#Intervista con Francesco Morittu (Novembre 2016) su #neuguitars #blog

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INTERVISTA PER Francesco Morittu

Quando hai iniziato a suonare la chitarra e perché?

Ho iniziato a suonare la chitarra come autodidatta quando avevo circa 16 anni. In casa avevamo un’estudiantina, un modello di dimensioni ridotte e di fabbricazione siciliana che montava corde in metallo e che, come avrei scoperto molti anni dopo nelle mie ricerche di etnomusicologia, si usava qui da noi in Campidano, nelle bettole, per accompagnare canti e balli della tradizione. Me ne impossessai e cominciai a occupare tutto il mio tempo libero tentando, ad orecchio, di tirarci fuori qualsiasi musica.
Di lì a poco con alcuni amici del liceo, formammo un piccolo gruppo (chitarra elettrica, basso e batteria) per suonare cover di Clapton, Dire Straits, Pink Floyd, Eagles ecc..In realtà finivamo sempre per dedicarci alle nostre composizioni; sentivamo il bisogno di fare una musica che, pur ispirandosi ai nostri modelli, fosse più vicina a noi e che, in qualche modo, ci rispecchiasse. Fu questa una bellissima esperienza, determinante per le mie scelte future. A volte ci riunivamo a casa del bassista il cui padre (un vero e proprio pusher di buona musica, come qualcuno di noi ebbe, in seguito, a dire) ci proponeva, ad ogni riunione, un vinile diverso: Weather Report, Jaco Pastorius, Miles Davis, Modern Jazz Quartet, Paco de Lucia, tanto per citarne alcuni. Fu nel corso di questi incontri che mi appassionai alla chitarra classica. Ricordo ancora il pomeriggio in cui ascoltai per la prima volta il celebre Concierto de Aranjuez per chitarra e orchestra di Rodrigo, nell’interpretazione di John Williams. Fui subito rapito dal fascino di quell’esecuzione, dalla completezza e dalla pulizia del suono, dalla destrezza con cui si apriva ad episodi contrappuntistici senza, però, mai perdere il calore e la sensualità del canto o la ruvida bellezza degli accordi in rasgueado. Avvertivo quegli elementi (che pur giungevano da una tradizione secolare) come nuovi e, quindi, fortemente stimolanti e ne intuivo le grosse potenzialità anche nell’ambito della musica improvvisata e di repertori più moderni come, naturalmente, il jazz.

Che studi hai fatto e qual è il tuo background musicale?

