#Intervista a Paolo Sorge (Maggio 2011)

Allora Paolo, poco più di un anno fa parlavamo del progetto Tetraktys e delle idee che stavate sviluppando .. finalmente è uscito il cd! Ce lo vuoi presentare?
Il cd è la testimonianza di un lavoro di preparazione lungo circa due anni, che è servito a mettere a punto un repertorio, a creare un affiatamento e soprattutto alla costruzione di un “edificio sonoro” appropriato per un repertorio così variegato, per via della commistione di linguaggi e stilemi diversi che è una delle caratteristiche più marcate del progetto Tetraktys.
La scelta più efficace per mettere insieme tutti questi elementi si è rivelata quella di far ricorso pochissimo all’elettronica o agli effetti, in maniera tale da “obbligarci” alla ricerca di una tavolozza timbrica ottenuta quasi esclusivamente con le quattro chitarre elettriche collegate all’amplificatore e..le nostre mani!
Il termine Tetraktys .. o meglio il concetto di tetraktys .. hanno dei significati filosofici, storici e matematici ben precisi: rappresentava la successione aritmetica dei primi quattro numeri naturali, un «quartetto» che geometricamente si può disporre nella forma di un triangolo equilatero, in modo da formare una piramide. Un simbolo che troviamo nella copertina del cd e che aveva estrema importanza per Pitagora dato che la sua la scuola portava questo nome e i suoi discepoli prestavano giuramento sulla tetraktys stessa .. a Pitagora dobbiamo i primi tentativi di impostare la scala musicale .. come mai questo titolo? Un omaggio a Pitagora o a una più generale concezione della musica?
La somma dei primi quattro numeri dà il numero 10, e nella tradizione pitagorica il paradigma- Tetraktys è rappresentato come un triangolo equilatero costruito con dieci punti. Alla base del triangolo ci sono 4 punti, e posti sui livelli superiori troviamo il numero 3, poi il 2 e infine l’1 che è il vertice. L’immagine rimanda alle potenzialità del numero come generatore, come entità che manifesta nello spazio e nel tempo le proprie capacità di “proliferare”. E’ una rappresentazione della creatività.
Le relazioni tra musica e matematica quindi sono note fin dall’antichità, anzi guardando alla storia sarebbe corretto affermare che la musica è una delle possibili manifestazioni della matematica. Dai numeri e dalla geometria possono scaturire codici e strutture molto rigide, che però magari nel momento della performance possono assumere un valore relativo, essere rimesse in discussione. Mi diverte molto la ricerca di questo contrasto tra il dionisiaco e l’apollineo durante i concerti. Preparo il materiale musicale con molta cura e poi mi affido all’improvvisazione per quello che riguarda l’elaborazione del materiale tematico.
Nell’intraprendere questa strada mi avvalgo di varie risorse tecniche che ho avuto modo di approfondire nel tempo. Da circa un anno in particolare ho iniziato a conoscere da vicino gli insegnamenti di Joseph Schillinger e sto elaborando un mio codice compositivo.
Parliamo di Elliott Sharp, nel cd è presente un suo brano Bubblewrap. Sharp mi ha sempre colpito per il rigore delle sue composizioni, spesso scandite da profonde relazioni matematiche, serie, algoritmi, ma tutto visto e suonato con un certo distacco ironico, senza pesantezza, con ironia .. è solo una mia sensazione o è anche quello che sento nel disco?
Secondo me hai perfettamente colto nel segno! Anche io ho sempre pensato a Sharp in questi
termini, e quando di recente ho avuto l’occasione di incontrarlo e lavorare con lui ne ho avuto
conferma. Penso che un atteggiamento ironico agevoli la comunicazione con gli ascoltatori, specialmente quando la musica “parla” un linguaggio complesso. Non bisogna mai prendersi troppo sul serio, altrimenti si rischia di perdere il gusto del gioco, della follia creativa.
 

