#Intervista a Adolfo La Volpe (Novembre 2016) su #neuguitars #blog

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Intervista a Adolfo La Volpe (2016)

Ciao Adolfo, è davvero un po’ di tempo che non facciamo due chiacchiere, l’ultima nostra intervista risale al… 2010! Quante cose nel frattempo… i lavori con AlchEmistica… le collaborazioni con Giacomo Mongelli e Pierpaolo Martino su Setola di Maiale, con Stefano Luigi Mangia e Giorgio Distante su Leo Records, il quartetto Nautilus su Workin’ Label… ce ne vuoi parlare? Mi sono perso altro per strada?

Sono successe un po’ di cose, in effetti…i due lavori con AlchEmistica (“Il Nome delle Cose” nel 2010 e “15 Improvisations” in duo con P.Montagne) sono stati importanti per me perchè in entrambi, come d’altronde nell’ultimo “A Little Less”, mi sono dedicato completamente alla chitarra acustica, cosa per me tutto sommato insolita. Il trio Mondegreen con P.Martino e G.Mongelli è una formazione che ci sta dando molte soddisfazioni (proprio in questi giorni suoniamo nell’ambito del Time Zones Festival); sentiamo di aver ormai sviluppato un interplay notevole, e soprattutto un linguaggio comune, una sintesi tra cose piuttosto diverse: l’avant-jazz della cosiddetta “downtown scene”di New York a cavallo tra ’80 e ’90, il post-rock più sperimentale, l’improvvisazione radicale più astratta. Il cd in trio con S.Mangia e G.Distante (preceduto tra l’altro da un altro cd per la Leo in quartetto con Mangia, Stefania Ladisa al violino ed Angelo Urso al contrabbasso) è stata una esperienza della quale sono particolarmente orgoglioso, cosi’ come i concerti che ne sono seguiti; speriamo in futuro di poter riprendere le fila di quel discorso. E ancora, il Tran(ce)formation Quartet con Giorgia Santoro, Marco Bardoscia e Pippo D’Ambrosio, che in questi anni ha inciso due cd (“Entrance” per la Leo Records e “Nautilus” per la Workin’Label) è una formazione ormai affiatatissima, nella quale è possibile spaziare e sperimentare molto dal punto di vista compositivo, poiché abbiamo sempre voluto far convivere una scrittura melodica e distesa con momenti più aspri e allucinati. Inoltre il mio cd “The Charting Sleepers – In a Nutshell”, per molti motivi forse il mio lavoro più “privato”, ed al quale sono molto affezionato, è stato pubblicato dall’etichetta del collettivo “Desuonatori” (www.desuonatori.it). Un’altra bellissima avventura è quella di Camera Sonora (www.camerasonora.com), una “durational performance” che abbiamo eseguito più volte in Italia, Germania e Danimarca con Marialuisa Capurso alla voce ed elettronica e Morten Poulsen all’elettronica. Ho suonato (con Francesco Massaro) nel cd “Floating” di Chiara Liuzzi, un originalissimo lavoro su Billie Holiday uscito per la Leo, e quest’estate ho partecipato alla interessantissima performance multimediale “Memoriae Cantus” del Med’Ensemble di Vito M. Laforgia, che spero avremo occasione di ripetere. In ambiti del tutto diversi, se si vuole legati in vario modo alla cosiddetta world music, proseguono le mie collaborazioni “di lungo corso” con Raiz (cantante degli Almamegretta), gli ensemble Radicanto (con il quale collaboro ormai da più di quindici anni) e Radiodervish, e il mio lavoro con il trio Forè e con il quartetto L’Escargot, con il quale stiamo lavorando ad un nuovo cd del quale siamo entusiasti. In ultimo, non posso dimenticare la mia ormai quasi ventennale collaborazione con la compagnia di danza contemporanea QuaLiBò.

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E poi quest’anno due lavori davvero interessanti con Pablo Montagne in duo e La Cantiga de la Serena… cominciamo a parlare di questo trio con Fabrizio Piepoli e Giorgia Santoro… come vi siete incontrati? Da quanto fate musica assieme e come la scelta della musica antica e della musica sefardita?

Con entrambi ci conosciamo da parecchi anni, abbiamo percorso un bel tratto di strada assieme e condiviso esperienze molto diverse tra loro. L’inizio della mia collaborazione con Giorgia risale all’incirca al 2006, quella con Fabrizio addirittura al 1997, quando entrambi abbiamo incominciato a cercare di suonare musiche antiche del bacino del Mediterraneo, ed ad appassionarci agli strumenti propri di quelle tradizioni. Nel 2008 Giorgia ed io abbiamo creato La Cantiga de la Serena, che è nato come trio strumentale ed in anni più recenti si è consolidato nella sua forma attuale con l’arrivo di Fabrizio.

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Con la Cantiga abbiamo il piacere di sentirti suonare l’oud, nella nostra intervista del 2010 citavi tra i tuoi dischi preferiti “L’art du ud” di Munir Bashir, forse il più grande tra gli artisti iracheni di questo strumento, come è nata la tua passione per questo strumento e come l’hai imparato? Tra l’altro la tua intro su “Si verias” è un piccolo capolavoro…

Ti ringrazio davvero, ma in tutta sincerità cerco di rapportarmi all’oud (come ad altri cordofoni che mi appassionano, quali la chitarra portoghese, la cetra corsa, il bouzouki irlandese o il saz turco) da scolaro rispettoso, rimanendo consapevole di avere tanto da imparare.

