#Intervista con Santi Costanzo (Febbraio 2017) su #neuguitars #blog

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Intervista con Santi Costanzo

Ciao Santi, nel 2016 è uscito il tuo primo disco Deeprint, come è nata l’idea di realizzare questo disco e come hai formato il gruppo con cui suoni?

Ciao Andrea, comincio ringraziandoti per questa opportunità. Credo sia fondamentale che qualcuno dia voce, come fai tu da tempo, a musicisti che come me cercano di investigare all’interno di realtà musicali non propriamente convenzionali.
Deeprint nasce da molteplici esigenze: la voglia di mettersi in gioco e la necessità di concretizzare le proprie idee prima di tutto. L’esigenza di dare voce al proprio modo di percepire la musica, al linguaggio acquisito e alla propria sensibilità, ma anche e soprattutto, alla voglia di sperimentare forme e architetture musicali differenti, quest’ultimo lo considero l’elemento cardine e la forza motrice di tutto il progetto. A cominciare dalla decisione, forse apparentemente atipica (ma non così tanto se si guarda ad una certa discografia), dettata dall’assenza del basso in questa formazione, frutto di una attenta riflessione e di una ben mirata scelta estetica. Necessitavo, infatti, di un organico che conoscessi bene sia umanamente, sia musicalmente, ed anche che sapesse sfruttare tutte le potenzialità timbriche e funzionali delle composizioni presenti in questo album. Ecco spiegata la scelta dei musicisti che hanno suonato in Deeprint. Ho deciso di intraprendere questo percorso con loro perché, come immaginavo, avrebbero contribuito significativamente e senza riserve interpretative alla riuscita di questo lavoro. Cominciando dal polistrumentista Carlo Cattano che, con la sua esperienza, ha saputo sempre consigliarmi in maniera adeguata, contribuendo in maniera fondamentale. In tal senso mi ritengo un onorato di aver suonato con lui. Anche Alessandro Borgia e Fabio Tiralongo dal canto loro sono stati una scelta praticamente naturale. A dispetto della loro giovane età, sono in possesso di capacità tecniche e padronanza del proprio strumento molto evidenti. Inoltre, hanno dimostrato il gusto spirito e la giusta mentalità verso il percorso che ho proposto loro.

Quando hai iniziato a suonare la chitarra e perché?

Come credo avvenga per la maggior parte dei chitarristi, ho iniziato in tenerissima età, intorno agli undici anni. La prima chitarra che imbracciai fu una vecchia chitarra classica trovata incustodita in uno scantinato a casa di alcuni parenti. Col tempo scoprii che era stata costruita da un liutaio catanese molti decenni prima di cui non seppi mai il nome. A quell’età si ha tutto il tempo a disposizione per poter strimpellare e cercare di capire come cavare fuori qualcosa di sensato da uno strumento. La cosa buffa era che più non mi riusciva, più mi accanivo. Praticamente iniziai a suonare così: per ostinazione. Riflettendo, col senno di poi, è un processo che nel tempo non mi ha mai abbandonato, quell’ostinazione per fortuna è rimasta.

Con che chitarre suoni e con quali hai suonato?

Hai sentito bene Andrea. Come hai scritto nella recensione, uso una Gibson 335. Una chitarra custom che possiedo da circa dieci anni. Per quanto sia un chitarrista elettrico, di tanto in tanto mi piace suonare anche una Ibanez acustica, ormai fuori produzione. Nulla di speciale qualitativamente, è una chitarra di fascia media, però fin da subito si è rivelata positivamente una vera e propria sorpresa. Facendo un pò di ricerca ho scoperto ciò che sospettavo da tempo: la presenza di un difetto di progettazione. Questa chitarra monta un manico da chitarra elettrica! Quindi le dinamiche sono eccezionali, con un suono naturale davvero notevole. Molto probabilmente registrerò qualcosa con questo strumento in futuro.
Escludendo queste due chitarre, nel corso degli anni ne ho possedute diverse. Principalmente delle archtop come una Ephifone dot e due Ibanez, una AG75 e un’ottima Ibanez AKJV90. Tutte rivendute dopo un certo periodo di tempo. Oggi sono proiettato verso l’acquisto di una Fender Telecaster Thinline (timbrica veramente affascinante), da affiancare alla Gibson 335. Con quest’ultima comunque ho trovato il giusto compromesso in termini di duttilità e maneggevolezza. Non credo che me ne staccherò facilmente. Un domani, forse, soltanto con un modello simile, magari di liuteria.

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Che studi hai fatto e qual è il tuo background musicale? So che sei stato allievo di Paolo Sorge…

Fino all’età di vent’anni ho sempre studiato da solo, interessandomi e suonando ciò che mi piaceva senza continuità di sorta. Il mio background musicale, prima di studiare jazz, era costituito da un certo tipo di rock, Zappa fra tutti! Però da sempre ho avuto le orecchie tese verso l’ascolto jazzistico e crescendo anche verso un certo tipo di musica contemporanea. Parallelamente agli studi universitari (sono laureato in Lettere), avrò avuto poco più di vent’anni, presi parte ad un’audizione presso un’accademia di musica e lì, conoscendo Paolo Sorge, iniziai il mio percorso di studio. Sono passati ben quattordici anni da quell’incontro e devo dire che la mia fortuna fu duplice in quanto, non solo ebbi l’opportunità di studiare con un ottimo didatta come Paolo, che ringrazierò sempre per la disponibilità e la pazienza dimostratami, ma ebbi anche l’opportunità di avere una formazione come studente abbastanza completa, suonando con diverse big band, alcune dirette proprio da Sorge, altre da Carlo Cattano, fino ad arrivare all’esperienza orchestrale con Keith Tippett e Mathias Rüegg. Anche se l’aver fatto parte di una o più big band, per indole personale, mi è sempre stata un pò stretta come realtà, a distanza di tempo posso dire di essere grato a quel tipo esperienza, si è rivelata fondamentale per la mia formazione. Al termine del il mio percorso di studi in accademia, inizialmente guidato da Paolo, che è stato e resta ancora oggi per me un punto di riferimento fondamentale, cominciai uno studio mirato verso certe forme musicali che mi interessava approfondire e che attualmente continuo a studiare in totale autonomia. Primo frutto di questi studi è stato proprio Deeprint.

