#Intervista con Paolo Sorge (Novembre 2009)

La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il tuo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suoni o hai suonato?

Ho un rapporto di amore-odio con il mio strumento. La mia “facilità” con la musica si è manifestata molto precocemente: all’età di 5 anni, quando la mia famiglia abitava a Palermo, trascorrevo un pomeriggio alla settimana a casa di un anziano maestro di banda in pensione, il quale praticamente mi trattava come un nipote. I pomeriggi trascorrevano a base di cioccolata, violino, biscottini, chitarra, gelatino, solfeggio, caramella, pianoforte, etc..
Mio padre mi lasciava a casa del maestro alle 16 e tornava a prendermi alle 20.
Alla fine del primo anno ero un bambino leggermente in sovrappeso, ma ho appreso i rudimenti del linguaggio musicale molto presto e con spirito ludico!
Grazie a questa fortuna, scelsi la chitarra e da allora non l’ho più lasciata.
Oggi, trovo che i chitarristi siano moltissimi, ma le intelligenze musicali prestate alla chitarra siano davvero pochissime.. non so se mi spiego.
La chitarra per me è soltanto un mezzo.
Ad esempio, quando compongo passo molto tempo al pianoforte o al computer, e spesso concepisco strutture musicali piuttosto astratte, cioè non vincolate ad una strumentazione particolare. Soltanto in una fase successiva cerco di trasferire le parti che ho scritto sulla chitarra (non sempre è impresa facile!), oppure provvedo ad assegnarle ad altri strumenti.
Quando improvviso, invece, tendo a pensare alla chitarra come a uno strumento a fiato. Quando suono ho in testa principalmente il sassofono tenore (o una sezione di tenori, quando faccio armonia). Questo approccio incide molto sulle pronunce e sul respiro delle frasi musicali, credo che si senta.
Da anni suono un solo strumento, una Gibson ES330 del 1961, alla quale però ho fatto montare una tastiera in ebano del tutto priva di intarsi e delle meccaniche auto-bloccanti.

Come è il tuo rapporto con lo studio di registrazione e con le case discografiche? Sembra che tu abbia un ottimo rapporto con la Auand di Marco Valente e Improvvisatore Involontario di Francesco Cusa, come sei arrivato a loro?

Ehi, un momento! Improvvisatore Involontario è fondamentalmente una creazione mia, di Francesco Cusa (che è un mio amico fraterno e assiduo collaboratore da 25 anni) e di Carlo Natoli! Quindi non ci sono esattamente “arrivato”: E’ casa mia!
Carlo poi si è ritirato dal progetto dopo un paio di anni, mentre io e Francesco siamo ancora dentro. Il fatto che molti associno il collettivo-etichetta a Francesco come se ne fosse il “proprietario” probabilmente deriva dal fatto che Francesco ha assunto fin dall’inizio il ruolo di comunicatore ufficiale, avendone vocazione e talento specifici molto più di me e di altri soci. Inoltre, Francesco compare in quasi tutte le uscite discografiche del nostro catalogo, e questo attiene al suo essere molto poliedrico e anche prolifico, direi. Io invece compongo e registro in maniera più rarefatta nel tempo, e inoltre credo di essere una persona piuttosto schiva e riservata, non amo molto parlare. Questo spiega perchè sono meno esposto.
Quanto al mio primo disco, Trinkle Trio, è arrivato nel 2003 con la Auand di Marco Valente.
Marco segue molto bene i cd del suo catalogo in termini di promozione, e il mio disco fu il n. 3 della sua etichetta. Quindi devo molto a Marco se da quel disco in poi un pubblico più ampio ha potuto conoscermi.

