#Intervista con Vincenzo Saldarelli (Luglio 2017) su #neuguitars #blog

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Intervista con Vincenzo Saldarelli

Buongiorno Maestro, grazie per aver accettato l’invito per questa intervista. Vorrei provare a fare un’intervista diversa dal solito, vorrei porle delle domande sulla sua musica e sulla sua carriera usando come filo conduttore alcuni dischi della sua discografia che di recente sono riuscito a procurarmi, ma prima vorrei chiederle come lei si è avvicinato alla chitarra e come ha deciso di diventare un musicista….

Alcune semplici coincidenze mi hanno in qualche modo illuminato verso i miei percorsi musicali. Vorrei dire innanzitutto che i miei genitori erano persone di grande apertura e con tre figli maschi hanno saputo lasciare a ciascuno lo spazio per esprimersi. Un primo evento che mi colpisce molto è un concerto che ascolto con mio padre ad Arezzo. Da piccoletto seguivo spesso i miei. Il concerto è quello del Trio di Roma, celebre complesso cameristico attivo fin dagli anni ’30 e violoncellista è il mio amatissimo zio Antonio Saldarelli, per tanti anni docente al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. Ero allora completamente digiuno di cose musicali, la famiglia abitava a Cagliari, mio zio a Roma, quindi non avevo avuto alcun contatto didattico con lui. Il concerto è per gli Amici della Musica di Arezzo ed io piccolo forse assisto al mio primo concerto di musica classica; sono fortemente emozionato da quella musica, sia per il fiume di note che vedendo proprio la destrezza dei musicisti, che mi colpisce moltissimo perché non immaginavo questa grandiosità di suoni e di gesti…. e com’era bello il movimento di arcate di mio zio…… Da qui credo di aver elaborato un formidabile desiderio di avvicinarmi alla musica. Detto fatto: rientrati a Cagliari papà cerca un maestro privato, noleggia un pianoforte e così comincio la mia piccola storia musicale con il primo Maestro, che si chiamava Manservigi. Allora non esistevano tante scuole di musica, o di indirizzo musicale o corsi di propedeutica e simili. In Italia chi voleva far musica o entrava in un Conservatorio o prendeva lezioni private. In quei tempi ascolto molta musica, fino a che andando al mio negozio di Cagliari vedo un discone , un LP , con la foto di un bellissimo signore con la chitarra: è Andrès Segovia. Quel primo ascolto fa il suo effetto. Non me ne stacco più e cerco di riprodurre quelle melodie al pianoforte, finchè un bel dì arriva il mio fratello maggiore con una chitarra e mi dice “provala un po’ se ti piace”. Da immaginarsi che cosa potevo provare io, non sapendo dove mettere le mani. Si attiva il mio Maestro, uno di quei musicisti eclettici che però ti aprono la mente con lievità. Comincio a combattere con la chitarra e mi diverto a leggere metodi e metodini come autodidatta, fino a che il nostro Manservigi mi dice un giorno chiaramente “guarda Vincenzino, io non sono chitarrista e posso arrivare fino a un certo punto, ora prosegui da te e quando potrai cerca un bravo maestro chitarrista”. Nel ’63 ci trasferiamo da Cagliari a Firenze, io studio al liceo classico ma continuo con il pianoforte e con la chitarra, sempre come autodidatta. Arriva un giorno una telefonata del mio zio violoncellista che dice a papà circa questo “è a Firenze un bravo chitarrista romano che sta facendo il militare, gli ho detto di farsi vivo con voi per conoscere Vincenzo e dargli qualche consiglio, si chiama Bruno Battisti D’Amario”. Anche in questo caso detto fatto. Conosco Bruno, viene a trovarci a casa in divisa allievo ufficiale, mi suona qualcosa, io incantato, mi ascolta e mi dà qualche suggerimento, in primis come fare delle belle scale in modo decente! In quel periodo vado anche ad ascoltare un concerto che Bruno tiene al circolo ufficiali di Rovezzano, bellissimo, poi rientra a Roma finito il servizio militare e da quel momento perdo i contatti. Ma sempre lo zio buono, a voce e per scritto, mi consiglia intanto di andare a studiare pianoforte con il suo amico Amleto Manetti, docente al Cherubini, e di andare a farmi sentire da Alvaro Company che da poco aveva la cattedra di chitarra, sempre al Cherubini. E’ così che telefono a Company, il quale molto gentilmente mi dice di andare da lui a fargli sentire qualcosa. Così faccio e gli suono un’implacabile Recuerdos de la Alhambra e qualcos’altro e lui mi dice di fare subito domanda per l’ammissione al Cherubini. Di nuovo detto fatto, vengo ammesso e inizio finalmente uno studio serio della chitarra.