Nel 1990, concluso il liceo, mi trasferii a Bologna dove mi iscrissi al DAMS e intrapresi lo studio della chitarra classica. Mi ritrovai catapultato in una realtà molto stimolante caratterizzata da un notevole fervore artistico e culturale e da un’accesa pluralità di opinioni e punti di vista sull’arte, la musica e la società. Per quanto riguarda la chitarra mi affidai alla preziosa guida di Monica Paolini che con competenza e passione mi introdusse all’estetica del suono attraverso le pagine non solo degli autori classici ma, fin dall’inizio, anche dei maestri dell’età barocca e contemporanea (Bach, Weiss, Poulenc, Villa Lobos, Llobet, Brouwer) Musicista di ampie vedute, Monica mi incoraggiava a coltivare, oltre alla prassi esecutiva, anche la composizione e l’improvvisazione, indicandomi (fra i tanti) in Ralph Towner un esempio da approfondire.
Parallelamente frequentavo le lezioni e il tumultuoso ambiente del DAMS. Difficile riassumere in poche parole quanto fu importante per me quella realtà che allora, unica in Italia, poteva vantare un corpo docente d’eccezione, una nutrita schiera di studenti di varia provenienza geografica e artistica e una seria fazione antagonista rappresentata dal Laboratorio di Musica & Immagine, un gruppo di valenti musicisti capitanati da Salvatore Panu e Paolo Angeli, che si proponeva di abbattere le convenzionali distinzioni tra i generi musicali. Sarebbe riduttivo far passare per semplice corso di laurea quel che è stata, invece, una vera e propria fucina d’idee. In quest’ambito incandescente la formazione non avveniva mai, per forza di cose, in maniera passiva, ma sempre attraverso una serie di processi dialettici, spesso traumatici, in cui eri obbligato a prendere posizione, anche solamente rispetto alle tue scelte artistiche e universitarie. Sebbene lo studio della chitarra mi arricchisse in maniera inestimabile sentivo aumentare la necessità di definire con maggior chiarezza la mia direzione non solo come chitarrista ma anche e soprattutto, in senso più ampio, come musicista. Così mi aprivo, per quanto possibile, alle tante opportunità che la città offriva, in termini di crescita e confronto, rappresentate sia dalla variegata e generosa proposta culturale e concertistica (jazz, avanguardia elettronica, musica antica, contemporanea, opera, teatro, c’era di tutto) che dalla frequentazione di amici musicisti e colleghi universitari, che già allora cominciavano a sperimentare ed intraprendere percorsi alternativi e personali (Sergio Altamura e Paolo Angeli, tanto per rimanere tra chitarristi).
Mi laureai in etnomusicologia, con Roberto Leydi e, successivamente, mi diplomai in chitarra.
Poco dopo il diploma mi trasferii a Parma per perfezionarmi con Giampaolo Bandini. La città, al riparo dai clamori bolognesi, rappresentava un’ottima sede in cui riordinare le idee e produrre materiale da sviluppare nei progetti futuri ed inoltre, nei giorni in cui si svolgevano le edizioni del Festival Internazionale di Chitarra “Paganini”, si poteva cogliere l’opportunità di interagire direttamente con i grandi interpreti della chitarra classica (Yamashita, Russell, Assad, Dukic, Steidl, Barrueco ecc.) e aggiornarsi sulle novità riguardanti nuove composizioni e nuovi autori che scrivevano per lo strumento.

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Con che chitarre suoni e con quali hai suonato?

La mia prima chitarra è stata una Ramirez 3C in cedro, costruita artigianalmente. Poi, in vista del diploma, ne presi una in abete del bravissimo Rinaldo Vacca di Cabras (Or). Da diversi anni, invece, suono una Scandurra del 1993, con tavola in abete e con la quale ho inciso Nautilus. Poi c’è la estudiantina, la “campidanese” degli anni ’50 con tavola in abete e corde in metallo di cui sono venuto in possesso durante le campagne di ricerca sul ballo a chitarra e di cui sono innamorato. Ha una voce meravigliosa e finora l’ho utilizzata solo nell’ambito di spettacoli di teatro-danza. In futuro le vorrei dedicare, però, uno spazio specifico, sia nei concerti che nei progetti discografici.

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Come è nata l’idea di realizzare il cd Nautilus?

Nautilus è una sorta di antologia di brani scritti in periodi molto distanti tra loro. Ciò che li accomuna è il fatto che tutti funzionano come dei piccoli racconti musicali in cui l’improvvisazione si intreccia con le parti rigorosamente scritte e gioca, così, un ruolo decisivo sul piano dell’efficacia narrativa. Non a caso pezzi come, ad esempio, Marco Polo sono nati in seno a performance teatrali, in cui la musica doveva potersi all’occorrenza modellare, in maniera estemporanea, sul dialogo con l’attore. Nei brani che compongono l’album lo spazio dato all’improvvisazione non è mai un compartimento stagno da riempire con variazioni melodiche ma, piuttosto, un cantiere aperto in cui si ritrovano alcune delle costruzioni e dei manufatti messi in gioco nelle precedenti esecuzioni e scampati all’erosione della memoria. In questa maniera, esecuzione dopo esecuzione, il brano comincia a stabilizzarsi e ad assumere una connotazione sempre più definita, pur non rinunciando a rimescolare gli elementi in gioco e introdurne di nuovi.

Come mai hai scelto la label di Stefano Guzzetti per produrre questo disco?