Oltre a svolgere una notevole attività come concertista sei anche docente di Jazz presso il conservatorio “F. Cilea” di Reggio Calabria, come riesci a combinare queste due attività? A volte si ha l’impressione di una dicotomia tra le due “carriere”:che un concertista non riesca ad essere allo stesso tempo anche un insegnante… ti capita mai di imparare dai tuoi allievi?Insegno due giorni pieni a settimana, escludendo qualche workshop o master class durante l’anno.
A Reggio Calabria insegno Jazz, dirigo l’orchestra jazz del conservatorio, e sono direttore del dipartimento di jazz. Imparo costantemente moltissime cose dai miei studenti.
Gli altri giorni della settimana li dedico allo studio, alla ricerca, alla composizione, alle prove, ai concerti, all’attività artistica in generale, e solo in parte alla programmazione didattica. Quindi di fatto l’insegnamento occupa circa 1/3 della mia vita professionale. Quando sono in tour invece il tempo passa in maniera molto diversa, è come se mi prendessi una pausa in cui la gestione del tempo segue una logica differente.
Ma devo dire che negli ultimi tempi l’attività didattica e quella artistica si intrecciano sempre più spesso. Il conservatorio in base ai nuovi statuti è un luogo di produzione musicale, e non è difficile intraprendere delle esperienze di produzione musicale se ci stai dentro e hai voglia di lavorare. Diffido dai tanti che parlano male dei conservatori restandone fuori.
E sinceramente non credo a chi dice che un buon concertista non può essere un buon insegnante, visto che mi impegno per portare avanti entrambe le cose!

Sei anche diplomato in composizione (Conservatorio di Perugia, 1998) e Jazz (Conservatorio di Latina, 2001) .. che differenze riscontri tra il mondo del Conservatorio e quello del jazz? E’ possibile trovare dei punti di incontro tra questi due modi di fare musica?

Certamente: il punto d’incontro sta nella mia stessa attività artistica! Però è più semplice adesso, rispetto a quand’ero studente di conservatorio, individuare affinità tra mondi apparentemente così distanti. Da studente mi sentivo molto più confuso. Oggi passo con disinvoltura dall’improvvisazione al jazz, dalla chitarra elettrica alla composizione o alla direzione d’orchestra. La mia formazione è decisamente eclettica, e tale è di conseguenza anche la mia attività. Cercando di sintetizzare, penso che il mio obiettivo come artista consista nel ricercare formule ed equilibri ogni volta diversi nel rapporto tra scrittura e improvvisazione. E’ questo principio che mi ispira in qualunque progetto che mi capiti di intraprendere, ed è per questo che i miei progetti sono così diversi l’uno dall’altro.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Perchè mai pensi che sussista un rischio del genere? Forse perchè il vero problema è l’ignoranza, l’assoluta mancanza di rispetto per le sane competenze, e questo in Italia è vero in qualunque campo dello scibile, tanto più se parliamo di arte e di musica.
Oggi poi, nell’era del personal computer, siamo alla deriva: chiunque può essere regista, fotografo, compositore, redattore, traduttore, politologo, e così via. Insomma, chiunque si sente competente, in grado di prendere la parola su qualsiasi argomento. In nome di questa tuttologia qualcuno potrebbe arrivare ad affermare ad esempio, che ne so, che “nella musica di Claude Debussy si manifestano sentori della lezione di Ludovico Einaudi”, o qualunque idiozia del genere, come ad esempio Giovanni Allevi che definisce la propria musica “la vera musica classica contemporanea”! Il problema non è che qualcuno affermi una sciocchezza simile, anche perchè se lo fa ad arte non si tratta certo di un errore. Il problema vero sta nell’ignoranza della gente che sta ad ascoltare, magari rigurgitando nella società frammenti di certi discorsi. Bisognerebbe tornare alle parole del Dalai Lama, quando afferma che i bisogni primari di un essere umano sono sostanzialmente 3: cibo, acqua e conoscenza.
In questo mondo molti dovrebbero avere l’umiltà di tornare a studiare ricominciando dalle scuole elementari, per il bene della società e delle generazioni a venire.

Ascoltando la tua musica mi sono fatto l’idea che tu venga da una grande molteplicità di ascolti e di influenze, come gestisci questi frammenti di memoria musicale nelle tue composizioni e improvvisazioni? Li utilizzi consciamente o …. li lasci liberamente fluire?