La Serena è stato prodotto dall’etichetta indipendente Workin’ Label, non è la prima volta che collabori con loro, come è nata questa relazione?

Il rapporto con la Workin’ Label è nato quando abbiamo registrato Nautilus, il secondo cd del Tran(ce)formation Quartet di cui parlavo prima. Irene Scardia, fondatrice dell’etichetta, ci aveva già invitato a suonare in rassegne da lei organizzate, così tutto è avvenuto in maniera molto spontanea. Quando abbiamo registrato “La Serena” ci è perciò sembrato naturale proporre questo nuovo lavoro ad Irene, considerato anche che è un’etichetta dal catalogo molto interessante ed aperto a stili musicali diversi.

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Poi c’è il lavoro in duo con Pablo Montagne, voi due siete praticamente fratelli ormai, come è nata l’idea di questo lavoro? Ogni tanto sentite il bisogno di ritrovarvi e fare il punto della situazione?

Quando ci è possibile, io e Pablo ci vediamo per studiare e sperimentare assieme, e ad un certo punto ci siamo accorti che concentrandoci sul dialogo tra chitarra classica ed acustica ottenevamo dei risultati interessanti; abbiamo poi scelto alcune nostre composizioni che ci sembrava potessero essere rese bene con questa particolare strumentazione, e così la direzione del lavoro ha cominciato a delinearsi. Ha infine aiutato molto il fatto di poter eseguire questo materiale in concerto, consentendoci di capire cosa funzionava e cosa invece andava migliorato.

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Cosa c’è di diverso da A little less rispetto a lavori come 15 Improvisations?

In primo luogo, come dice il titolo stesso, “15 Improvisations” è un lavoro completamente dedicato all’improvvisazione; nel caso di “A Little Less” invece, uno degli aspetti che ci interessava maggiormente esplorare è proprio il rapporto dialogico tra scrittura e prassi improvvisativa, ed in particolare la possibilità di “dosarle” diversamente all’interno di ogni singolo brano. Così nel cd trovano spazio brani completamente scritti, altri completamente improvvisati, ed altri ancora nei quali i due elementi si confrontano in modi diversi. Inoltre aggiungerei che, mentre nel precedente cd entrambi suonavamo la chitarra acustica, in questo Pablo si dedica completamente alla classica; questo, che potrebbe sembrare un dettaglio, è in realtà un elemento che ci ha aperto orizzonti nuovi: nel corso della nostra storia comune io e Pablo abbiamo sempre cercato di suonare in modo da creare una sorta di macro-chitarra, puntando ciòè ad amalgamarci il più possibile, quasi annullando le singole individualità; per far ciò abbiamo scelto sempre strumenti simili, due chitarre elettriche oppure due acustiche. Nel caso di “A Little Less”, questo percorso si è invece aperto anche alla possibilità di valorizzare le differenze timbriche e strutturali dei due strumenti, che sono sufficientemente rilevanti ma non così insormontabili da minare quell’omogeneità di cui parlavo prima.

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Ascoltandolo ho notato qualcosa di diverso rispetto alle vostre precedenti collaborazioni: c’è un uso più ampio della melodia, le dissonanze, come le vostre texture, suonano più come dei colori….

Hai sicuramente ragione, credo che il brano “Aquarelles” sia emblematico di questa volontà di utilizzare l’armonia in senso non prettamente funzionale, ma piuttosto come un mezzo per la creazione di textures e colori; nello sviluppo di quel brano io e Pablo improvvisiamo due percorsi armonici differenti, la cui giustapposizione crea un effetto quasi di tridimensionalità.

Il vostro progetto CHAQUE OBJECT continua o è per il momento in stand by?

Chaque Objet è stato un ensemble aperto, nel quale le uniche presenze costanti siamo stati Pablo ed io, affiancati di volta in volta da Francesco Massaro, Vittorio Gallo ed Alessandro Tomassetti, così posso sicuramente dire che i lavori in duo con Pablo sono la naturale evoluzione di quell’esperienza; non è detto peraltro che in futuro non si decida di riutilizzare il nome “Chaque Objet”.

Pensi di realizzare ancora dischi con la Amirani Records e con Setola di Maiale?

Mi auguro proprio di sì, spero che Gianni Mimmo e Stefano Giust, fondatori rispettivamente di Amirani Records e di Setola di Maiale, che credo siano oggi le due etichette italiane più rilevanti nell’ambito della musica improvvisata, vorranno pubblicare in futuro altri miei lavori.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Diverse cose, ma vorrei citare soprattutto “La Forêt”, un concerto per musica ed immagini in duo con mia moglie, l’illustratrice Maria Teresa De Palma; è un progetto ancora agli inizi, con una sola performance pubblica all’attivo, ma al quale teniamo molto e per il quale immaginiamo un’evoluzione molto interessante. Inoltre sto scrivendo materiale per un cd in trio, nel quale suonerò esclusivamente la chitarra elettrica. Vedremo.

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