#Intervista con Alberto Mesirca (Novembre 2010) su #neuguitars #blog

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La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suona o ha suonato?

Il mio interesse per la chitarra è stato inizialmente casuale. Si respirava musica a casa nostra; il mio nonno paterno (vincitore del Premio Campiello per un suo racconto) aveva una collezione molto vasta di dischi, che ho ereditato. A sette anni ho cominciato a sentire il desiderio di suonare uno strumento, e dato che una zia materna aveva una chitarra in casa, ho chiesto di poterla suonare; non ho più smesso. Sebbene mi piacciano molto anche altri strumenti (come il violoncello, o il clavicembalo) purtroppo non ho mai avuto il tempo di dedicarmici, sebbene sia rimasta la volontà di evocare-imitare, nel momento dell’esecuzione alla chitarra, alcune sonorità tipiche di altri strumenti, specialmente ad arco: la chitarra ha una gamma di possibilità timbriche vastissima (Berlioz la definiva una “piccola orchestra”).

Berio nel suo saggio “Un ricordo al futuro” ha scritto: “.. Un pianista che si dichiara specialista del repertorio classico e romantico, e suona Beethoven e Chopin senza conoscere la musica del Novecento, è altrettanto spento di un pianista che si dichiara specialista di musica contemporanea e la suona con mani e mente che non sono stati mai attraversati in profondità da Beethoven e Chopin.” Lei suona sia un repertorio tradizionalmente classico che il repertorio contemporaneo … si riconosce in queste parole?

Sì, sono abbastanza d’accordo; probabilmente essendo la musica in continua evoluzione, non si può pensare di ignorare il passato, sia che la contemporaneità sia una continuazione, sia che proceda per contrasto, rottura col passato. Molti compositori contemporanei scrivono pensando ad altri compositori del passato, ispirandosi alle loro opere o richiamando il loro stile, il loro pensiero; sarebbe davvero difficile interpretare le nuove composizioni senza conoscerne l’origine. Poi naturalmente è sbagliato generalizzare: in alcuni casi ho assistito a performances fantastiche di musicisti provenienti da ambienti musicali differenti da quello classico (jazz, musica elettronica) e ingaggiati per concerti di musica contemporanea che hanno fatto cose meravigliose.

Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Bisogna capire cosa intende con la parola “improvvisazione”. Se con questo termine intende una libera invenzione basata un tema predefinito, allora nella musica classica è abbastanza difficile. Uno dei pochi momenti di libertà compositiva affidata all’esecutore, nel repertorio strettamente classico, è la cadenza nei concerti per solo e orchestra. Qui ci si può permettere di far emergere il lato inventivo, oltre che quello interpretativo. In alcune composizioni contemporanee si trovano elementi di libertà, in cui il compositore suggerisce un’emozione da creare, o spesso dà un’indicazione precisa di tempo (in secondi), in cui un esecutore può liberamente muoversi, seguendo le linee suggerite dall’autore.
Nel passato l’improvvisazione aveva a che fare con le “variazioni”, le “diminuzioni” su linee preesistenti; anche il “basso cifrato” di accompagnamento di strumenti solisti prevedeva una forma di invenzione da parte dell’esecutore, sebbene si dovesse seguire delle regole ben precise.
Tutto ciò per dire: probabilmente nella musica classica è difficile parlare di libera improvvisazione. Io personalmente ho una grandissima considerazione della musica che eseguo, e cerco di rispettare tutti i suggerimenti che un compositore dà. L’interpretazione, a mio parere, dovrebbe essere sempre in qualche modo conforme all’idea originaria del compositore; e trovare un equilibrio tra la volontà di chi scrive e quella di chi esegue è molto difficile.

So che lei ha studiato al Conservatorio di Castelfranco Veneto e con Barrueco, Diaz, Pierri … che ricordi ha di loro, dei loro insegnamenti, della loro poetica musicale?