Amo la biodiversità, come ti dicevo. L’approccio può cambiare: se mi prefiggo lo scopo di improvvisare cerco di non cadere nelle formule. Chiudo gli occhi, lascio fluire liberamente le idee, e a volte affiorano involontariamente quelli che tu chiami “frammenti di memoria musicale”. Ma anche un qualsiasi procedimento compositivo non può prescindere dal fattore-memoria. Alcuni elementi essenziali del linguaggio musicale si fondano sul concetto di memoria. Pensa, ad esempio, alla funzione che ha il concetto di ripetizione nella musica (improvvisata o scritta) di ogni epoca e linguaggio: ritornello, da capo, rondò, open ending, ripetitività nel minimalismo americano, reiterazione nelle musiche che inducono la trance, filastrocche, citazioni, parodie, forma-sonata.. sono le prime idee che mi passano per la mente se penso al concetto di ripetizione. La ripetizione è quindi un elemento di coesione formale importantissimo anche per chi ascolta, per chi danza, ed è un buon esempio per spiegare quanto conti la memoria, a breve e a lungo termine, per chi fa musica e per chi ne fruisce.
Vorrei aggiungere al proposito una considerazione che ho in mente da tanto tempo: alcune musiche (ed è forse il caso del jazz, della musica improvvisata e di certa musica di ricerca contemporanea) non godono del successo di un vastissimo pubblico perchè chiedono molto all’attenzione dell’ascoltatore, basandosi pochissimo sull’elemento della ripetitività. Le canzonette commerciali, all’opposto, si basano essenzialmente sulla reiterazione di pochi elementi.

Ti propongo un gioco: ti faccio alcuni nomi, che penso siano legati alle tue idee musicali, mi dice se ci ho azzeccato e che cosa significano o hanno significato per te? Incomincio:
1 Joe Pass
2 John Coltrane
3 Allan Holdsworth
4 Marc Ribot
5 Derek Bailey
6 Pat Metheny

Joe Passalacqua: bingo! Ho passato l’infanzia a consumare i suoi dischi e infine, all’età di 19 anni, ho assistito a una sua master class e ho avuto la fortuna di conoscerlo da vicino e suonare perfino un pezzo con lui! E’ stato un maestro, indirettamente o direttamente mi ha insegnato tantissimo sulla chitarra e sul jazz.

John Coltrane è il personaggio che in assoluto mi ha influenzato di più, e non solo nella mia fase “giovanile”. Ancora oggi quando suono mi riferisco più al suo fraseggio, alla sua idea di suono, al suo rigore di musicista, alla sua umiltà, alla sua dedizione alla dea della musica, che ai chitarristi o ad altre figure di riferimento.

Holdsworth: in verità conosco molto poco la sua discografia. L’ho ascoltato poco tempo fa dal vivo e ne ho ricavato un’impressione di grande eleganza nel suono, grande espressività nel fraseggio, ma purtroppo tutto questo veniva posto al servizio di una musica molto noiosa, una specie di fusion anni ’80 priva di qualsiasi fascino perchè troppo prevedibile, per quanto mi riguarda.

Marc Ribot: è diventato davvero un’icona musicale in virtù di una grande semplicità nel linguaggio, nella scelta delle note, e nel suono, così riconoscibile. Il massimo del risultato con un impiego minimale di mezzi. Mi piace!

Derek Bailey è stato uno dei grandi poeti-musicisti del Novecento. Sono sempre stato convinto che le sue soluzioni musicali, anche quelle considerate più astruse o più ostiche per un certo pubblico, siano in realtà frutto di un grande divertimento, di un gioco finto-serio sul quale molti critici musicali sono caduti, scomodando paroloni e inutili pastoni filosofici.
In realtà Derek Bailey è stato un grande giocoliere, con un grande senso dell’humor e della provocazione. Adoravo i suoi set in solo, ne ricordo uno anni fa a Roma, al vecchio Teatro Colosseo per il festival Controindicazioni: rimasi sdraiato sulla poltrona a bocca aperta fino al set successivo, fu davvero una grande lezione! Credo che la musica di Derek Bailey perda molto del suo valore se ascoltata su disco, era molto meglio respirarla dal vivo (come del resto accade sempre con la musica totalmente improvvisata).