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Con che chitarre suona e ha suonato, in passato?

La mia prima chitarra buona è una Raponi, regalata da mio fratello che mi accompagna a Roma da Raponi alla Magliana, personaggio simpatico e orgoglioso dell’amicizia con Alirio Diaz. In seguito una Piretti, quando inizio a insegnare a Modena. La mia José Ramirez, che suono tuttora, la scelsi nel 1971 in occasione di un viaggio a Madrid con gli amici del Trio Chitarristico Italiano. Devo confessare che questa meravigliosa chitarra la lasciai in disparte per un certo periodo perché mi interessava fare esplorazioni con nuove sonorità. Quindi ho avuto una Alan Wilcox, una Manuel Contreras doble tapa, una Lorenzo Frignani, nonché alcune particolari di Wilcox, una decacorde, per composizioni contemporanee e barocche e una terzina in sol per alcune opere del repertorio con il Trio.

Lei è stato allievo di Alvaro Company al Conservatorio Cherubini, una figura molto importante nell’ambito della chitarra contemporanea, come era come insegnante?

Ecco una domanda non solo intelligente ma anche audace e rispondo molto volentieri ma in estrema sintesi, perché parlare del personaggio Alvaro Company richiederebbe un volumetto di risposte! Il primo approccio è illuminante: vado a trovarlo un’estate per un ascolto preliminare all’esame di ammissione al Conservatorio. Sta lavorando ad una Suite di Bach, mi ascolta e mi dà subito un piccolo suggerimento, senza darmi giudizi sul mio modo di suonare un po’ improvvisato da autodidatta, ma semplicemente di curare un po’ la qualità del suono, riconoscendomi doti di musicalità, bontà sua! Quindi un primissimo insegnamento già sul come affrontare un nuovo modo di sentire i suoni della chitarra. E’ questa idea profonda che accompagnerà i miei studi con Company e poi l’avvio della mia attività di concerti e poi ancora e sempre più in profondità i nuovi mondi sonori che caratterizzeranno le mie ricerche musicali sia da solo che nel lavoro d’insieme con il Trio Chitarristico Italiano. Ma qui siamo già un po’ avanti con la storia e ne parlerò tra poco, quindi faccio un passetto indietro. All’esame di ammissione al Cherubini sostengo la mia prova con i pezzetti che avevo tra le dita di autodidatta, in commissione c’è anche il mio Maestro di pianoforte Amleto Manetti, allora vicedirettore. Sono ammesso ed inizio il corso allora “straordinario”, quindi ancora senza diploma finale. Trovo alcuni veterani quali Paolo Paolini e Roberto Frosali, altri già allievi, tra i quali Milan Wetter e Alfonso Borghese. Con Company frequento il Conservatorio per soli quattro anni, poi lo seguo nei corsi che teneva a Villa Schifanoia.
Impronta formidabile è l’apertura verso la personalità dell’allievo, con rigore implacabile verso la cura delle tecniche delle due mani e soprattutto verso il senso del suono e della timbrica. L’apertura di Company mi è confermata quando poco dopo l’inizio del corso di chitarra mi consiglia di iscrivermi anche alla Scuola di Composizione, riscontrando il mio interesse verso la costruzione musicale.
Detto fatto: inizio anche composizione con il mio indimenticabile Maestro Carlo Prosperi e l’esperienza si rivelerà formidabile. Altro da dire è riguardo all’approccio verso nuove tecniche e da lì si svilupperà il mio “Amare la musica contemporanea” ( cito volentieri questa recentissima frase dell’amico Frédéric Zigante, il quale intitola proprio così il mio seminario tenuto nel maggio 2017 al Conservatorio di Alessandria).