E’ avvenuto tutto in maniera molto naturale. Ho conosciuto Stefano qualche anno fa a Cagliari grazie ad un amico in comune, il violinista Simone Soro. Ci siamo soffermati a parlare di musica e linguaggi artistici e, con molto piacere, ho scoperto in lui un musicista e compositore animato da autentica passione e instancabile dedizione per la musica e, quel che è raro, con le idee molto chiare sulle modalità con cui ottimizzare i tempi di realizzazione dei propri progetti. Tra di noi è nata ben presto un’amicizia che si basa su un sentimento di profondo rispetto, sia sul piano umano che artistico e, questo, anche a dispetto del fatto che abbiamo una maniera molto differente di comporre e, talvolta, d’intendere la musica. Da tempo Stefano stava pensando di aprire la sua etichetta ai lavori di altri artisti e aveva già ampiamente manifestato sinceri apprezzamenti per i miei brani offrendomi, tra l’altro, un prezioso aiuto per registrarli. La scelta di far uscire Nautilus per Stella Recordings è stata la logica conseguenza di tutto questo.

Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Quando scrivo – anche quando non scrivo per chitarra – lo faccio con lo strumento in mano. Decido delle linee guida e, attraverso l’improvvisazione, elaboro del materiale che, se reputo convincente, fisso sulla carta o direttamente su Finale per poi lavorarlo con calma “a tavolino”. Quando arriva il momento di svilupparlo mi affido, nuovamente, all’improvvisazione e così via finché non raggiungo una completezza formale che mi soddisfa. Improvvisare significa, insomma, ricercare. Credo che quest’aspetto andrebbe tenuto presente anche quando si affrontano gli autori classici. L’improvvisazione può costituire, infatti, un mezzo privilegiato d’indagine per risalire la corrente della partitura e avvicinare l’interprete al gesto e alle ragioni stilistiche dell’autore. C’è chi storce il naso, ma io, invece, mi entusiasmo quando ascolto Pavel Steidl suonare e improvvisare su Paganini, Coste o Giuliani e m’incanto di fronte al modo in cui Roland Dyens ci dipinge il signor Villa Lobos e la sua musica. In tal senso l’improvvisazione non è appannaggio esclusivo del jazz sebbene, chi volesse avvicinarsi alla musica improvvisata, non dovrebbe rimanerne a digiuno.

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Che influenza hanno avuto i tuoi studi nel mondo dell’etnomusicologia nel tuo fare musica?

