#Intervista con Dario Giardi (Aprile 2017) su #neuguitars #blog

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Intervista con Dario Giardi

Ciao Dario, benvenuto su neuguitars.com, come è nato il tuo interesse per la musica?

“Senza musica la vita sarebbe un errore”, così scriveva Nietzsche nel Crepuscolo degli idoli. Non ricordo quando io e la musica siamo diventati amici. Ci sono melodie che mi risuonano dentro da sempre, forse ascoltate quando mi muovevo ancora nel grembo materno. Davanti agli occhi scorrono velocemente le immagini dei vinili di mio padre, il mangiadischi rosso stretto tra le mie gambe di bimbo, le lezioni di piano al conservatorio e l’incontro, da adolescente, con la musica moderna. Avevo sedici anni quando ho iniziato a suonare in gruppo: i VoloPindariQo. Con quei ragazzi, divenuti gli amici di sempre, i più cari, abbiamo coltivato il sogno del rock, quello che ha accomunato tanti adolescenti. Ancora oggi, ogni volta che ci incontriamo, leggo nei nostri occhi, dopo più di vent’anni, la voglia di crederci ancora in quel sogno. Chissà se riusciremo un giorno a realizzarlo. D’altronde la musica non ha età, come i sogni. Non ha bisogno di nulla, ci entra direttamente dentro, ci attraversa, ci fa ridere, ci fa piangere, ci genera nostalgie, dà colore alle nostre giornate e al mondo.

Suoni qualche strumento in particolare?

Il mio strumento principale è stato il pianoforte ma amo molto anche il basso elettrico. In particolare suono il fretless. “Il basso canta, devi solo sapere esattamente dove toccare le corde, e quanta pressione applicare con le dita. Devi imparare a sentirlo. E poi, semplicemente, il basso canta”, diceva Pastorius.

Nel tuo libro racconti di aver studiato musica al Berklee College of Music di Boston, come sei arrivato in quella prestigiosa Università?

Era un mio sogno fare questa esperienza. Mi sono laureato molto velocemente ed ho iniziato a lavorare fin da subito. Con i primi guadagni mi sono regalato questa esperienza prendendomi un periodo di pausa tutto per me.

Quali sono le principali differenze che hai riscontrato tra il modo italiano e quello statunitense nell’insegnare la musica?

Il tradizionale ed accademico metodo seguito nei nostri conservatori e nelle principali scuole di musica ha un grosso difetto a mio avviso: nega il piacere della musica, cioè l’ascolto. Finché non si imparano le regole inutile sentire musica. Questo è il percorso sbagliato di molti libri e di molti insegnanti. L’errore più grande che possano fare è proprio quello di non fare sentire la musica. Insegnano a scrivere il Do, a riconoscerlo, a capire quale funzione può avere in un contesto melodico e armonico ma nessuno lo fa sentire.

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Fuori dai confini nazionali, ed in America particolarmente, il punto di partenza è, invece, proprio l’ascolto. Analizzare la cadenza d’inganno senza averla mai ascoltata o senza averne colto il significato profondo non solo dal punto di vista musicale ma anche emotivo, non ha senso. Sebbene sia indispensabile, ho sempre considerato la teoria musicale come una “cassetta degli attrezzi”: uno strumento agile, veloce e di immediata comprensione e applicazione, da utilizzare attraverso le “corde” della propria creatività ed emotività. Il vero musicista non è, infatti, solo teoria e tecnica, ma anche poesia e cuore. Per tutte queste considerazioni, ho cercato di presentare e descrivere, sotto una luce diversa, tutti gli aspetti principali della teoria e dell’armonia musicale. Un approccio moderno derivato dalla mia esperienza presso il Berklee College of Music di Boston, dove mi sono diplomato in teoria e armonia musicale. Un libro che puoi leggere sia che tu sia un lettore musicalmente analfabeta o già alfabetizzato. Ci sono richiami a musiche e melodie universalmente conosciute, tratte sia dal repertorio classico che da quello jazz e rock, affinché tutti i concetti e le nozioni esposte trovino subito una loro applicazione pratica e riconoscibile.

E il loro mondo della musica? Cosa significa diventare un musicista professionista negli Stati Uniti?