Entro ora in qualche dettaglio significativo. In primo luogo la ricerca di diteggiature, sia per la mano sinistra che per la destra, non scontate, ma con l’idea costante di costruire una sorta di orchestrazione nel brano. Esempi clamorosi sono il superamento dei diteggi ottocenteschi, che venivano generalmente risolti nelle prime posizioni o comunque linearmente sui cantini per le voci superiori. No! Questi non sono interessanti, perché ripetitivi e andavano bene per i suonatori/compositori dell’epoca, con le chitarrine piccole e con i destinatari della “musique de salon”. Emerge l’esperienza degli anni che Company aveva trascorso a Siena con Andrès Segovia, nume tutelare della bellezza del suono e della cantabilità. Ecco che brani o sonate già celebri o da riscoprire vengono affrontate con atteggiamento nuovo. Mi trovo a lavorare con lui la Grande Sonata di Paganini e poco prima la Sonatina III op.71 di Giuliani, tra le altre. In Paganini alcune frasi virtuosistiche sono risolte non con il consueto scorrimento sulla tastiera, ma con la ricerca di diteggiature più elaborate, utilizzando scambi di corde, ad esempio nelle cascate di ottave, o seste o decime.
La Sonatina di Giuliani viene completamente ripensata, con diteggiature e dinamiche per me davvero innovative. Le sperimentiamo insieme, fino a quando Company mi chiede di collaborare con la collana che stava curando per Suvini Zerboni. Così vede la luce la mia prima revisione pubblicata da Suvini e che allora suscitò notevole curiosità, con vari articoli su riviste del settore. Analoga apertura e generosità Alvaro rivela poi facendomi realizzare altre revisioni, in primis la Suite in sol di Robert De Visée e molto altro però poi non pubblicato. Con questo forte imprinting proseguirò in anni successivi il lavoro di revisione di tante opere sia per Suvini che per Bérben.
Gli anni di studio con Company sono stati in realtà pochi, anche perché ho, come si sul dire, bruciato un po’ le tappe iniziando prestissimo l’attività concertistica e la docenza. Ma è stato ricorrente il contributo di idee e di esperienze lungo i decenni di attività. Posso ricordare soltanto qualche avvenimento.
Intanto il contributo di soluzioni per alcuni brani del repertorio che il Trio stava costruendo. Come esempio cito il Rondò del Trio di De Call e il Trio di Diabelli; Company ci suggerì soluzioni molto efficaci di concertazione, così che effettuammo veri e propri scambi di parti per eliminare la noiosa reiterazione delle stesse frasi alla medesima chitarra.
Poi, parecchio tempo dopo avviene un’esperienza bella e in qualche modo divertente. Siamo nel 1993 e Company ci chiede di preparare con lui il suo Quartetto di chitarre, Memento!(dedicato a A.Segovia) per le celebrazioni a cento anni dalla nascita di Segovia. Le prove d’insieme sono molte e stimolanti, per le continue limature che apporta Company, dal canto suo diligentissima quarta chitarra! Ma la cosa per me divertente fu quando, ormai al termine delle nostre prove di montaggio, un bel mattino Alvaro arriva a casa mia, dove si provava, e ci dice “ ragazzi…. ecco il secondo pezzo! Il Quartetto cosi com’era non mi convinceva…..” momento di panico in Frosali, io e Alfonso ci guardiamo un po’ perplessi, ma pian piano arriviamo ai concerti. Il primo di questi è il 28 settembre di quell’anno, alla Sala del Buonumore del Conservatorio per gli Amici della Musica di Firenze ; il Trio tiene un intero concerto che comprende anche Memento. Il secondo concerto è il 10 dicembre a Palazzo Chigi Saracini per l’Accademia Musicale Chigiana, con il quartetto in “prima esecuzione integrale” (considerando la parte aggiunta da Company) e vi partecipano Linda Calsolaro, Flavio Cucchi, Alirio Diaz, Oscar Ghiglia e il Duo Puddu.
Per concludere, un’attualissima prova di acutezza musicale e di scrupolo Alvaro ce la sta dando in questi giorni, nel corso del lavoro che io e Alfonso stiamo facendo per la preparazione di Leos pas de deux per due chitarre.

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Fu proprio nella classe di Alvaro Company che si costituì il Trio Chitarristico Italiano formato da lei, Alfonso Borghese e Roberto Frosali, un trio per cui hanno scritto dei pezzi compositori come Bruno Bartolozzi, Arrigo Benvenuti, Aldo Clementi, Arrigo Peruzzi, , Carlo Prosperi, Reginald Smith Brindle, Lawrence Singer… nel 1977 avete realizzato un LP per la RCA Red Seal eseguendo musiche di Anton Diabelli, Filippo Gragnani, Paul Hindemith, Manuel De Falla, Isaac Albéniz, Carlo Prosperi, Reginald Smith Brindle, che ricordi ha di quel disco?

