#Recensione di Dither, Dither, Henceforth records, 2010 su #neuguitars #blog

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Recensione di Dither, Dither, Henceforth records, 2010

Incomincia in maniera quasi innocente questo cd, diversi secondi si suoni tenui e impalpabili, quasi glitch sfocati in lontananza, costringono a elevare la soglia dell’attenzione,a guardare il minutaggio sul lettore, a chiedersi se non sia il caso di alzare il volume … non fatelo, dopo quasi un minuti quattro chitarre distorte scaricano un suono cupo, pesante, da Black Sabbath in astinenza e passati al rallentatore mentre un tamburo ripete ossessivo un tuo tum-tum, altrettanto cupo e inquietante che starebbe bene nella colonna sonora del Signore degli Anelli.
Le chitarre ripetono ad libitum il loro mantra che più che al minimalismo storico o al massimalismo di Glenn Branca sembra rimandare alla No Wave nichilista e anfetaminica della New York fine anni ’70. Ma non è tutto così, il primo brano dopo sei minuti comincia a dare segni di sfaldamento, si inseriscono feedback a cascata, mentre il tutto progressivamente collassa. Guardo con sospetto sia la copertina del disco che il lettore cd, dopo un inizia così cosa aspettarmi? E invece Dither si rivela un disco di contrasti, di luci e di ombre, di continue citazioni alla No Wave, al minimalismo, al massimalismo, al post rock (le chitarre di Pantagruel sembrano decisamente i primi Tortoise), alla congestione del post modernismo. Tutto viene citato, rielaborato e risputato, delicati arabeschi che ricordano i migliori Fripp e Eno inseriti dentro geometrie nichiliste e contorte, drones di chitarre metal che pescano dal doom scandinavo che si uniscono con strutture degne di Branca e Chatham. Sono di New York i Dither, i modelli sono Elliott Sharp (che firma lo scritto all’interno della confezione del disco) e certe cose uscite di recente in casa Clean Feed, sono bravi, sono pesanti, e non nascondono una certa ironia, siamo a tutta avangarde cerebrale ma non radical chic, niente salotti buoni, ma tanto feedback. Prego astenersi ammiratori di Lenny Bernstein.

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