In questo progetto sei in compagnia di tre chitarristi semplicemente eccellenti, Giancarlo Mazzù, Fabrizio Licciardello e Enrico Cassia, si intuisce benissimo l’affiatamento che vi lega, ci vuoi parlare di loro?
Enrico Cassia e Fabrizio Licciardello sono due interessantissimi e talentuosi chitarristi di Catania, che hanno alle spalle percorsi molto diversi. Ultimamente stanno riuscendo a emergere in questo contesto culturalmente depresso che è l’Italia. Il percorso di Enrico passa per il jazz europeo, la musica di Egberto Gismonti, l’improvvisazione radicale.
E’ stato recentemente “inglobato” nel nostro collettivo, Improvvisatore Involontario, e infatti ha pubblicato con noi la sua opera prima “Tri Soni” in duo con il batterista Antonio Quinci, un lavoro molto interessante dal punto di vista degli equilibri tra scrittura e improvvisazione. Fabrizio Licciardello è invece un chitarrista molto diverso, avendo un’estrazione decisamente modern-rock. I suoi riferimenti sono Holdsworth, Satriani, insomma un universo musicale per certi versi molto distante dal mio.
Eppure il suo approccio allo strumento in termini di tecniche esecutive e soluzioni timbriche risulta perfettamente funzionale nel quartetto, specialmente quando improvvisiamo su cellule ritmiche o melodiche prestabilite, senza riferimenti armonici.
Giancarlo Mazzù è invece un musicista calabrese di Palmi. Ha uno stile composito, virtuoso, che deriva in misura uguale dalla pratica della chitarra classica, del jazz, e dalla conoscenza di molti strumenti a corda. Tetraktys è il luogo in cui convergono tutti questi elementi, e in definitiva il tratto comune in tanta varietà mi pare che sia proprio il desiderio di mettere insieme tanti linguaggi diversi: il cross-over piuttosto che la musica “di genere”.
Anche Fred Frith è presente nel disco con il pezzo “Goongerah”, Frith ha già una lunga “tradizione” di composizioni per quartetto di chitarra, come vi siete messi in contatto con lui? Avete altri brani suoi che suonate o vi piacerebbe registrare?
Frith è un pioniere del quartetto di chitarre elettriche, un musicista che ammiro molto e a cui sono grato. Un semplicissimo contatto via email è bastato per ricevere un sacco di incoraggiamenti e l’omaggio di due partiture. Poi gli ho spedito il materiale delle prime sedute di registrazione e ho avuto la sua autorizzazione a pubblicare “Goongerah”. In concerto eseguiamo spesso anche la lunga suite dal titolo “The As Usual Dance Towards the Other Flight to What Is Not”.
Il cd è uscito sempre con Improvvisatore Involontario, ormai il vostro collettivo-etichetta continua la sua strada contro e nonostante tutto .. di recente siete stati a New York, ce ne vuoi parlare?
Non direi “contro”, la nostra è piuttosto una realtà fatta di persone interessate al “fare” prima di tutto. L’urgenza espressiva è un valore primario, è il sacro fuoco che ci permette di andare avanti anche in un mondo pieno di “spazzatura mentale” come questo in cui viviamo.
E’ un dato di fatto che nel nostro paese viene dedicata scarsa attenzione alla musica realmente
creativa, ma nonostante tutto anche la spedizione a New York ci ha confermato che quando hai delle idee originali e le esprimi con chiarezza e convinzione, queste vengono sempre accolte con curiosità e interesse. In Italia qualcosa si può risvegliare, ma al momento gli spazi più importanti sembrano ancora di difficile accesso.
Un anno fa ci lamentavamo della mancanza di contatti, della difficoltà di un musicista di essere attivo in Italia, come va adesso? La crisi .. la Gelmini … lo sai che a Venezia un comune cittadino non può più entrare in Conservatorio? .. la porta si apre solo con un badge magnetico … ma che stiamo facendo? Che ci stanno facendo?
In tutti i paesi democratici la cultura viene finanziata dallo Stato e dagli enti locali, oltre che dai privati. Il nostro problema è che i finanziamenti pubblici per la musica e le arti in generali vengono stabiliti da politici incompetenti e spesso si risolvono in mera compravendita di eventi culturali. Così il denaro pubblico, anziché andare a sostenere realmente le iniziative artistiche più coraggiose e di maggiore spessore (o quelle “a rischio di estinzione”, come i nostri conservatori), finisce per foraggiare quelle operazioni che hanno già avuto un’affermazione a livello commerciale e che dunque sarebbero già sostenute dal mercato. In questo contesto purtroppo la cultura media si è abbassata terribilmente, per cui pochi cittadini sono in grado di valutare obiettivamente le reali capacità dei nostri governanti.
Ultima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?
La musica, come l’arte più in generale, è una risorsa fondamentale per ogni essere umano. Le opere d’arte del passato e quelle del presente ci ricordano l’importanza del linguaggio simbolico, del senso di libertà contenuto in ogni gesto artistico. I linguaggi artistici ci permettono di contattare una parte molto profonda della nostra coscienza che ha bisogno di esprimersi.
A quel livello comunicativo è possibile mettere in connessione molte coscienze, trasmettere e
ricevere informazioni condivise con un grande numero di persone. Ecco perché penso che chi ha in questa vita il dono di vivere di musica ha un grande privilegio e anche una grande responsabilità: quella di farsi “canale”, senza pensare che la musica gli appartenga, ma piuttosto “restituendo” agli altri la musica ricevuta in dono (e possibilmente in buone condizioni!)

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