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Recensione di Fire Wire di Steven Joseph, 2015

Se siete d’accordo proviamo a pensare,assieme, quale dovrebbe essere il profilo in un giovane chitarrista classico contemporaneo. La cosa è meno oziosa e banale di quello che potrebbe sembrare in un primo momento. La chitarra classica attuale continua a vivere sul mito (meritatissimo) di Andres Segovia e sulle figure non meno leggendarie di Julian Bream e di John Williams, i grandi pilastri di questo strumento nel ‘900. E poi? Già. >E poi la chitarra classica si è un po’.. frammentata, divisa in settori specialistici, chi, insofferente di un repertorio ristretto, abbracciava la musica contemporanea, chi la aborriva e rimaneva ancorato al repertorio classico-romantico, seguendo spesso percorsi filologici non meno cerebrali di quelli dei compositori dodecafonici, chi decideva di tornare ancora più indietro riscoprendo e rivitalizzando la musica rinascimentale e barocca. Nel frattempo il mondo cambiava e continua a cambiare, le figure dei grandi interpreti si caricavano della loro aurora mitica (parlo di quella patina quasi mistica tanto cara a Walter Benjamin) celebrando le loro carriere con splendidi cofanetti di cd (vedi Bream e Williams). E i giovani? Quale potrebbe essere il profilo di un nuovo Bream o di un nuovo Williams? (Un nuovo Segovia non può esistere).

Credo che in una società e in periodo storico così “liquidi”, instabili e….sì, eccitanti, nel bene e nel male, siano richieste qualità particolari, in grado di permettere a un giovane concertista di affrontare al meglio una carriera non meno complessa e complicata della realtà che stiamo vivendo. Credo sia finita l’epoca degli specialisti, la musica, il mondo sono tornati a girare a 360 gradi e la competizione è enorme. Vedo, sento, ascolto giovani musicisti che presentano una competenza tecnica e stilistica semplicemente enorme, merito certamente dell’elevato livello raggiunto nella didattica e nell’insegnamento nei Conservatori di tutto il mondo. Cosa manca? Uno stile personale, forse un desiderio, maturità? Ma quando ascolto dischi come questo Fire Wire del giovane Steven Joseph mi rendo conto di come anche questi elementi possano già essere presenti nelle idee e nelle mani di un giovane interprete che ha scelto la difficile carriera del musicista professionista.

Steven Joseph suona bene, molto bene. Dimostra una notevole competenza e maturità musicale e dimostra benissimo di sapersi muovere con disinvoltura e eleganza attraverso i vari brani di Jobim, Westlake, Reinhardt, Ryan, Ward, Riviera, Duarde e suo autobiografico Voyager. Decisamente un buon lavoro, ben registrato e con un suono personale ma allo stesso tempo “flessibile”, in grado di adattarsi alle necessità e alle caratteristiche dei diversi brani e stili interpretati. Un applauso in più per le Variations on a Catalan Folk Song di John Duarte.

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