Pat Metheny: nonostante sia impossibile rimanere insensibili al suo talento musicale esplosivo, alla sua sterminata discografia, al suo incredibile istinto compositivo e di arrangiatore, alla dolcezza della persona che probabilmente si cela dietro quella chitarra.. lo detesto da sempre.!
Lo ritengo l’emblema del melenso in musica, trovo che le sue melodie sempre con il glissatino discendente in agguato siano detestabili. Per lui ho coniato una definizione che mi sembra particolarmente calzante: la chitarra petulante. Mi dispiace affermare una cosa così impopolare, ma mi riferisco soprattutto al Pat Metheny Group, cerca di capire..
E comunque, a parte una breve fase in cui apprezzavo qualcosa dei suoi lavori più propriamente jazzistici, non mi interessa proprio quell’approccio alla musica.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Perchè mai pensi che sussista un rischio del genere? Forse perchè il vero problema è l’ignoranza, l’assoluta mancanza di rispetto per le sane competenze, e questo in Italia è vero in qualunque campo dello scibile, tanto più se parliamo di arte e di musica.
Oggi poi, nell’era del personal computer, siamo alla deriva: chiunque può essere regista, fotografo, compositore, redattore, traduttore, politologo, e così via. Insomma, chiunque si sente competente, in grado di prendere la parola su qualsiasi argomento. In nome di questa tuttologia qualcuno potrebbe arrivare ad affermare ad esempio, che ne so, che “nella musica di Claude Debussy si manifestano sentori della lezione di Ludovico Einaudi”, o qualunque idiozia del genere, come ad esempio Giovanni Allevi che definisce la propria musica “la vera musica classica contemporanea”! Il problema non è che qualcuno affermi una sciocchezza simile, anche perchè se lo fa ad arte non si tratta certo di un errore. Il problema vero sta nell’ignoranza della gente che sta ad ascoltare, magari rigurgitando nella società frammenti di certi discorsi. Bisognerebbe tornare alle parole del Dalai Lama, quando afferma che i bisogni primari di un essere umano sono sostanzialmente 3: cibo, acqua e conoscenza.
In questo mondo molti dovrebbero avere l’umiltà di tornare a studiare ricominciando dalle scuole elementari, per il bene della società e delle generazioni a venire.

Ascoltando la tua musica mi sono fatto l’idea che tu venga da una grande molteplicità di ascolti e di influenze, come gestisci questi frammenti di memoria musicale nelle tue composizioni e improvvisazioni? Li utilizzi consciamente o …. li lasci liberamente fluire?

Amo la biodiversità, come ti dicevo. L’approccio può cambiare: se mi prefiggo lo scopo di improvvisare cerco di non cadere nelle formule. Chiudo gli occhi, lascio fluire liberamente le idee, e a volte affiorano involontariamente quelli che tu chiami “frammenti di memoria musicale”. Ma anche un qualsiasi procedimento compositivo non può prescindere dal fattore-memoria. Alcuni elementi essenziali del linguaggio musicale si fondano sul concetto di memoria. Pensa, ad esempio, alla funzione che ha il concetto di ripetizione nella musica (improvvisata o scritta) di ogni epoca e linguaggio: ritornello, da capo, rondò, open ending, ripetitività nel minimalismo americano, reiterazione nelle musiche che inducono la trance, filastrocche, citazioni, parodie, forma-sonata.. sono le prime idee che mi passano per la mente se penso al concetto di ripetizione. La ripetizione è quindi un elemento di coesione formale importantissimo anche per chi ascolta, per chi danza, ed è un buon esempio per spiegare quanto conti la memoria, a breve e a lungo termine, per chi fa musica e per chi ne fruisce.
Vorrei aggiungere al proposito una considerazione che ho in mente da tanto tempo: alcune musiche (ed è forse il caso del jazz, della musica improvvisata e di certa musica di ricerca contemporanea) non godono del successo di un vastissimo pubblico perchè chiedono molto all’attenzione dell’ascoltatore, basandosi pochissimo sull’elemento della ripetitività. Le canzonette commerciali, all’opposto, si basano essenzialmente sulla reiterazione di pochi elementi.

Ti propongo un gioco: ti faccio alcuni nomi, che penso siano legati alle tue idee musicali, mi dice se ci ho azzeccato e che cosa significano o hanno significato per te? Incomincio:
1 Joe Pass
2 John Coltrane
3 Allan Holdsworth
4 Marc Ribot
5 Derek Bailey
6 Pat Metheny

Joe Passalacqua: bingo! Ho passato l’infanzia a consumare i suoi dischi e infine, all’età di 19 anni, ho assistito a una sua master class e ho avuto la fortuna di conoscerlo da vicino e suonare perfino un pezzo con lui! E’ stato un maestro, indirettamente o direttamente mi ha insegnato tantissimo sulla chitarra e sul jazz.

John Coltrane è il personaggio che in assoluto mi ha influenzato di più, e non solo nella mia fase “giovanile”. Ancora oggi quando suono mi riferisco più al suo fraseggio, alla sua idea di suono, al suo rigore di musicista, alla sua umiltà, alla sua dedizione alla dea della musica, che ai chitarristi o ad altre figure di riferimento.

