#Intervista a Maurizio Grandinetti (Maggio 2009) su #neuguitars #blog




La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra? Con quali strumenti suona?

Maurizio Grandinetti: Come per tanti l’incontro con la musica è avvenuto nei giardinetti della mia città in Calabria e con i dischi di mio fratello maggiore (molto maggiore). Alla fine degli anni settanta quei posti erano un universo incredibile. Quando andava via il sole erano pieni di ragazzi di ogni tipo, ogni estrazione sociale, politica e persino delinquenti. Eravamo lì per i motivi più disparati, ma tutti sotto un minimo comune: la musica, il rock, i cantautori. Per anni ho suonato ogni tipo di strumento rimediato in qualche modo, forse per questo oggi mi concedo il lusso di possedere strumenti molto belli. Ho strumenti di ogni tipo (classica 6 e 8 corde, acustiche, 12 corde, diverse elettriche inclusa un archtop, banjos, slide lapsteel).


Ho letto che lei è proprietario di una Lacote del 1829 come è arrivata a lei questa chitarra e come mai la scelta della P.R.Smith per la chitarrra elettrica?


M.G.: Ho comprato la Lacote nei primi anni novanta da un chitarrista americano che ne possedeva due. In quegli anni ancora poteva capitare di trovarne a prezzi ragionevoli, perché non c’era ancora molto interesse. Io studiavo alla Schola Cantorum Basiliensis e attraverso quella chitarra e le lezioni con Hopkinson Smith ho imparato molto sul suono, o meglio ad ottenere il suono più bello e forte rispettando però le caratteristiche dello strumento. E’ incredibile il volume e le prestazioni di quella piccola cassa armonica in una buona sala, a patto però di stare alle regole, il che vuol dire tensione giusta delle corde e attacco delle dita in un preciso modo. Non ho scelto una PRS, non riesco mai a scegliere una chitarra elettrica. Ho una bellissima Prs 513, strumento molto versatile ed elegante, ma ogni tanto le preferisco anche altre chitarre meno nobili.


Come è nato il suo interesse verso il repertorio contemporaneo e quali sono le correnti stilistiche nella quale lei si riconosce maggiormente?

M.G.: Quando ero studente studiare un pezzo di musica contemporanea era come iscriversi al wwf e salvare un panda: una questione etica. Allora mi affascinavano più le idee della musica contemporanea (quelle di John Cage in particolare) che la musica in sé. Sentivo l’attrazione di potenziali territori inesplorati e di un rapporto dinamico con l’idea di repertorio (idea che oggi ho smarrito del tutto, sostituita da un work in progress permanente). Proprio questo modo di lavorare mi impedisce di riconoscermi in qualcosa. In realtà mi perdo costantemente, cercando di rintracciare un’identità in un’attività (la mia da solista e soprattutto di chitarrista dell’Ensemble Phoenix Basel) dai tanti risvolti.

Lei opera in diversi progetti: Equivoci, Solid Body, Ensemble Phoenix Basel, Matteis Project, Guitarp Duo, Dedalo Guitar Project con Marco Cappelli… come mai così tanti interessi e come cambia il suo modo di suonare a seconda dei diversi contesti?

M.G.: Non sono interessi ma è il mio modo di fare musica, di stare al mondo attraverso la musica. Ed è una montagna di lavoro anche…. Ognuno di questi progetti ha avuto uno sviluppo che è durato anni, durante i quali sono cambiato io e il mio modo di suonare. Equivoci ad esempio oltre che dall’amore per John Cage nasceva dalla voglia di dimostrare che è possibile reinventare con poco uno strumento e un repertorio: le musiche non sono oggetti da museo da prendere, osservare, gustare e poi riposare al loro posto. Se si lascia lavorare il loro potenziale creativo cambiano costantemente e cambiano te. Il mio modo di suonare equivale al modo di ascoltare la musica (per quanto io ci possa riuscire) e cerca di essere sempre lo stesso, indipendentemente da quello che suono.

Parliamo di marketing. Quanto pensa che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

M.G.: E’ importante come in tutti i lavori. Prepari una cosa bella e vuoi che arrivi al maggior numero di persone. E’ un desiderio sano.

Ho notato in questi ultimi anni un progressivo avvicinamento tra due aspetti della musica d’avanguardia, da un lato l’aspetto più accademico e dall’altro quello portato avanti da musicisti ben lontani dai canoni classici e provenienti da aree come il jazz, l’elettronica e il rock estremo come Fred Frith, John Zorn, la scena downtown newyorkese e alcune etichette di musiche elettroniche come la Sub Rosa e la Mille Plateux. Che ne pensa di queste possibile interazioni e pensa che vi sia spazio anche per esse in Italia?

