#Intervista a Adolfo La Volpe (Febbraio 2010) su #neuguitars #blog

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Intervista a Adolfo La Volpe (Febbraio 2010)

La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il tuo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suoni o hai suonato? Qual è il tuo background musicale?

L’interesse e l’amore per la chitarra è nato verso i quattordici anni quando, per dirla con Wim Wenders, “il rock mi ha salvato la vita”; solo più avanti è arrivato l’innamoramento per il jazz e la musica improvvisata e, ancor più tardi, l’interesse verso le musiche “di tradizione” di varie parti del mondo, interesse che coltivo tuttora suonando strumenti a corde di varia provenienza geografica, quali oud, chitarra portoghese, banjo, saz, bouzouki. Alcuni di questi strumenti, peraltro, si sono via via rivelati adattissimi ad essere utilizzati in contesti di libera improvvisazione.

Come è nato il suo interesse verso il repertorio contemporaneo e quali sono le correnti stilistiche nella quale ti si riconosci maggiormente?

Non ho una formazione musicale accademica, nei confronti della musica “contemporanea” -intesa in senso ampio- mi pongo essenzialmente da improvvisatore, senza però tralasciare necessariamente le risorse insostituibili offerte dalla scrittura musicale. Per quanto riguarda le correnti stilistiche non saprei…personalmente ho sempre una grande difficoltà a muovermi nei terreni minati delle definizioni e delle categorie critiche.

Berlioz disse che comporre per chitarra classica era difficile perché per farlo bisognava essere innanzitutto chitarristi, questa frase è stata spesso usata come una giustificazione per l’esiguità del repertorio di chitarra classica rispetto ad altri strumenti come il pianoforte e il violino. Allo stesso tempo è stata sempre più “messa in crisi” dal crescente interesse che la chitarra (vuoi classica, acustica, elettrica, midi) riscuote nella musica contemporanea. Come compositore e chitarrista quanto ritieni che ci sia di veritiero ancora nella frase di Berlioz?

Trovo che l’affermazione di Berlioz sia vera oggi più che mai, e lo sia particolarmente per la chitarra elettrica, strumento per il quale si scrive poco, e spesso in maniera inefficace, non sfruttandone appieno le potenzialità espressive. Sul perché questo accada si potrebbe aprire un lungo (ed interessantissimo, probabilmente) discorso, ma forse una prima ed importante ragione sta nel fatto che uno strumento elettrico è già, di per sé, qualcosa che ha una natura ed un “comportamento” in parte diversi dagli strumenti ai quali i compositori sono stati per secoli abituati a rapportarsi; ci sono risorse espressive (il feedback, solo per citarne una tra le più appariscenti) che sono inevitabilmente connaturate all’essenza elettrica dello strumento.

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Ascoltando il tuoi dischi mi sono venuti in mente i seguenti nomi: Derk Bailey, John Fahey, Marc Ribot, Frank Zappa, Fred Frith, cosa ne pensi di questi musicisti? Li senti affini al tuo modo di suonare e sentire la chitarra?

Sono tutti e cinque dei colossali punti di riferimento, aggiungerei Bill Frisell, Marc Ducret e Nels Cline, un musicista pieno di saggezza. Ma poi, a voler continuare, la lista sarebbe lunghissima.

Parlando di compositori innovativi, che ne pensi di John Zorn, dei suoi studi Book of Heads e della scena musicale downtown newyorkese così pronta ad appropriarsi e a ricodificare di qualunque linguaggio musicale, dall’improvvisazione, al jazz, alla contemporanea, al noise ,alla musica per cartoni animati?

Zorn è stato un ascolto fondamentale per uno come me che ama guardare a direzioni musicali diverse senza timore di essere giudicato incoerente; la scena musicale della “downtown new york” soprattutto negli anni ’80 e ’90 è stata uno di quei preziosi momenti della storia della musica in cui musicisti di aree differenti (jazz, improvvisazione non idiomatica, rock d’avanguardia, musica “colta” contemporanea, musiche tradizionali, musica elettronica) si sono trovati ad avvicendarsi sugli stessi palchi, a condividere gli stessi appartamenti in affitto e gli stessi tavoli dei fast food, a lavorare in una direzione comune.

Sono rimasto molto colpito dalla vostra etichetta discografica indipendente Objective records e dal particolare design dei vostri cd, come siete arrivati all’idea di rendervi discograficamente indipendenti e come mai la scelta per dei formati così particolari?