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Nella domanda vi è già parte della risposta in quanto la citazione di tutti quei compositori denota una delle caratteristiche dell’esperienza del Trio. E’ la creazione di un nuovo repertorio per tre chitarre che ha l’avvio con la prima composizione a noi dedicata da Smith Brindle, “Music for three guitars”. A questa farà seguito “Stellae inerrantes” di Carlo Prosperi. In merito al disco devo dire che fu esperienza di grande impegno e molto formativa, dato che il lavoro di approfondimento, che ci eravamo prefissati come traguardo del nostro stile, ha in questa occasione un ulteriore sviluppo, trovandoci di fronte alla preparazione di un primo documento sul repertorio per tre chitarre. Il disco, come i due successivi sempre per RCA, è registrato nello studio di Milano della Best Sound di Franco Godi, con un tecnico del suono attentissimo ed ineguagliabile. Il lavoro fu senza dubbio durissimo, perché era la prima volta che veniva registrato un repertorio così vario e complesso, nella ricerca di nuove sonorità, di giuste dinamiche ed altro. per un risultato che fu per noi di grande soddisfazione, contribuendo ad una prima conoscenza di queste musiche a livello internazionale, oltre che del Trio.
A questo primo disco RCA ne seguiranno altri due, sempre per RCA, poi un CD per Relief, un DVD per Guitar Media Collection ed è in corso di pubblicazione il nuovo CD per EMA Vinci, interamente dedicato a musiche del XX° secolo.

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Nel retro della copertina ci sono due dediche molto toccanti, una è di Andres Segovia e l’altra di Goffredo Petrassi… quand’è che lei ha avuto occasione di conoscerli?

Il primo incontro con Andrès Segovia avviene in occasione di una visita che il Maestro compie al Conservatorio Cherubini su invito di Company per un ascolto amichevole degli alunni della sua classe. Ciascuno suona qualcosa e Segovia ascolta con molta pazienza e bonomia, senza commentare più di tanto. Poi ho avuto un’occasione diretta, davvero unica, di suonargli la Sonatina di Torroba, come audizione vera e propria, durante un’altra sua visita, questa volta a Villa Schifanoia per i corsi di perfezionamento di Company. Una conoscenza più approfondita è in occasione del concerto che il Trio gli dedicò la sera dell’assegnazione del titolo onorifico di “Paiolante d’onore” da parte della storica Compagnia del Paiolo, nel Cappellone degli Spagnoli di Santa Maria Novella. Tra le altre occasioni una che ricordo con molta simpatia è un dopo-concerto a Bologna, quando mi invita a cena: era presente anche la moglie di Alirio Diaz e ricordo che fece davvero onore alla cucina bolognese. Come curiosità avevo scritto le note al programma di quel concerto per il Teatro Comunale.
La dedica della copertina del disco Segovia la scrisse dopo aver ascoltato il concerto che ho prima citato ed è davvero una testimonianza straordinaria.
La dedica di Petrassi nasce invece dopo una mia visita a Roma a casa del Maestro, che conoscevo da tempo, avendolo incontrato in vari concerti dove avevo suonato le sue composizioni per chitarra. In quella visita avevo portato la registrazione del disco che doveva ancora essere pubblicato. L’ascolto gli ispirò quel bellissimo pensiero.

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Parlando di Petrassi non possiamo non citare il suo LP del 1978 “Goffredo Petrassi – Suoni Notturni – Seconda Serenata / Trio – Nunc – Alias” prodotto dalla casa discografica Italia, ad oggi mi risulta essere l’unica opera monografica dedicata a Petrassi o sbaglio? Come nacque l’idea di realizzare questo disco?