Ho avuto la fortuna di avere un ottimo Maestro (Gianfranco Volpato) al Conservatorio di Castelfranco. Mi ha insegnato un approccio sano, naturale allo strumento. Questa caratteristica mi accompagna tutt’ora, e mi sbalordisce vedere come tanti concertisti della mia generazione abbiano problemi di infiammazioni ai tendini, di distonia focale, di cervicali, dita che non funzionano; in 19 anni di studio (di cui ormai 8 dedicati interamente allo strumento) non ho mai avuto un problema. Dopo gli studi in Conservatorio ho studiato alla Musikakademie di Kassel, con Wolfgang Lendle, con cui abbiamo fatto un lavoro focalizzato sul momento della performance: proiezione del suono, pulizia tecnica, “esagerazione” dell’interpretazione, presenza sul palco. Naturalmente ho anche avuto modo di ampliare molto le conoscenze del repertorio, studiando praticamente tutti i maggiori concerti per chitarra e orchestra, molte Sonate e composizioni di tutti gli stili, dal rinascimentale al contemporaneo. A questi due maestri sono estremamente grato.
In occasione di festival e concorsi poi si ha l’opportunità di fare lezioni con grandi concertisti, come appunto Manuel Barrueco, Alvaro Pierri, Alirio Diaz; naturalmente in questi brevi incontri non si ha abbastanza tempo per lavorare molto; ma ogni loro suggerimento e indicazione è stato prezioso, e naturalmente l’opportunità di vederli suonare dal vivo, di vederli mettere in pratica il loro pensiero musicale, è stata anch’essa una grande esperienza.

Nel suo cd Ikonastas lei suona musiche inedite rinvenute nell’archivio di Andres Segovia, come è nato questo progetto e che sensazioni le hanno dato suonare queste musiche?

Ikonostas è un progetto speciale, interamente dedicato a musiche del Novecento ispirate a temi religiosi o mistici. L’idea di questo progetto è nata nel momento in cui avevo conosciuto il grande compositore vercellese Angelo Gilardino, per il quale, in occasione di un corso, avevo suonato una sua composizione meravigliosa, “Annunciazione – Omaggio a Beato Angelico”. Gilardino è stato talmente gentile da avermi regalato, dopo questa audizione, la partitura di una sua composizione che poco dopo sarebbe stata pubblicata, “Ikonostas – Omaggio a Pavel Florenskij”, senza dubbio un capolavoro assoluto; e un brano che egli stesso, come direttore dell’Archivio Segovia, aveva portato alla luce: “Errimina” di Padre Antonio de San Sebastian, una profondissima composizione scritta su un ritmo di danza basco, lo “zortziko”, in 5/8. Questo regalo mi ha permesso di incidere la prima mondiale sia dei due brani di Gilardino, sia del pezzo di Antonio de San Sebastian, che negli ultimi anni sono diventati brani del repertorio standard nei recital chitarristici. Probabilmente anche la novità del programma discografico, accanto all’esecuzione (avevo 20 anni al momento dell’incisione, quindi con pregi e difetti del momento) hanno portato alla vittoria della “Chitarra d’oro” nel 2007 come miglior disco dell’anno.

Di recente lei ha pubblicato un libro “Francesco di Milano opere per liuto dal manoscritto di Castelfranco Veneto trascrizioni per chitarra” ce ne vuole parlare e come mai il “manoscritto di Castelfranco Veneto”?

Il manoscritto di Castelfranco Veneto è una delle più importanti scoperte musicali degli ultimi vent’anni. Si chiama “Manoscritto di Castelfranco Veneto” perché è conservato presso l’archivio parrocchiale del Duomo di Castelfranco. E’ datato 1565, e scritto dal liutista padovano Giovanni Pacalono (di lui si sa pochissimo). La sua scoperta è avvenuta circa 20 anni fa per mano dell’archivista Mary Frattin, la quale ne ha affidato lo studio all’allora insegnante di storia della musica del Conservatorio, il professor Franco Rossi. Egli ne ha provato l’importanza pubblicando un catalogo del fondo musicale del Duomo, in cui citava le composizioni presenti nel manoscritto, che conteneva (di qui l’unicità del libro) molti componimenti inediti per uno, due e tre liuti (cosa rarissima nel repertorio) dei grandi autori del Rinascimento. Si può immaginare quale interesse questo libro possa aver suscitato in campo musicologico. Il problema è che Rossi non ha poi mai pubblicato un fac-simile del manoscritto, o un libro contenente i brani del volume. Così, dopo un incontro con il parroco e con Mary, nonché con il prof. Rossi, mi sono messo a trascrivere in notazione moderna le composizioni sicuramente più interessanti del libro, scritte da Francesco da Milano, che già in vita si era guadagnato, presso la corte papale, l’epiteto (condiviso solo da Michelangelo) “Divino”. Sono composizioni per uno e due liuti, e due pagine di tecnica liutistica (scale e ornamentazioni). Sebbene in notazione abbia pubblicato (tra l’altro, in occasione del Cinquecentesimo anniversario di morte del grande pittore castellano Giorgione) solo le opere di Da Milano, ho comunque pensato di analizzare l’intero manoscritto, e grazie all’aiuto di grandi esperti mondiali (Franco Pavan, autore della voce su Da Milano nel Grove, nonché facente parte del direttivo del Bulletin della American Lute Society; Hopkinson Smith, docente di liuto presso la Schola Cantorum di Basilea; John Griffiths, del Centre d’Etudes Superieures de la Renaissance di Tours) il lavoro è davvero riuscito: sarà d’aiuto per gli sviluppi e gli studi futuri; una trascrizione completa del manoscritto è in corso d’opera.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Comprendo e condivido la sua opinione. Un altro problema che ho incontrato spesso, in tempi recenti, è il fatto che alcuni autori vendano le proprie opere come “autentiche”, fedeli ad un’epoca o ad una cultura, mentre in realtà risultano solo operazioni commerciali, che mirano ad accarezzare l’orecchio dell’ascoltatore, e ad allargare il portafoglio del produttore. Purtroppo, non ci sono molti strumenti di autodifesa da parte dell’ascoltatore medio, se non quelli legati allo studio e alla conoscenza di ciò che veramente è autentico.
Per quanto riguarda alcuni trend, come la musica medievale, o celtica, o Rinascimentale, ritengo siano comunque passaggi naturali, che possono essere presi positivamente se offerti in maniera seria. Se, per esempio, il disco su John Dowland di Sting e Edin Karamazov ha stimolato molti ascoltatori ad approfondire il repertorio rinascimentale inglese, allora l’operazione ha assunto anche un valore di missione di carattere artistico, e non solo commerciale.

