relazione a quello che direttamente o indirettamente ricevi da loro? Se ascolti una diversa interpretazione di un brano da te già suonato e che vuoi eseguire tieni conto di questo ascolto o preferisci procedere in totale indipendenza?

R. C. : Senza dubbio la mia crescita musicale e l’evoluzione come musicista dipendono molto dai musicisti con cui ho occasione di suonare e di parlare. Devo però ammettere che abitualmente quando scrivo musica cerco di tenere la mente libera e non concentrarmi sulle tipologie di strumenti o musicisti che poi la eseguiranno; in questa maniera cerco di mantenere un livello di libertà nelle scelte musicali maggiore e non condizionato da tecniche strumentali ed esecutive. Ascolto molta musica ma non in riferimento a quello che sto per eseguire o per comporre; cerco infatti di farmi influenzare dalla musica degli altri o dalle mie passate registrazioni soltanto a livello di idee e non concretamente condizionando le scelte che sto per compiere musicalmente.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme?

R. C. : Senza dubbio questo rischio può esistere ma per come la vedo io, credo che possa essere una ricchezza il cercare di non lasciarsi influenzare dagli eroi musicali della storia della musica ma cercare di trarre da loro un insegnamento che possa guidarci nel trovare la nostra identità; credo sia giusto lasciarsi influenzare ma bisogna stare attenti a non farsi spaventare e inibire dagli esempi del passato e forse ad un certo punto cercare di dimenticare tutto almeno per un attimo.

Ci consigli cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..

R. C.: Sarebbero tanti ma dovendo fare una selezione dico i primi cinque che spontaneamente mi sento di citare: Quartetto d’archi di Ravel, In A Silent Way di Miles Davis, First Meditation di John Coltrane, Axis: Bold as Love di Jimi Hendrix, Elegiac Cycle di Brad Mehldau.

Con chi ti piacerebbe suonare e chi ti piacerebbe suonare? Che musiche ascolti di solito?

R. C. : Abitualmente sono interessato a suonare con musicisti che abbiano un loro linguaggio ben sviluppato, questa scelta nasce dal fatto che mi piace molto vedere come una personalità diversa possa arricchire la musica che io scrivo; pertanto mi concentro perlopiù sul pensare a dei musicisti che siano in grado di suonare la mia musica apportando assolutamente il loro colore all’interno della band.
Prediligo l’ascolto di dischi contenenti composizioni originali che possono spaziare dalla musica classica al jazz fino al pop o alla musica etnica, cerco di raccogliere idee che in qualche maniera possano poi arricchire le mie composizioni.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

R. C. : Ormai da diversi anni sto lavorando sulla possibilità di registrare un CD in chitarra solo: è una cosa molto complessa e che prende molto tempo… spero presto di poterla realizzare. Vorrei anche registrare un CD in trio, sto infatti scrivendo dei brani per questa formazione.

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