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Recensione di Fassbinder Wunderkammer di Alessandra Novaga, Setola di Maiale, 2017

Chiedo venia se, mentre scrivo queste note, mi sento di fare alcune precisazioni. Questo è un disco di “parla” di cinema, senza dubbio. Il mio problema è che la mia competenza in campo cinematografico è decisamente scarsa, non conosco il cinema di Fassbinder, nè le colonne sonore che accompagnavano le sue pellicole e quindi questa recensione cercherà di parlare della musica contenuta in questo disco di vinile tralasciando (mea culpa) il contesto che l’ha generato.
In questo senso mi appoggerò alla definizione di musica cinematica data da David Shea nel libro “Panta” curato da Enrico Ghezzi: “Il termine di musica cinematica mi è utile per riferirmi a pezzi che creano una sonoritàfilmica indipendente dalle immagine ma connessa a immagini specifiche o referenze esterne, diversamente quindi dai pezzi a tema o dalle colonne sonore di film separate dalmedium visivo.” (pag 329).
In questo senso, per me, la musica di questo disco è cinematica per definizione. Cosa trovo in questo disco? Molte cose, alcune musicali, altre legate invece alla mia conoscenza del pensiero e ddel modo di operare di Alessandra Novaga. La registrazione, volutamente lo-fi sia per le musiche che per la voce di Alessandra, che è stata prima incisa su un registratore a cassette e poimodificata con una tecnica analogica già in voga ai tempi del punk, con il risultato, esteticamente e gradevolmente incoerente, che ammicca a un deja-vu lo-fi fuori moda dal 1977, talmente fuori moda da essere ormai universalmente accettato come una cifra stilistica.
Il suono.. quasi post punk, Manchester anni ’80, la chitarra di Johnny Marr che deraglia incontrando anzi tempo un Marc Ribot ancora fresco dell’apprendistato presso Tom Waits e Laurie Anderson, sempre anni ’80, un Marc all’epoca non ancora brizzolato ma che già faceva del depauperamento del suono il suo marchio stilistico prima ancora di riuscire a trasformarlo in un marchio compositivo…
E la pulizia del suono, soprattutto quello acustico e classico, con il Conservatorio che fa capolino sopra la spalla sinistra, la nenia quasi clavicembalistica di Frankfurter, c’è il barocco lì dietro, certo dissimulato, ripiegato nella sua stessa piega come scriveva Deleuze, travestito con un eco morriconiana, dilatata, riverberata a cercare maggiore spazio, maggiore respiro…
Vi chiedo di nuovo scusa, io non conosco Fassbinder e, credetemi, non me ne vanto, ma conosco un po’ la Wunderkammer, una delle antesignane del cinema, progenitrice del cinerama e della visione paesaggistica e del senso del fantastico e del cinema stesso, non mi credete? Leggete Giuliana Bruno…o visitate quella al Museo di Storia Naturale a Venezia.
E la chitarra suonata come un violoncello…Tom Cora…Arthur Russell? E’ quasi funky nella sua nudità riflessa… o forse Paolo Angeli? No Paolo no… lui non è così cupo.. il violoncello/chitarra di Alessandra è un violoncello nebbioso.. rauco…più da Dubliners però che da terra germanica…
Il Soldato Americano..che quasi scompone Scarborough Fary… con la chitarra che torna morriconiana prima e le sciabolate quasi rockabilly dopo..e Kurt Weil… ah si perbacco.. come ho fatto a non pensarci prima….impossibile non pensare a Hal Willner e al suo lavoro…
Citazioni? Forse. Involontarie, sicuramente, ma alla fine che importa? Penso che se amerete il cinema di Fassbinder amerete anche questo disco e amerete i suoi fantasmi anche se, come me non conoscete il cineasta tedesco, perché alla fine, in un disco di vinile l’immagine si perde, esce dalla pellicola, mentre il suono della luce… un po’ se ne frega. Di sicuro è il disco che rappresenta al meglio adesso Alessandra Novaga: ci sono le sue chitarre, il suo passato di musicista classica che non è giusto rinnegare, la pulizia del suo suono, il desiderio di cambiarlo adesso che è andata oltre agli spartiti su cui si era formata, il desiderio appunto, la voglia di rileggere tutto e di ripartire da capo lasciando i propri fantasmi alle spalle. Un gran bel lavoro, brava Alessandra.

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