#Intervista con Nicola Montella (Febbraio 2017) su #neuguitars #blog

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Intervista con Nicola Montella

Come è nata l’idea di realizzare il tuo cd Sonata e come mai la scelta della «DotGuitar»?

Nelle mie intenzioni c’era la produzione di un CD che mi consentisse di confrontarmi con i diversi stili musicali che hanno caratterizzato in parte il repertorio chitarristico dal Settecento al Novecento. Il lavoro riproduce una serie di brani denominati Sonata dai rispettivi autori, pure se, nella sostanza, non rispettano le regole canoniche della sonata tradizionale. L’idea di fondo, pertanto, va ricercata nel suo significato più antico del termine, diffusosi a partire dal XVI sec., cioè di brano “da suonare” in opposizione a un brano “da cantare”. Non a caso, le micro-opere scelte vanno considerate, più che intorno a una speculazione intellettuale e musicale pura, intorno a un’evidente gestualità: l’atto di suonare, che ne costituisce, se non l’unica, la principale ragione di essere.
Quanto alla scelta della produzione con «DotGuitar», è derivata dal premio vinto a un concorso in Belgio, in cui la rivista offriva la possibilità di incidere un disco con il proprio marchio; etichetta con la quale hanno inciso chitarristi italiani di livello internazionale come Aniello Desiderio, Giampaolo Bandini, Alberto Mesirca, Andrea De Vitis.

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Quando hai iniziato a suonare la chitarra e perché?

Nella mia famiglia la chitarra ha goduto sempre di grande attenzione, anche con l’ascolto dal vivo o tramite incisioni discografiche; pertanto, fin da piccolo, ho potuto apprezzare i colori, le timbriche e la forza che lo strumento sprigiona dal suo interno; di qui la curiosità iniziale di riuscire a riprodurre suoni dallo strumento, per arrivare a considerare la chitarra come parte integrante della mia vita, del mio modo di esprimermi, di comunicare…

Che studi hai fatto e qual è il tuo background musicale?

Ho frequentato il liceo classico, per poi proseguire gli studi in Conservatorio fino al conseguimento del diploma di chitarra. Successivamente, ho conseguito la Laurea specialistica abilitante all’insegnamento di strumento musicale (Chitarra) e la Laurea specialistica in Discipline musicali a indirizzo interpretativo e compositivo in Chitarra. Il mio retroterra culturale si risolve, quindi, nei 22 anni dedicati alla musica e alla chitarra classica in particolare (ho iniziato a quasi 8 anni lo studio dello strumento), con una predilezione per la musica dell’Ottocento e del Novecento.
Con che chitarre suoni e con quali hai suonato?
Ho iniziato con una Giussani, con tavola in cedro, per passare a una Marseglia, sempre in cedro, mentre da circa un anno sto suonando una Paco Marin, con tavola in abete, modello 40 anniversario especial.

Ho visto che di recente ti sei aggiudicato diversi primi premi ai concorsi internazionali.. dove hai suonato?

Riferendomi alle esibizioni più recenti, ho partecipato, nel dicembre scorso, al Pleven International Guitar Festival, in Bulgaria e al Guimarães International Guitar Festival, in Portogallo, conseguendo in entrambi le manifestazioni il primo premio nella categoria dei concertisti; nel corso del 2016, mi sono esibito in concerto, oltre che in Italia, anche in Romania, in Belgio, in Austria, in Spagna, in Cina e in America.

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Parlando di dischi, ci consigli i tuoi cinque dischi indispensabili, da avere sempre con sé… i classici cinque dischi per l‘isola deserta…

Cinque sono pochi. Senza fare torto ad alcuno, consiglierei di tenere sempre a portata di mano le riproduzioni che aiutino a non dimenticare il dolore della vita, e la forza che l’umanità ha saputo trovare per tentare di risolverlo o quanto meno di affrontarlo, nello specifico: un disco di Bethoven e dei grandi innovatori prima di lui, quindi, un disco di Bach e uno di Mozart, uno del nostro Giuseppe Verdi e, infine, a scelta, un disco di uno dei grandi chitarristi contemporanei.

Se ascolti una diversa interpretazione di un brano da te già suonato o che vuoi eseguire, tieni conto di questo ascolto o preferisci procedere in totale indipendenza?

Sono sempre attento e ascolto con grande interesse i musicisti che si cimentano nelle interpretazioni dei brani, non solo chitarristici, imparando molto dai loro lavori. Il mio percorso, però, segue, almeno nelle intenzioni, l’obiettivo di rispettare quanto più è possibile la volontà dell’autore, cercando di approfondire secondo criteri filologici il testo, nel tentativo di riuscire a riprodurre le intenzioni e i contesti in cui le partiture sono state ideate. L’originalità viene fuori, a mio avviso, da questo lavoro di ricerca sui brani e sugli autori, in quanto alla fine, simbioticamente, si fonderanno la personalità dell’interprete con quella del compositore.

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Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Perciò ritengo sia importante approcciare lo studio e l’interpretazione delle partiture musicali seguendo un criterio filologico. In tal modo, sarà possibile ricostruire la corretta esecuzione delle opere. Tale metodo consente, inoltre, di allargare e di approfondire, attraverso lo studio dei testi e dei documenti, la conoscenza di una civiltà e di una cultura di cui gli autori sono testimoni. In tal modo, sarà possibile evitare gli appiattimenti di cui parlavi, pur nella difficoltà che un tale studio comporta. Se si considera, poi, che la libertà è figlia della conoscenza, ritengo che nel lavoro musicale più si procede nell’approfondimento dell’ambientazione storico-sociale di un compositore, meglio si comprende lo spirito e le idee che hanno generato determinate opere. Di qui anche la consapevolezza di potersi avvicinare alle partiture con spirito libero, scevri da condizionamenti che nulla hanno a che fare con le composizioni che si affrontano. Solo così, sarà possibile che il proprio spirito interagisca con quello del compositore, trasferendo nell’interpretazione le conoscenze acquisite, ma anche il proprio carattere, la propria sensibilità e il proprio modo di essere. Secondo questi criteri, non credo che si possa rischiare una globalizzazione musicale.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Come capita a molti interpreti e musicisti, molti sono i progetti che intenzionalmente vorrei realizzare; spesso, però, si è presi dallo studio per ampliare il proprio repertorio concertistico. Resta una mia volontà quella di dedicare un CD a Napoléon Coste, che, particolarmente, mi appassiona nella sua raffinatezza stilistica, all’interno di un rinnovato romanticismo, che si esprime nella ricercatezza di sonorità delicate e nella composizione di particolari armonie, avvicinandosi, per molti aspetti, alle musiche di  Chopin e Liszt, contrapponendosi alle grandi sinfonie che imperavano. Mi piacerebbe, inoltre, incidere una parte del repertorio musicale per chitarra e violino, da realizzare con mio fratello Andrea, valente e originale violinista.

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