Maurizio Grandinetti: La domanda mi mette in difficoltà, perché da una parte riconosco e mi entusiasmo quando culture, musiche e altro si fondono con una propulsione creativa. Dall’altra però temo la confusione. Le etichette soprattutto creano confusione. Chi può dire cosa è accademico? Quando Frith compone mi sembra (con tutto il rispetto e l’amore per il musicista) più classico e accademico di molti compositori che vengono da scuole di composizione. E succede spesso il contrario: quanti improvvisatori usano materiale compositivo (scale, patterns, strutture, modelli)? Si tratta fondamentalmente dell’eterno dilemma: l’improvvisazione che usa l’energia creativa di un momento contro la composizione che usa la creatività in un progetto. Ecco che mi sono di nuovo perso…

Sembra essersi creata una piccola scena musicale di chitarristi classici dediti a un repertorio innovativo e contemporaneo, oltre a lei mi vengono in mente i nomi di Marco Cappelli, David Tanenbaum, David Starobin, Arturo Tallini, Geoffrey Morris, Magnus Anderson, Elena Càsoli, Emanuele Forni, Marc Ribot con gli studi di John Zorn … si può parlare di una scena musicale? Siete in contatto tra di voi o operate ciascuno in modo indipendente? Ci sono altri chitarristi che lei conosce e ci può consigliare che si muovono su questi percorsi musicali?

M.G.: Si, io sono in contatto con diverse delle persone da Lei citate. Ognuno di noi lavora ad un ideale di chitarra e la chitarra oggi è il risultato di tutte queste diverse esperienze. Prediligo sempre i musicisti che aggiungono qualcosa di personale (nuove composizioni, nuovi strumenti e nuove idee) a quelli che tendono a riprodurre un modello. Di chitarristi di cui seguo con interesse il lavoro ce ne sono tanti: Tom Pawles, Seth Josel, Nando di Modugno, Domenico Caliri (di cui in questi giorni sto registrando una composizione), Pablo Marquez. Un musicista incredibile che suona la chitarra si chiama Stephan Wittwer, cercatelo e scoprirete un universo. Ancora il bassista francese Kaspar Toeplitz.


Ascoltando il suo disco Equivoci con le musiche di Cage e Dowland ho pensato al fatto che il Rinascimento cercava note chiare e pure e voci coerenti e accumulabili, mentre la nostra società sembra accettare l’idea che le cose non sono degradate ma arricchite dal rumore … il rumore in un certo senso sembra sostenere letture molteplici e aperte e un po’ questo si avverte sia in Equivoci tra il contrasto agrodolce di Cage e Dowland e il disco dell’Ensemble Phoenix Basel dedicato alle musiche di Buess, Hodgkinson e Feiler .. è così o è solo una mia stravaganza?

M.G.: Il rumore prima, e quello che poi è diventato lo spettro del suono poi, offre una via di fuga dall’armonia (consonante, dissonante, seriale e di ogni altro tipo) intesa come gerarchia dell’organizzazione dei suoni. Di questa fuga aveva bisogno Dowland (che inventava sul liuto molti effetti sonori) come ne ha bisogno Lachenmann o Morricone.

Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

M.G.: Dicevo sopra che in questa domanda mi perdo sempre. Il repertorio classico è meno codificato di quello che si pensa, soprattutto quando gli interpreti lavorano spalla a spalla con i compositori. Nell’ultimo anno, ad esempio, ho lavorato con compositori come Phil Niblock o Kaspar Toeplitz, Richard Barrett, John Duncan o Volker Heyn che integrano con sensibilità e intelligenza l’identità dell’esecutore e del compositore e non hanno un’idea dell’opera come di un progetto chiuso. E il jazz può essere meno libero di quanto ci vogliono far credere. Abbattiamo tutte le etichette e prepariamoci ad assaporare frutti musicali sempre nuovi.

Ascoltando la sua musica ho notato la tranquilla serenità con cui lei si approccia allo strumento indipendentemente dal repertorio, da con chi sta suonando, dal compositore, dallo strumento che lei adopera dimostrando sempre un totale controllo sia tecnico che emotivo, quanto è importante il lavoro sulla tecnica per raggiungere a questo livello di “sicurezza”?


M.G.: Il lavoro tecnico si fa soprattutto per imparare e io sono eternamente alle prese con questa fase di apprendimento. Anche perché suono sempre chitarre diverse. Ma la sicurezza che riesco a gestire è quella che viene dall’esperienza e dalla consuetudine che ormai ho con il palcoscenico. E’ solo su quel bagaglio che conto.

Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quando diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo può assumere la musica contemporanea in questo contesto?

M.G.: Quello di spingere a riletture nuove e spiazzanti della tradizione. Il paradosso per il quale la tradizione è una storia di continuità fatta da infinite fratture. Oltre a Berio, in questo tipo di pensiero per me il grande Maestro è Luigi Nono. I suoi scritti sono quelli a cui torno quando avverto stanchezza o sfiducia. Riescono sempre a ridarmi freschezza. Consiglio la lettura di “La Nostalgia del Futuro”.


Oltre a svolgere l’attività di concertista lei è anche docente di chitarra, come riesce a combinare queste due attività? A volte si ha l’impressione di una dicotomia tra le due “carriere”:che un concertista non riesca ad essere allo stesso tempo anche un insegnante…

M.G.: Al contrario: non capisco come si possa insegnare quando si è interrotto, perso o trasformato il rapporto di apprendimento permanente a cui il suonare attivamente costringe. Concepisco il mio lavoro di insegnante come quello di un catalizzatore di esperienze. Offro ai ragazzi le tante esperienza da me fatte: sta a loro sceglierle e usarle come vogliono.

Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario?

Maurizio Grandinetti: Crisi e sempre di nuovo crisi… Chi dichiara quando si è in crisi? Il famigerato ministero della paura? Chissenefrega se qualcuno vende meno dischi? Se fosse giusto così? Sono felicissimo che esistano gli mp3 e il digitale.

Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..

M.G.: Le consiglio invece un libro di cui non potrei fare mai a meno: Salvatore Sciarrino – Le figure della musica (ci sono anche due cds dentro).

Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?

M.G.:Quelli che devo suonare la prossima settimana….

Il Blog ha aperto di recente una nuova rubrica dedicata ai giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

M.G.:Non due consigli, ma due messaggi. Il nuovo sistema accademico in tutta Europa ha creato la situazione assurda. Le Istituzioni musicali formative hanno bisogno degli studenti più di quanto gli studenti hanno bisogno di loro. Hanno quindi trasformate le scuole in aziende e gli allievi in clienti. In Italia ancora no, ma in Europa tantissime scuole fanno inserzioni pubblicitarie come negozi commerciali in aperta competizione tra di loro. Lo studente è al centro dei loro vampireschi interessi. Invito i ragazzi a non lasciasi fregare: spesso le cose di valore stanno vicino a noi e costano poco! Scegliere con intelligenza è importante.
Inoltre li invito a non fermarsi a riprodurre i modelli conosciuti, ossia quello dei propri insegnanti. E di non preoccuparsi solo della qualità esecutiva ma della qualità delle proprie idee. Il mondo si interesserà a noi se noi abbiamo qualcosa di interessante da dire.


Con chi le piacerebbe suonare e chi le piacerebbe suonare? Che musiche ascolta di solito?


M.G.: Per quanto riguarda i dischi, ascolto molto quelli di amici e colleghi più che quelli dei grandi classici e mostri sacri. Per la lista dei desideri dovrebbe aprire un altro blog.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Su cosa sta lavorando?

M.G.:La settimana prossima registrerò un progetto di sola chitarra elettrica con brani di Elliott Sharp, Volker Heyn, Alex Buess e altri. Poi ho molti progetti con l’Ensemble Phoenix Basel nei prossimi mesi con diverse prime esecuzioni (Alfred Knüsel, Giorgio Tedde, Jürg Wyttenbach). Poi sto lavorando a un progetto mio con due cari amici e fantastici musicisti: il sassofonista Marcus Weiss e il bandoneonista Marcelo Nisinman. In estate continuo la mia collaborazione con Joaquin Schlömer direttore dello Spielhaus a St. Pölten in Austria, con alcuni progetti di teatro/danza basati sull’improvvisazione.
Un ultima domanda .. forse un po’ triste … sono anni che lei risiede in Svizzera .. come mai tanti chitarristi italiani (soprattutto nell’ambito della musica contemporanea) si sono trasferiti oltralpe? La classica fuga dei cervelli (artistici) dall’Italia? C’è un clima migliore? Ci sono migliori possibilità di lavoro?


M.G.: Risiedo in Svizzera perché è un posto in cui fare il musicista è un lavoro possibile e perché a riportare i miei figli in Italia mi sentirei come di toglierli opportunità per il futuro. Non lo dico con disprezzo ma con dolore.

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