Più che una domanda .. questa è in realtà una riflessione: Luigi Nono ha dichiarato “Altri pensieri, altri rumori, altre sonorità, altre idee. Quando si ascolta, si cerca spesso di ritrovare se stesso negli altri. Ritrovare i propri meccanismi, sistema, razionalismo, nell’altro. E questo è una violenza del tutto conservatrice.” … ora .. la sperimentazione libera dal peso di dover ricordare?

E’ molto interessante il fatto che mi venga posta questa domanda proprio ora. Sono stato coinvolto in un progetto multimediale e pluridisciplinare finanziato dalla comunità europea, a cui prendono parte molti artisti da tutto il mondo, con lo scopo di svolgere un viaggio di ricerca incentrato sulle tradizioni culturali di Serbia, Bulgaria e Turchia. Da questo viaggio sarebbe dovuta nascere una sorta di biblioteca, di archivio, a cui tutti i partecipanti potessero accedere ed esaminare il materiale raccolto agli altri; provenendo ognuno da un campo differente, come quello musicale, della danza, della pittura, anche i tipi di materiale raccolto differiscono tra loro, ma sono tutti importanti in funzione di una futura performance conclusiva, che nascerà come evoluzione del materiale raccolto. Quindi i termini “composizione”, “performance”, “tradizione” e “ricordo” sono termini con i quali ho convissuto, anche in maniera conflittuale, negli ultimi mesi. Credo che il ricordo e la preservazione della memoria culturale siano necessità naturali dell’uomo, e che la nuova sperimentazione non potrà facilmente liberare dal peso di una necessità così grande come quella di ricordare.
Trovo interessantissima la citazione di Nono: l’uomo fa fatica ad ascoltare l’altro e a ricevere impulsi dall’esterno che siano estranei alla sua persona, e filtra gli impulsi esterni secondo le sue necessità, secondo quello che si vuole sentire dire. E per questo motivo in realtà l’uomo normalmente trova nell’altro gli elementi che lo avvicinano a se stesso, che lo rispecchiano. Probabilmente questa tendenza è spinta dalla necessità di auto identificazione, di riconoscersi, dal bisogno di un’ulteriore sicurezza, dato che il diverso, il nuovo, fanno paura. E proprio questo salto viene proposto da Nono: il salto nel vuoto, la ricerca del nuovo, che inizialmente spaventa, ma che in realtà arricchisce e dà valore aggiunto alla vita del singolo.

