#Intervista con Andrea Bolzoni per Swedish Mobilia (Aprile 2017) su #neuguitars #blog

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Intervista con Andrea Bolzoni per Swedish Mobilia

Ciao Andrea, un anno fa circa parlavamo della tua attività come solista e adesso sei da poco uscito con questo lavoro con il trio Swedish Mobilia, ci vuoi parlare di questo nuovo progetto e dei tuoi compagni di viaggio?

Swedish Mobilia è nato nel 2010 da un iniziale fortuito e fortunato incontro tra Daniele Frati e Dario Miranda, gli altri due membri del trio. Io e Daniele suonavamo insieme ormai già da lungo tempo e l’idea fu quindi quella di vederci un pomeriggio in studio e suonare. Registrammo tutto e, nel riascoltare il materiale, ne fummo talmente colpiti che ognuno di noi ricorda ancora oggi particolari frammenti di quella sessione. Di lì a qualche tempo prese forma il nostro primo disco, pubblicato da Leo Records, a cui seguì dopo un anno il secondo, uscito sempre per Leo e che vede come ospite in quattro tracce la tromba di Luca Aquino.
Daniele e Dario sono due musicisti straordinari e insieme abbiamo vissuto dei meravigliosi periodi di creazione e di crescita. Il nostro approccio al progetto Swedish Mobilia è sempre stato di tipo improvvisativo con una decisa intenzione di definire una nostra identità. I risultati sono arrivati grazie al costante ascolto e critica del materiale prodotto in prova, alla ricerca di tecniche di riesecuzione di forme e contenuti che ritenevamo interessanti e a volte la volontaria imposizione di limiti per permetterci di uscire da situazioni di stallo. Questa lunga fase ci permette oggi, che non viviamo più nella stessa città, di riconoscerci in quell’identità creata e di continuare a farla evolvere, sia attraverso le singole esperienze personali che nei tratti di strada che percorriamo insieme.

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Come è nata l’idea di questo “It’s not Jazz, It’s worse”? Chi ha scelto il titolo?

“It’s not Jazz, It’s worse” nasce nel 2014 di ritorno dal concerto tenuto a Tolosa per il festival Improfocus. Come spesso accade, la condivisione di ciò che è la vita oltre alla musica crea le condizioni affinché la musica diventi viva. E così è stato, quando rientrati a Milano dopo centinaia di chilometri di viaggio e uno straordinario clima trovato ad accoglierci al Mandala Jazz Club, ci siamo chiusi in studio per due giorni stando pressoché in silenzio e schiacciando il tasto rec. Penso che da ciò che si ascolta possa trasparire chiaramente ciò che in quel momento eravamo e, personalmente, ogni volta che mi capita di tornare su quelle tracce, rivedo immagini e rivivo emozioni di quei giorni vissuti assieme.
Il titolo è stato scelto da Dario: una frase che riassume in maniera efficace e ironica ciò che pensiamo sia la definizione, o la non-definizione, della nostra musica.

Come siete approdati alla Auand?

Come accennato precedentemente, abbiamo pubblicato i nostri primi due dischi con l’inglese Leo Records. Ne siamo stati felicissimi, entrare in quel catalogo è stato per noi un onore. Abbiamo però sentito la necessità di tornare a casa, in un certo senso. Personalmente ho sempre visto la Auand come un’etichetta coraggiosa, cosa che ci accomuna nelle nostre proposte. E così abbiamo inviato il materiale a Marco Valente che ha accettato di farci entrare nella sua Family.

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Questo disco si discosta un po’ dal tuo precedente “AmI”, merito dell’interazione con Dario Miranda e Daniele Frati o stai cambiando qualcosa nel tuo modo di suonare la chitarra?