Holdsworth: in verità conosco molto poco la sua discografia. L’ho ascoltato poco tempo fa dal vivo e ne ho ricavato un’impressione di grande eleganza nel suono, grande espressività nel fraseggio, ma purtroppo tutto questo veniva posto al servizio di una musica molto noiosa, una specie di fusion anni ’80 priva di qualsiasi fascino perchè troppo prevedibile, per quanto mi riguarda.

Marc Ribot: è diventato davvero un’icona musicale in virtù di una grande semplicità nel linguaggio, nella scelta delle note, e nel suono, così riconoscibile. Il massimo del risultato con un impiego minimale di mezzi. Mi piace!

Derek Bailey è stato uno dei grandi poeti-musicisti del Novecento. Sono sempre stato convinto che le sue soluzioni musicali, anche quelle considerate più astruse o più ostiche per un certo pubblico, siano in realtà frutto di un grande divertimento, di un gioco finto-serio sul quale molti critici musicali sono caduti, scomodando paroloni e inutili pastoni filosofici.
In realtà Derek Bailey è stato un grande giocoliere, con un grande senso dell’humor e della provocazione. Adoravo i suoi set in solo, ne ricordo uno anni fa a Roma, al vecchio Teatro Colosseo per il festival Controindicazioni: rimasi sdraiato sulla poltrona a bocca aperta fino al set successivo, fu davvero una grande lezione! Credo che la musica di Derek Bailey perda molto del suo valore se ascoltata su disco, era molto meglio respirarla dal vivo (come del resto accade sempre con la musica totalmente improvvisata).

Pat Metheny: nonostante sia impossibile rimanere insensibili al suo talento musicale esplosivo, alla sua sterminata discografia, al suo incredibile istinto compositivo e di arrangiatore, alla dolcezza della persona che probabilmente si cela dietro quella chitarra.. lo detesto da sempre.!
Lo ritengo l’emblema del melenso in musica, trovo che le sue melodie sempre con il glissatino discendente in agguato siano detestabili. Per lui ho coniato una definizione che mi sembra particolarmente calzante: la chitarra petulante. Mi dispiace affermare una cosa così impopolare, ma mi riferisco soprattutto al Pat Metheny Group, cerca di capire..
E comunque, a parte una breve fase in cui apprezzavo qualcosa dei suoi lavori più propriamente jazzistici, non mi interessa proprio quell’approccio alla musica.

Consigliaci cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..

1 A love supreme, di John Coltrane
2 Thelonious Monk plays Ellington, un vecchio disco di Monk su Riverside
3 Qualsiasi buona esecuzione dei quartetti d’archi “gemelli” di Debussy e di Ravel. Ne hanno scritto uno solo ciascuno, e solitamente vengono eseguiti in abbinamento. Musica da sballo!
4 Dopodichè, sull’isola deserta bisognerebbe assolutamente portare Bach, ma non riesco a scegliere tra un edizione de: L’offerta Musicale, L’arte della Fuga, l’integrale del Clavicembalo ben-temperato e le Variazioni Goldberg.. Direi tutti! Però così ho finito le risposte a mia disposizione. Peccato, perchè penso che avrei aggiunto i Don Caballero.

Quali sono invece i tuoi cinque spartiti indispensabili?

L’arte della fuga di Bach: supera da solo il numero di 5 spartiti e contiene in sè l’universo intero.

Però sono molto vorace di musica scritta, la mia formazione da compositore si fa sentire..
Quindi almeno ai chitarristi raccomanderei Radames Gnattali, varie trascrizioni dai 78 giri di Garoto e di smetterla di studiare Fernando Sor!

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli ti senti di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Era ora! Sono anni che studiate e finalmente avete deciso, eh? Le cose sono due: o vi confrontate con la dura realtà (leggi più sopra a proposito di relazioni diplomatiche, etc..) oppure è bene che andiate in piazza a confrontarvi direttamente con il pubblico della strada! Gli artisti di strada hanno molto coraggio e hanno molto da insegnare a chi ha passato ore e ore in casa a studiare con il metronomo. A volte basta osservarli attentamente per capire la lezione, ed è meglio di un master universitario!
Ma qualunque cosa facciate, fatela a modo vostro, come più vi viene naturale. Non date troppa importanza a tutto ciò che ha il sapore di dogmatico, perchè vi porterebbe lontano dalla musica.