Vuol dire poter godere di un ventaglio di possibilità che in Italia non esistono. Anche nel campo musicale vigono le stesse regole e le stesse rigidità che si riscontrano nel mondo del lavoro in genere. Diventare professore di pianoforte o di altro strumento è più facile negli Stati Uniti rispetto all’Italia dove è in vigore un obsoleto e, per certi versi ingiusto, sistema di assunzione. Negli Stati Uniti in generale è trovare lavoro una volta compiuti gli studi è un passo semplice, perché l’ambito accademico è strettamente collegato con il mondo lavorativo e si seguono criteri di valutazione oggettivi e che premiano davvero il merito e la professionalità. Il mercato del lavoro è molto meno chiuso e difficilmente si accettano baronati, concorsi pilotati, amicizie e parentele. Credo che sia un problema culturale, il nostro. Siamo noi, per primi, che accettiamo certe cose per questo non penso che il sistema cambierà mai, purtroppo.

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Come è nata l’idea di scrivere “Viaggio fra le note”? Quanto tempo gli hai dedicato?

Platone diceva che la musica è in grado di dare un’anima all’universo, le ali al pensiero, uno slancio all’immaginazione, un fascino alla tristezza, un impulso alla gaiezza e la vita a tutte le cose.

Da figlio unico in un piccolo paese di provincia, la musica è stata più di una passione. Direi una sorella, un’amante, una confidente. L’amore e la riconoscenza per la musica mi hanno spinto a intraprendere questo “viaggio tra le note”. Ho dedicato quasi due anni per completarlo. Molto tempo ha richiesto l’elaborazione delle immagini in grafica vettoriale che ho inserito nel testo e che sono state appositamente pensate e studiate per rendere gli argomenti trattati più comprensibili. Troppo spesso, nei negozi di edizioni musicali, ci si imbatte in testi che trattano solo alcuni aspetti della teoria musicale, lasciando il lettore a “bocca asciutta” su argomenti che avrebbe voluto approfondire e che, invece, rimangono confusi. Queste considerazioni emergono dalla mia personale esperienza di musicista e, prima ancora, di studente di teoria, solfeggio e armonia musicale. Mi sono sempre scontrato con testi dal linguaggio troppo complesso e astruso: manuali dalla terminologia “classicheggiante”, che difficilmente forniscono gli strumenti idonei per un’applicazione pratica e immediata dei concetti teorici appresi. Una lettura che infonde insicurezza nello studente e lo lascia stanco e demotivato. Lo studio dovrebbe essere, invece, affrontato con entusiasmo e passione per evitare di perdere lo spirito per cui tutto è iniziato: il desiderio di suonare. Per tutti questi motivi è nato questo “Viaggio”.

In precedenza avevi mai scritto di musica o di altri argomenti?

Amo la scrittura. È un’altra mia grande passione. Scrivo guide turistiche per la casa editrice Polaris e da qualche anno anche narrativa. Con Leone editore ho pubblicato un cortoromanzo ambientato in Bretagna “La ragazza del faro” e il thriller “Dna”.

So che sei anche blogger e hai un bel blog http://isegretidellamusica.com, come è nato?

Sono un curioso e questa mia profonda curiosità mi spinge continuamente a pormi domande sulle cose che amo. La musica prima di tutto. Ho scoperto tanti aneddoti e storie interessanti che ho pensato di raccogliere e divulgare.

Secondo te che significato può avere l’improvvisazione all’interno nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

La vera improvvisazione non esiste più. Di recente ho letto un libro meraviglioso che consiglio a tutti: “Come funziona la musica” di David Byrne che spiega molto bene come le esigenze delle registrazioni abbiano guidato la struttura e la durata delle canzoni. Prima la musica veniva suonata semplicemente e l’improvvisazione nacque proprio per riempire il tempo e permettere alle persone magari di continuare a ballare all’infinito ma quando anche i jazzisti hanno dovuto registrare su un supporto i loro soli improvvisati sono stati codificati all’interno di uno spazio limite. Può questa essere davvero improvvisazione?

Qual è secondo te il ruolo dell’errore nel mondo della creazione musicale?

L’errore permette di esplorare campi nei quali difficilmente ci saremmo interessati. Sbagliando si crea e si cresce.

Che musica ascolti di solito?

Mi piace spaziare tra i generi. Ultimamente sono attratto dall’elettronica. Sto riscoprendo alcuni lavori di Brian Eno ma anche le nuove tendenze come The xx non mi dispiacciono.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

A un nuovo romanzo, questa volta sarà un thriller fantascientifico ambientato in una Roma del futuro e un nuovo progetto musicale.

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