Da un punto di vista cronologico, “amI?” è successivo sia alla nascita di Swedish Mobilia, quindi a quel mio approccio alla chitarra, che anche, più strettamente, alla registrazione di “It’s not jazz, it,s worse”. Sembrerà strano, ma non ho mai considerato veramente il fatto che in questi due progetti possa esserci un diverso modo di suonare. Penso piuttosto che il contesto in cui la mia chitarra si è trovata abbia condizionato il risultato, più che un diverso atteggiamento in partenza. E in questo senso sì, certamente l’interazione con Dario e Daniele è merito di questa differenza: l’empatia che si crea fa permeare il linguaggio del singolo in quello degli altri, e questo cambia tutto.

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Mi ha fatto molto piacere la citazione di Ballard nel libretto del cd: “One needs a non-linear technique, simply because our lives today are not conducted in linear terms”, come mai l’avete scelta? Che affinità ha con la vostra musica?

La citazione è stata scelta da Flavio Caprera, che ci ha gentilmente donato le sue parole come introduzione per l’ascoltatore e delle quali siamo felicissimi. Ballard è un autore che non conosco, ma sono d’accordo sul fatto che questa citazione calzi perfettamente la nostra musica. Tre personalità distinte che si uniscono in un unico processo creativo, continuo, mettono gioco infiniti elementi di imprevedibilità che combinati insieme producono scostanti reazioni a stimoli uguali o vicini, reazioni che vanno a definire ciò che accadrà, a cambiare lo stato d’animo del singolo e quindi a variare nuovamente quello che è l’equilibrio collettivo e la linea di risposta che ne consegue. E in questo processo credo si possa, appunto, vedere la vita che ogni giorno viviamo.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

A giugno verrà pubblicato per Naked Tapes il secondo disco del trio Raw Frame che vede alla batteria il mio collega di Swedish Mobilia Daniele Frati e al basso Salvatore Satta. E’ un progetto che portiamo avanti direi all’incirca da dieci anni, probabilmente anche di più se lo si pensa come spin-off del quartetto Ascopo Dilocrio del quale faceva parte l’ora londinese Ennio Salvemini, e che mi vede autore insieme a Daniele delle composizioni originali che eseguiamo. Siamo molto felici di avere incontrato Giovanni Barone e non vediamo l’ora di portare in giro la nostra musica. Un’altra collaborazione di cui sono felicissimo è quella con Francesco Zago, un duo di chitarre che è stato definito, non mi ricordo da chi, “tra lirismo e psichedelia”. Abbiamo fatto alcuni live e abbiamo in programma una registrazione. Un lavoro già registrato e in attesa di pubblicazione è invece il trio con (indovina!) Daniele Frati alla batteria e Alberto Braida al pianoforte. Avere la possibilità di suonare con Alberto insieme al batterista con cui ho sviluppato negli anni una profonda empatia è stata, ed è, un’opportunità senza prezzo. Tornando a Swedish Mobilia, se posso approfittarne, il 5 aprile saremo ospiti a Radio Statale a Milano e il 6 suoneremo al Circolo del Libero Pensiero a Lecco. Chi può ci segua!

Senti.. da un po’ di tempo sto facendo questo domanda: qualche anno fa ho letto un bel libro di Bill Milkowski intitolato “Rockers, Jazzbos and Visionaries”. Carlos Santana a un certo punto gli ha risposto che: “Some people have talent, some people have vision. And vision is more important then talent, obviously.”…dopo tutti questi anni passati a suonare…qual’è la tua visione?

Penso che prima di poter spiegare quale sia la mia visione dovrei per lo meno essere consapevole di averne una. E non credo di poter dire di esserlo. Voglio dire, di chi è il compito di dire se un artista sia visionario o meno? Lui stesso? I suoi contemporanei? O un’analisi storica fatta a posteriori? In maniera ironica, posso dirti che faccio già molta fatica a “sopravvivere” alle numerose attrazioni che mi circondano e a tracciare tra queste un percorso che, per lo meno per me, abbia un senso che mi viene molto difficile poterne trarre una mia possibile visione.

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