Confesso di essere anch’io ormai un feticista del disco…La scelta dell’autoproduzione nasce da una constatazione che non è né originale né sorprendente: l’industria discografica come la conoscevamo è defunta, con i suoi pregi ed i suoi difetti; anche in questo caso, il discorso su come si stia riconfigurando la fruizione della musica è troppo complesso per essere trattato da me in questo momento, ma certo questo è un problema che un musicista oggi non può evitare di porsi. L’autoproduzione è una scelta di libertà, ma anche fortemente pragmatica; significa instaurare un rapporto sostanzialmente diverso con i (potenziali) fruitori della propria musica, un rapporto più personale e diretto; a questa constatazione si lega anche la scelta di confezionare interamente a mano i cd, rendendoli oggetti unici ed irripetibili.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione temporale” musicale?

Questo è probabilmente vero, ed i sintomi di un tale fenomeno non sono difficili da rintracciare; il sovraccarico di informazione a cui siamo sottoposti è un problema, ma è il rovescio della medaglia di un grande privilegio: l’avere facile (e relativamente “democratico”) accesso a millenni di sapienza (musicale e non), cosa che solo un secolo fa era impensabile. In fin dei conti, come spesso accade, anche in questo caso credo che molto dipenda dalla consapevolezza e dal rigore con cui ci si rapporta ad un tale sapere.

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Come vedi la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? Tutta questa passiva tendenza ad essere aggiornati e di possedere tonnellate di mp3 che difficilmente potranno essere ascoltati con la dovuta attenzione non comporta il rischio di trascurare la reale assimilazione di idee e di processi creativi?

Come dicevo prima, l’estrema disponibilità delle informazioni non è secondo me un bene né un male in sè; il problema sta forse altrove, nel progressivo ed intenzionale smantellamento (da parte di quello che una volta si chiamava semplicisticamente ma efficacemente “il sistema”) di quelli che sono i mattoni fondamentali che costruiscono un individuo: consapevolezza della propria identità culturale, valori etici, coscienza storica, etc…e per tornare dai “massimi sistemi” all’ambito di cui stavamo occupandoci, anche gli strumenti critici di cui un individuo dovrebbe disporre per fruire la cultura stanno venendo rapidamente manomessi, e ciò conduce ai fenomeni che tu giustamente menzioni.

Consigliaci cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta.. Che musiche ascolti di solito?

Mah, sono troppo incoerentemente onnivoro per poter veramente fare il gioco dell’isola deserta; diciamo che, dei duecento dischi –almeno- che ritengo indispensabili per la mia sopravvivenza, ne dico i primi cinque che mi vengono in mente: “Rock bottom” di Robert Wyatt, “Out to lunch” di Eric Dolphy, “L’art du ud” di Munir Bashir, una raccolta di Amalia Rodriguez, una registrazione dei madrigali di Gesualdo.

Quali sono invece i tuoi cinque spartiti indispensabili?

Francamente non credo di averne.

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli ti senti di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Mah, non credo di avere molti buoni consigli, soprattutto in fatto di “carriera”…però –se si parla di come migliorare come musicista- ho sempre creduto fortemente nel coltivare quotidianamente il proprio orticello, con disciplina, metodo, e senza troppi clamori.
Con chi ti piacerebbe suonare e chi ti piacerebbe suonare? Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Ho già la fortuna di poter lavorare con molti musicisti bravissimi, non desidero di più in questo senso…magari spero di riuscire a lavorare con loro sempre meglio, in condizioni sempre più adeguate e favorevoli alla creatività.

Ci lasciamo con un’ultima domanda .. che in realtà è più una riflessione: Luigi Nono ha dichiarato “Altri pensieri, altri rumori, altre sonorità, altre idee. Quando si ascolta, si cerca spesso di ritrovare se stesso negli altri. Ritrovare i propri meccanismi, sistema, razionalismo, nell’altro. E questo è una violenza del tutto conservatrice.” … ora .. la sperimentazione libera dal peso di dover ricordare?

Il voler cercare di ritrovare se stesso, o ciò che già si conosce, rende l’ascolto del tutto sterile ed inutile, perché non consente all’ascoltatore di porsi dei dubbi, di essere condotto -perfino contro la sua volontà- in luoghi a lui sconosciuti. Questo non vuol dire però appoggiare l’idea –utopistica, peraltro- di una sperimentazione senza memoria e senza passato.

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