#Intervista con Emanuele Segre (Marzo 2017) su #neuguitars #blog

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Intervista con Emanuele Segre

http://www.emanuelesegre.com/

Quando hai iniziato a suonare la chitarra e perché?

Ho iniziato a suonare all’età di 11 anni, un po’ per caso, in una Scuola media a indirizzo musicale. Era la seconda metà degli anni Settanta e la scuola che frequentavo era una delle prime a Milano a promuovere la sperimentazione musicale.
La musica aveva uno spazio importante all’interno di un apprendimento a tempo pieno, con insegnamenti pluridisciplinari. C’era molta partecipazione e sinergia da parte di tutti: allievi, insegnanti e genitori. Ricevevo due lezioni individuali alla settimana di chitarra da Maria Vangelista, già allieva di Ruggero Chiesa. L’entusiasmo e l’idealismo respirati fra le mura di quella scuola me li porto ancora dentro, e hanno costituito forza propulsiva negli anni successivi.

Che studi hai fatto e qual è il tuo background musicale?

Oltre alla chitarra, al Conservatorio studiai per alcuni anni anche il violino e la composizione. Arricchimenti molto importanti per me.

Con che chitarre suoni e con quali hai suonato?

Da diversi anni ho tre strumenti che alterno a seconda delle occasioni, una Luis Arbàn, una Don Pilarz e una Brian Cohen. Al Conservatorio ho suonato per parecchio tempo una Kohno 30, strumento che piaceva molto a Chiesa, che lo faceva adottare spesso ai suoi allievi. Andando indietro nel tempo, sempre agli anni della scuola media, la mia prima “bella” chitarra era opera di un vecchio liutaio che abitava nella periferia di Torino, Aldo Pignat. Andammo da lui un pomeriggio d’inverno a sceglierne una. Era un bello strumento, che ora non ho più. Era di cipresso ed emanava un profumo buonissimo, dolcissimo.

Sei stato allievo di Ruggero Chiesa… Nel 2013 sul Corriere Musicale è stato ricordato il ventennale della sua scomparsa, tu avevi scritto “Ruggero Chiesa è stato un punto di riferimento fondamentale per la chitarra. Si è dedicato in particolare all’insegnamento e alla ricerca musicologica di repertori poco conosciuti e anche inesplorati. A vent’anni dalla scomparsa, mi piace ricordare la sincera passione, il sincero amore che Chiesa aveva per il suo lavoro, per la chitarra e per la musica…” che cosa aveva di così speciale questa persona? Era un insegnante o un mentore?

Chiesa era una persona che ha amato profondamente e senza tregua la musica e il suo lavoro. Aveva un senso molto forte della dignità della sua e nostra professione.
Era persona molto gentile, molto disponibile nonostante avesse un carattere sostanzialmente introverso e riservato. Chiesa aveva il senso vivo del valore delle tradizioni, però su un altro versante certamente non censurava nei giovani il desiderio e il bisogno di innovare, di trovare una propria via, di trovare una propria voce.

Sono rimasto colpito dal fatto che hai voluto registrare le musiche di Bach in età…matura. Come mai questa decisione? Questo repertorio vedo che ormai viene affrontato con decisa disinvoltura e ottimi risultati da chitarristi decisamente giovani…

Per me la musica di Bach è difficilissima. Siamo di fronte a quello che alcuni considerano il più grande musicista della storia. Da par mio non posso che esprimere sgomento e problematicità nell’affrontare un simile geniale monumento. La difficoltà comunque non è tanto tecnica quanto di comprensione del testo, di cercare di penetrare i significati profondi della sua musica. Nelle sue composizioni troviamo potenza, energia, e al contempo un rigoroso dominio della misura.

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Come è nata l’idea di registrare il doppio CD e DVD con la Limen?

http://limenmusic.info/

La formula di un box CD + DVD è la formula con cui escono i prodotti della Limen. E’ una bella idea, che li distingue nel piccolo mercato della discografia di musica classica.

Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, ecc.?

La musica dal vivo è, secondo me, la vera dimensione dell’esecuzione musicale. I dischi, YouTube, Spotify, sono in sostanza dei surrogati che non cancellano il primato dell’esecuzione dal vivo. In un’esecuzione dal vivo, anche di “musica scritta”, c’è sempre una dose di improvvisazione. Anzi, guai se non c’è. L’esecutore che si sente a suo agio in questa dimensione ridisegnando ogni volta lo spartito, vive e gioisce assieme al suo pubblico della magia della musica. Nelle registrazioni, cerco sempre di ricreare anche questa dimensione che, comunque, ti diventa più facile creare con un pubblico davanti.

Parlando di dischi, ci consigli i tuoi cinque dischi indispensabili, da avere sempre con noi … i classici cinque dischi per l‘isola deserta?

Porterei cinque dischi di musicisti che ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo e che hanno lasciato un segno indelebile in me: Leonard Bernstein, Nathan Milstein, per la chitarra un disco di Julian Bream.

A proposito di ascolti musicali…se ascolti una diversa interpretazione di un brano da te già suonato o che vuoi eseguire, tieni conto di questo ascolto o preferisci procedere in totale indipendenza?

Ascolto tantissima musica. Nella mia quotidianità di musicista ci sono due dimensioni fondamentali e fra loro comunicanti: l’esecuzione e l’ascolto di esecuzioni altrui. Sono le facce della stessa medaglia, e le due attività si alimentano di continuo l’una con l’altra.
Ascolto volentieri una interpretazione diversa dalla mia, e l’ascoltarla mi fa riflettere e mi fa ragionare, mi fa magari aggiungere o togliere qualcosa alla mia esecuzione, non perché io intenda copiare ma perché quel qualcosa mi si è depositato dentro e mi stimola a modificare la mia idea.

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Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Il rischio di una “globalizzazione” musicale c’è. I gusti musicali possono essere in ognuno di noi anche diversissimi, alimentati anche dalla globalizzazione, ma è bene mantenere sempre dei punti fermi, che tali devono essere tanto per gli esecutori quanto per i compositori: il talento, e la sincerità. Questi restano per me due punti fondamentali. E ciò vale a mio avviso, anche nell’attuale contesto “globalizzato”.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Ho tante idee, e tante cose che vorrei fare. Un po’ mi accade di essere trascinato dal turbine degli eventi, che talvolta mi porta là dove meno me l’aspetto.

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