Con chi ti piacerebbe suonare e chi ti piacerebbe suonare? Ascolti mai musica classica o musica per chitarra classica contemporanea?

Mi piacerebbe molto suonare con Fred Frith e Elliott Sharp come ospiti del quartetto Tetrakis, come ti ho già detto, e poi in ambito più jazzistico mi piacerebbe molto poter suonare con il trombonista Nils Vogram, con il grande trombettista Dave Douglas, e poi con il batterista Jim Black.

Quanto alla mia carriera di chitarrista classico..beh, si è interrotta quando a 17 anni, superato il compimento inferiore, stavo preparando i 10 studi di Sor previsti per l’esame si ottavo anno, nella revisione Segovia. Un giorno mi resi conto che la mia mano sinistra stava compiendo uno sforzo immane per suonare una semplice triade maggiore di mi bemolle a causa di una sciagurata diteggiatura di Segovia, e così capii improvvisamente di avere sbagliato strada e mi dedicai alle musiche improvvisate..almeno ora le scelgo io le diteggiature!
I miei successivi studi da compositore mi hanno insegnato che quello della chitarra classica è proprio un universo parallelo rispetto alla storia della musica, in cui tocca superare molti pregiudizi.
I chitarristi stessi hanno bisogno di ampliare maggiormente il proprio bagaglio culturale, di coltivare le buone letture, il pianoforte, l’armonia al di là del proprio strumento e di capire alcune cose fondamentali, come ad esempio che:
1) fino a tutto il XIX secolo, i maggiori compositori europei NON hanno scritto per chitarra.
2) con il XX secolo, ed in particolare con l’avvento dei sistemi di amplificazione dello strumento, è divenuto possibile relazionarsi in maniera più proficua con nuove tipologie di organico, e proiettare il suono della chitarra in maniera più efficace: sarebbe dunque giunto il momento di portare la buona musica per chitarra classica ad un pubblico più ampio, e in sale da concerto più grandi, anche avvalendosi della tecnologia. Questo consentirebbe anche al chitarrista di estrazione accademica l’opportunità di relazionarsi in maniera più utile con le altre musiche e con la contemporaneità.
Senza nulla togliere al fascino di quel “mondo in miniatura” che Segovia ci ha insegnato ad amare, credo che sarebbe ora di “uscire dal guscio”.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Sto ultimando le registrazioni del primo cd del Tetrakis guitar quartet, e sto cercando (con l’aiuto della mia attuale manager-fotografa veneziana Pat Ferro) di mettere insieme alcune date per un tour di presentazione in anteprima nazionale. Per i primi mesi del nuovo anno prevedo poi la presentazione ufficiale alla stampa e la commercializazione. Il cd si intitolerà “First Wind” e sarà stampato ovviamente “in casa”, da Improvvisatore Involontario.
Poi in Dicembre terrò una master class di chitarra jazz in Calabria nell’ambito degli “Incontri chitarristici del Mediterraneo”, un’interessante iniziativa del M° Salvatore Zema, giunta alla XIV edizione.
Inoltre per la primavera del 2010 mi piacerebbe riprendere l’attività del mio quartetto jazz Paolo Sorge & the Jazz Waiters, con Francesco Cusa alla batteria, Tony Cattano al trombone, e Stefano Senni al contrabbasso. Abbiamo suonato troppo poco finora, e spero che il mondo miope dei festival italiani ci dia più spazio in futuro, altrimenti non sarà facile registrare un secondo cd.
Noi artisti a volte abbiamo bisogno di opportunità, più ancora che di soldi. Se solo avessi la certezza di poter suonare per 20 giorni di fila con un gruppo così, credo che al ventunesimo giorno registreremmo uno dei dischi più belli dell’anno, è ovvio! Qui in Italia invece finora ho sempre raccolto grandi consensi da parte della critica e poi il grosso pubblico del jazz a stento ci conosce..I festival sono intasati dalle solite 4 agenzie che propongono i soliti 4 nomi già noti, e nessuno vuole correre il rischio di discostarsi dai parametri dettati dalle leggi di mercato, applicate però a un prodotto culturale raffinato.. E così si ammazza la biodiversità musicale.
Quindi chiuderei con un appello ai direttori artistici dei festivals:
“C’è qualcuno disposto a smentirmi, rendendo quindi possibile la sopravvivenza e la fruizione dal vivo dei miei genuini e biologici progetti musicali?” (eh eh eh eh..)

Grazie Paolo!

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