Nella descrizione del tuo disco Paolo Sorge parla di curiosità… curiosità verso i linguaggi musicali..nel tuo disco ti piace unire tra loro cose diverse…

Assolutamente. In una società così eterogenea, così influenzata da tante forme d’arte che tra loro dialogano arricchendosi vicendevolmente, è fondamentale aprire la propria mente al nuovo che avanza. Credo sia anche assolutamente necessario guadare al passato, altrimenti non si avrebbe consapevolezza di sé, ma non bisogna trincerarsi in esso. Bisogna avere tanta curiosità, rischiare quando possibile, sperimentare, utilizzare forme e linguaggi nuovi. La stagnazione avviene soltanto quando ci si “accomoda” al già noto o ad un repertorio ben codificato. Questo non vale solo per la musica classica, la contemporanea o il jazz, ma anche per tutte le altre forme d’arte. Fin dalla sua genesi, in Deeprint, infatti, ho sentito la necessità di fare una cernita rispetto a cosa utilizzare, cosa far convivere e cosa scartare in termini stilistici ed estetici. Ho tentato, per esempio attraverso il ricorso alla serialità, di utilizzare alcuni elementi mutuati dal passato, nella maniera, secondo me, più attuale possibile, certe volte anche distaccandomene. Il tessuto stesso del disco è permeato da altri generi musicali, non soltanto di matrice jazzistica, come sonorità chitarristiche derivate dal rock (anche se non parlerei di fusion); tecniche di improvvisazione derivate dalla musica contemporanea; espedienti improvvisativi di matrice free jazz e non solo; un frequente uso della poliritmia. L’obbiettivo fondamentalmente è stato tentare di ottenere continuità e varietà tra un brano e l’altro, spero di esserci riuscito.

Che differenza c’è tra composizione estemporanea e improvvisazione estemporanea?

Per improvvisazione estemporanea si intende l’atto o la pratica estemporanea nel creare una forma di improvvisazione musicale che può essere idiomatica (legata al linguaggio musicale specifico) o meno. Esistono varie tipologie di improvvisazione: tonale, modale o atonale, ecc.. Quella che io chiamo composizione estemporanea, consiste nella volontà di strutturare estemporaneamente l’improvvisazione atonale, pensando ad una determinata architettura da dare ad un brano improvvisato. Una pratica compositiva che non ha nulla di scritto su carta, nessun tipo di notazione o indicazione grafica. In quel caso, per me, si può parlare di composizione estemporanea. Il prologo del mio disco ne è un esempio: ho dato forma ad una composizione totalmente improvvisata nel momento stesso in cui l’ho eseguita, con una forma idiomatica di tipo jazzistico ed appunto atonale. Questa pratica comporta un obbligo di memorizzazione da parte dell’esecutore e al momento opportuno richiamare alla mente quanto si è esposto precedentemente così da poterlo eseguire in un secondo momento. Ovviamente, si può anche improvvisare estemporaneamente, senza seguire una struttura o un idioma ben preciso, far scorrere un flusso ininterrotto di suoni in maniera viscerale. Anche quest’ultima è una pratica assolutamente nobile e stimolante secondo me.

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Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Per la mia ricerca l’improvvisazione è assolutamente fondamentale, ma non solo. Anche la scrittura lo è. Dal mio punto di vista l’una non esclude l’altra. Rispondendo alla tua seconda domanda: credo fortemente che la libera improvvisazione per la musica possa essere l’elemento salvifico che eviti da una conseguente stagnazione, anche in repertori codificati come quello della musica classica. Citando Derek Bailey “Ogni improvvisazione ha luogo in rapporto al già noto, sia esso tradizionale o di recente acquisizione. La sola differenza reale sta nell’opportunità che la libera improvvisazione ha di rinnovare o di cambiare il già noto”. Dovremmo cogliere tutti questa opportunità, classicisti e non.

Ci consigli cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..

Questa è la domanda davvero più difficile… Che dire, cinque dischi sono ben pochi. Facendo uno sforzo e sacrificandone almeno quattro volte tanto di fondamentali, comincio subito col nominare Very Very Circus di Henry Thredgill, uno dei miei musicisti preferiti in assoluto. Lo stesso vale per Misterioso di Thelonius Monk, di cui ho usurato il vinile. Un altro disco che mi ha lasciato un segno indelebile, ricordo ancora lo shock al primo ascolto, fu Solo di Cecil Taylor, eccezionale! Continuerei con Fred Frith ed il suo The Technology of Tears, da avere assolutamente e concludo con Uncle Meat di Frank Zappa, inutile dire perchè, Zappa si commenta da solo.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Da un pò ho iniziato a lavorare ad un progetto che avevo in mente ancor prima della realizzazione di Deeprint. E’ un progetto chitarra solo costituito da mie composizioni originali ed improvvisazioni Non voglio anticipare nulla perché ancora è in fase di progettazione e potrebbe subire dei cambiamenti. Sicuramente sarà un progetto che guarderà non solo al jazz contemporaneo ma anche a musiche di avanguardia e minimaliste. Parallelamente a questo progetto però sto continuando a scrivere per varie formazioni. Auspico al più presto di suonare con i musicisti che hai ascoltato in Deeprint, magari con un organico allargato.

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