Decisiva, direi. Frequentai le lezioni di etnomusicologia tenute da Roberto Leydi sin dal primo anno di università. Uomo di grande comunicatività, curiosità e intelligenza, Leydi aveva viaggiato a lungo e sapeva condurre i suoi studenti attraverso i concetti cardine dell’etnomusicologia avvalendosi della forza del racconto vissuto in prima persona e del fascino seduttivo dell’aneddoto. Ci ammoniva dall’andare a braccetto con l’esotico e ci invogliava, invece, a fare ricerca nella propria terra d’origine. Così, concordai con lui una tesi sul ballo a chitarra del Campidano (uno stile esecutivo polifonico e virtuosistico che deriva, in linea diretta, da quello della vihuela spagnola del ‘500 e che è ormai quasi in disuso) e cominciai a far ricerca nell’area meridionale della Sardegna. Entrando nelle case dei suonatori (per lo più anziani) che contattavo mi ritrovavo immediatamente connesso ad un tessuto sociale in cui si parlava prevalentemente il sardo, si cantavano altre canzoni, si ballavano altre danze, si suonavano altri strumenti e si intonavano, a memoria, i versi di poeti improvvisatori vissuti quasi un secolo addietro. Ero elettrizzato dall’incontro con quella “nuova” realtà ma, per quanto cercassi di persuadermi del contrario, non riuscivo ad ignorare la verità: mi sentivo straniero in casa propria. Continuai le ricerche e, naturalmente, imparavo i balli che raccoglievo e trascrivevo fino a che, un giorno, mi trovai ad accompagnare un piccolo cerchio di ballerini. Con sorpresa mi accorsi che quello che stavo eseguendo non era nessuno dei balli che avevo appreso, ma qualcosa che, di quelli, ricombinava e variava gli elementi a seconda del feedback che mi arrivava dal cerchio. Non era, naturalmente, niente di più che un ballo campidanese, ma, quel che importa, è che era il mio.
Ecco, quindi, il cuore dell’eredità di Leydi: la ricerca. Intesa non tanto come tappa conclusiva della mia carriera universitaria, ma, piuttosto, come percorso esperienziale che, nel segno di un’intima e privata riconciliazione con la mia terra d’appartenenza, ha inaugurato una nuova maniera di suonare e di comporre.
Da allora cominciai ad orientare la mia ricerca compositiva verso la rielaborazione degli archetipi estetici e formali che regolano il ballo sardo all’interno di un linguaggio personale. Il primo frutto di questa ricerca fu “S’acabbadora”, un brano per chitarra sola che scrissi nel 2007 nella tranquillità di un autunno parmigiano, che ottenne diversi consensi ed apprezzamenti in ambito internazionale e che, tuttora, rientra nel catalogo di pubblicazioni della Bérben di Ancona.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Credo che il rischio di cui parli esista, ma che sia in qualche modo necessario, proprio per permettere una reazione contraria in grado di invertire il processo. La nostra è un’epoca satura di informazione; scegliamo di uniformarla perché non sappiamo gestirla e “disattiviamo” quei dettagli che resistono al processo di omologazione. Così, ad esempio, racchiudiamo musiche appartenenti ad autori, stili ed epoche distanti fra loro sotto la pressione di un unico modello estetico dominante fatto di procedure interpretative ben codificate, di sonorità standardizzate e di impeccabilità esecutiva. Forse mi sbaglio ma tutto questo, alla fine, ha prodotto una gran fame di autenticità e di verità, risvegliando la consapevolezza della necessità e del piacere della scoperta. Personalmente ho trovato nell’improvvisazione e nella ricerca etnomusicologica due esperienze che mi tengono saldamente ancorato al presente, permettendomi di scorgere con chiarezza i legami, ma anche le tante differenze col passato.

Ci consigli cinque dischi per te  indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..

Cinque sono troppi… o troppo pochi! Ma ci provo:

Egberto Gismonti – Sol do meio dia
Ralph Towner – Anthem
Hopkinson Smith (liuto) – S.L. Weiss / Pieces de luth
Bill Evans – Live in Tokio
Roland Dyens (guitar) – Heitor Villa Lobos

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Con chi ti piacerebbe suonare e chi ti piacerebbe suonare? Che musiche ascolti di solito?

A dir la verità, ora come ora, sono più orientato verso lo scambio col mondo del teatro e della danza, e non ho in mente nessun musicista in particolare. Però, se posso volare di fantasia, mi piacerebbe aprire un concerto con la musica di Toru Takemitsu (direi “Wainscot Pond” il primo brano di quel trittico meraviglioso che è In the Woods) e, senza soluzione di continuità, scivolare in un duetto d’improvvisazione radicale alla chitarra classica con Marc Ducret.
Ascolto di tutto, purché contenga un po’ di verità, possibilmente diverse dalle mie. In ogni caso sono un ascoltatore pigro e vagamente autistico, quando un brano (o un album) mi colpisce l’ascolto a ripetizione per settimane, finché, semplicemente, mi dedico ad altro.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Nel frattempo che faccio promozione a “Nautilus” sto già progettando il mio prossimo album. L’unica cosa di cui, ora come ora, sono sicuro è che conterrà unicamente musiche che ho scritto sulla scia delle ricerche sulla musica popolare sarda e che comprenderà, quindi, brani come “S’acabbadora”. Non sarà, però, un album di sola chitarra, ci saranno anche altri strumenti e musicisti e largo spazio verrà dato all’improvvisazione. Avrò, invece, un occhio di riguardo per la piccola “campidanese” che non vedo l’ora di utilizzare a pieno regime.

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