Qual è il ruolo dell’Errore nella sua visione musicale? Dove per errore intendo un procedimento erroneo, un’irregolarità nel normale funzionamento di un meccanismo, una discontinuità su una superficie altrimenti uniforme che può portare a nuovi sviluppi e inattese sorprese…

Imparare ad amare l’errore è una disciplina che richiede anch’essa un processo lungo, di introspezione e ricerca. Dare un valore all’errore innanzitutto significa amare l’essere umano nelle sue qualità e nelle sue imperfezioni. Molti giovani musicisti che cominciano ad avere successo e consapevolezza del proprio valore vengono accecati da se stessi, si pongono ad un livello di superiorità rispetto agli altri, sia che siano colleghi sia che siano ascoltatori. Avendo la musica un valore fortemente comunicativo, nel momento stesso in cui non ci si pone allo stesso livello di chi ci ascolta, ma ad un livello di superiorità, mirando dunque a sfoggiare le proprie doti di virtuoso, allora non è possibile stabilire un contatto diretto con l’ascoltatore, e non si crea un livello di comunicazione attraverso il quale si possa accedere al cuore del fruitore musicale.
Credo perciò sia molto importante, specialmente nel campo artistico, mantenere una grande umiltà, e una grande autocritica. Attraverso la consapevolezza dell’errore, si è sempre alla ricerca, di profondità di interpretazione e di miglioramento come esecutori. Chi si crede già perfetto, e non si accorge dei propri errori, e critica solo gli altri, e non se stesso, e pontifica da un pulpito fittizio, si trova in un vicolo ormai senza uscita.

Parliamo di marketing. Quanto pensa che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

Credo sia molto importante. Fripp stesso mi dice che, finché non si entra in un motore che funziona per inerzia, non bisogna aspettare che suoni il telefono, perché nessuno ti cerca se tu stesso non ti muovi. Un altro chitarrista australiano, Craig Ogden, mi ha detto: “Sai, io mi sento molto fortunato; tuttavia devo parte di questa fortuna a me stesso, perché ho creato le condizioni tali perché qualcosa avvenisse”. Quindi, affinché si aprano anche 2-3 porte importanti, è fondamentale bussare a centinaia, e naturalmente capire come e con chi sia opportuno muoversi. Quando si parla di marketing, tuttavia, si parla di denaro, di organizzazione: gli agenti non fanno beneficienza, e non più promozione di nomi sconosciuti. Ecco perché nella vita di un musicista classico alcuni passaggi sono obbligatori, anche se non sempre piacevoli: studio, corsi, concorsi, premi, articoli, sponsor, contratti ecc.
L’intreccio diabolico consta dunque da un lato dalla possibilità, da parte degli agenti, di arricchirsi sugli artisti; dall’altro, accettare questo compromesso come artista, sapendo che l’agente si arricchisce facendo promozione sul proprio nome, quindi in qualche maniera aiutando l’artista.

Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? Tutta questa passiva tendenza ad essere aggiornati e di possedere tonnellate di mp3 che difficilmente potranno essere ascoltati con la dovuta attenzione non comporta il rischio di trascurare la reale assimilazione di idee e di processi creativi? Le faccio questa domanda anche il relazione al fatto che lei ha realizzato diversi dischi .. come viene curata la loro distribuzione?

Il mercato discografico, è vero, è senza dubbio in crisi. Tuttavia sono convinto che la dimensione del download (illegale o legale) di mp3 sia anch’essa una soluzione ed una fase temporanea. Ho recentemente parlato con il brillantissimo insegnante di musica elettronica del Conservatorio di Castelfranco, Valerio Murat, il quale mi ha detto: “Non hai idea di quante frequenze si perdano nel processo di compattazione di un file audio in mp3”. Quindi per chi ama la musica, e chi apprezza il lavoro discografico nel suo intero, comprendendo anche la veste grafica, non può che ritornare ad acquistare i dischi. ECM, per esempio, ha sempre curato moltissimo le copertine, con foto meravigliose; e possedere un disco simile ha valore anche come oggetto. Non so se in questo momento in Italia stia succedendo lo stesso, ma in Germania tra le giovani generazioni (anche nella produzione musicale, di gruppi alternativi o indipendenti) sta ritornando di moda il vinile, sia perché il suono ha un calore diverso, sia perché le copertine dei dischi possono davvero fungere da “art-work”.
Nel mio piccolo, ho cercato, nella produzione dei 2 dischi solisti, di avvalermi di bravi fotografi (Giovanni Parolin, Antonia Kilian) e bravi grafici (Paolo Carraro).

La seconda parte della domanda: le case discografiche che hanno pubblicato i dischi (MAP, Paladino OG) si occupano anche della loro distribuzione. Il California Guitar Trio mi ha tuttavia insegnato che il metodo di vendita più efficace è quello del dopo-concerto; è un sistema usato anche da Einstuerzende Neubauten per molti anni.
Nel caso del disco di Scarlatti, uscito nelle collane delle riviste “Suonare News” e “Seicorde”, sono stato molto fortunato, perché nel giro di 2 mesi il mio disco arrivò nelle case di migliaia di abbonati. Per questo devo davvero ringraziare Filippo Michelangeli, direttore delle riviste, per l’aiuto che mi ha dato.

Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta.. Che musiche ascolta di solito?

Ascolto in genere un po’ di tutto, mi piace variare molto e trovare una certa profondità anche in musicisti che non hanno un’educazione accademica, ma che la raggiungono quasi istintivamente.
5 dischi? Posso forse consigliare dei compositori-musicisti che mi hanno tenuto compagnia nel corso di questi anni…
Dmitri Shostakovich, Arvo Pärt, Angelo Gilardino, Blixa Bargeld, Robert Fripp, Gyorgy Ligeti.

Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?

Anche questa è una domanda difficile!
Probabilmente ora direi: le Fantasie di Francesco da Milano, la Sonata “Cantico di Gubbio” di Angelo Gilardino (che, cosa di grande onore per me, mi ha dedicato), il “Nocturnal after John Dowland” di Benjamin Britten, la “Sonata para guitarra” di Antonio José, la “Suite compostelana” di Federico Mompou.

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli ti sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Direi loro di capire davvero se sono convinti della propria scelta, perché non mancheranno i momenti difficili, in cui si deve stringere i denti, a volte sopportare e andare avanti. Le gelosie, frustrazioni e cattiverie davvero non mancano nel nostro mondo.
Poi di non abbattersi mai, di capire in cosa si è davvero speciali, di scegliere un repertorio per il quale la gente li riconosca, di muoversi sempre per primi e non aspettare mai che suoni il telefono. Di collaborare molto con gente di altre discipline, di mantenere l’umiltà, di studiare sempre con il piacere della ricerca. Di leggere e mantenere vivi altri interessi, perché questi possono portare molti vantaggi allo stesso suonare.

Con chi le piacerebbe suonare e chi le piacerebbe suonare? Quali sono i suoi prossimi progetti? Su cosa sta lavorando?

Mi piacerebbe continuare ad esplorare il repertorio del mio strumento in maniera sistematica, dedicandomi a molti compositori dei quali conosco solo una parte delle opere … mi piacerebbe collaborare con molti musicisti, suonare con grandi artisti come Giuliano Carmignola, Mario Brunello, Enrico Bronzi …

Prossimi progetti:

– l’incisione integrale delle opere per chitarra sola del compositore haitiano Frantz Casseus, in collaborazione con Marc Ribot (il grande chitarrista di Tom Waits) e Gert-Jan Blom, direttore della Metropole Orchestra di Amsterdam, a novembre;

– lavoro di ricerca e studio musicologico della tradizione musicale “sufi” in Turchia (Istanbul, Konya, Cappadocia), collaborazione con altri artisti per la creazione di una biblioteca mediatica riguardante questa tradizione e creazione di performances in europa. Il progetto, che prende il nome “The Library Production of Memory”, è finanziato dalla Comunità Europea e da Istanbul capitale della Cultura 2010;

-Incisione delle opere di Francesco da Milano contenute nel manoscritto di Castelfranco, in collaborazione col liutista Franco Pavan;

-concerti a Venezia, Vienna, Salisburgo (con il flautista dei Wiener Philharmoniker Matthias Schulz e il cellista Martin Rummel), Kassel, Varsavia … a Febbraio ad Amsterdam al Concertgebouw e per la Società dei concerti di Brescia con Dimitri Ashkenazy; a Marzo per la prima volta all’Università di Auckland, Nuova Zelanda, in cui tengo un corso e due concerti con orchestra; a Maggio a Padova col grande Domenico Nordio … e così via.

Ultima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?

Sono musicista perché amo questo mestiere, mi piace passare ore con lo strumento in mano. Credo che il fare musica possa giovare moltissimo ai ragazzi oggi: disciplina, rispetto, autocritica, ricerca, sconfiggere le paure, suonare con gli altri, porsi degli obiettivi, l’esprimersi e l’essere creativi sono tutte caratteristiche dell’esperienza musicale.
Purtroppo al giorno d’oggi chi fa musica, chi dà valore a cose che non siano misurabili in denaro, non ha una posizione favorevole; tuttavia noto già che moltissime persone sentono la necessità di scappare dalla loro realtà quotidiana, in cui l’impoverimento culturale e la superficialità dominano, per cercare nella musica altri valori.

grazie Maestro!

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