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A quanto mi risulta è a tutt’oggi l’unico disco che contiene le composizioni di Petrassi per chitarra sola e d’insieme, a parte quelle con organico più esteso quali Grand Septuor e Sestina d’Autunno. Il disco nasce con questa successione di eventi. La Fonit Cetra, negli anni ’70 ancora della RAI, aveva programmato una collana di dischi dedicati a compositori italiani del Novecento, invitando alcuni prestigiosi solisti per la realizzazione di quella che sarà denominata Serie Italia.
Di Petrassi erano già stati pubblicati alcuni LP con le composizioni orchestrali e Fonit stava iniziando a registrare il repertorio solistico e da camera. E’ proprio Petrassi che mi chiede di collaborare a questo progetto e vengo contattato dai responsabili della casa discografica per iniziare le registrazioni presso lo studio Axon di Edoardo Ogando di Roma. Petrassi aveva scelto di far registrare proprio da me – mi aveva ascoltato interpretare le sue composizioni in diversi Festival – Suoni Notturni, Nunc e la Seconda Serenata-trio per arpa, chitarra e mandolino. Dopo sedute di prove con l’arpista Claudia Antonelli e il mandolinista Riccardo Pellegrino realizziamo la registrazione di questa meravigliosa composizione. I brani per chitarra sola li avevo già registrati. Dopo questo lavoro Ogando chiama Petrassi per l’imprimatur alle registrazioni.
Petrassi ascolta tutto attentamente, rimane molto colpito dal lavoro compiuto e dalle interpretazioni e dopo una riflessione ritiene che con questi tre brani il disco non sia completo ma che non ha alcuna intenzione di inserirvi altri pezzi diversi. Decide quindi di scrivere una nuova composizione proprio per completare questo disco perché vuole che sia interamente dedicato alla chitarra e comunque agli strumenti a pizzico da lui così amati.
Poco tempo dopo mi telefona per comunicarmi che ha composto un pezzo per chitarra e clavicembalo e che me lo invierà subito per verificarne la scrittura chitarristica. Così avviene, la composizione si intitola Alias – io ne ho ancora una copia manoscritta – fisso le prime prove con la straordinaria clavicembalista Mariolina De Robertis. Vado a Roma e lavoriamo il pezzo, alla presenza dello stesso Petrassi, il quale, con grande sensibilità ed apertura, apporta alcune modifiche necessarie rispetto alla prima stesura. La versione definitiva sarà da me revisionata e pubblicata subito dopo da Suvini Zerboni. Nell’Agosto 1977 Alias vene presentato in “prima” alla Settimana Musicale Senese dell’Accademia Chigiana, presente il mondo musicale italiano, poi il brano registrato, sempre nello studio Ogando, completa finalmente il disco oggetto della domanda. Questa è la storia, che avrebbe potuto forse vedere un altro capitolo, con edizione di ristampa in CD se purtroppo la Fonit Cetra non fosse stata poco tempo dopo soppressa o ceduta, non so bene, da mamma RAI….. mi auguro non per colpa del mio disco!

Le note di quel disco le scrisse Aldo Clementi…un’altra figura importante per la chitarra contemporanea… che persona era?

Ecco un altro personaggio indimenticabile del mio lungo viaggio intorno alla musica contemporanea e che forse fa capire quanto sia stato e sia affascinante tale percorso, perché ha visto un continuo contatto personale con i compositori, a volte una vera e propria amicizia, sempre uno stimolante scambio di idee. Si è trattato in sostanza di un coinvolgimento diretto nella costruzione di una composizione e quindi di una maggiore comprensione delle intenzioni degli autori.
Tra questi Aldo Clementi merita proprio un ricordo affettuoso, perché risale ai mitici tempi dei Corsi di Perfezionamento di Sargiano in Arezzo del 1978 e seguenti. Vi è qui un bel gruppo di avventurosi musicisti, docenti dei corsi che nella quiete del convento dei frati fanno lezione, tengono continuamente concerti, conoscono esperienze diverse ed originali, data la quantità e varietà di personaggi che gravitano intorno alle iniziative dell’annesso Festival.
Clementi tiene il corso di composizione ed è, negli intervalli dalle lezioni, sempre a caccia di volontari per giocare a scacchi, credo sua vera passione. L’altra è la motocicletta! Era infatti venuto da Roma ad Arezzo con una bellissima moto d’epoca. Persona squisita, compositore ferratissimo ed originale, pianista eccellente. Ho modo di constatarne la bravura quando una volta mi invita a casa sua a Roma e suona alcuni brani al pianoforte….bravo davvero. Con le sue musiche ho molte soddisfazioni, sia artistiche che di piacevolissimo rapporto personale. Ecco qualche momento.
Con il liuto presento la “Fantasia” su frammenti di Michelangelo Galilei, in “prima” nel 1979 alla 36° Settimana Musicale Senese dell’Accademia Chigiana, con la chitarra presento nel 1980 “Dodici variazioni” a me dedicate in “prima” al XXIII Festival dei Due Mondi di Spoleto, nel 1975 il Trio Chitarristico Italiano aveva eseguito“Reticolo 3”, sempre in “prima” per la XXXV Stagione Concertistica Angelicum di Milano.
Tra tutti questi eventi è ovvio che ho molti incontri con Aldo, affascinante conversatore, critico acuto, compositore secondo me da riscoprire e studiare per la profondità di costruzione polifonica ed armonica che caratterizza la sua produzione.

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E arriviamo al suo primo disco, uscito nel 1973 per la CBS, Produzione Edizioni Suvini Zerboni: qui lei suona in due brani, Musica A 2 di Lawrence Singer e Aulodia per Lothar di Bruno Maderna. Disco caratterizzato, nella mia edizione da una copertina rossa, molto minimal. Qui lei suona con l’oboista Lothar Faber, a cui è dedicato il brano di Maderna. Che ricordi ha di questo musicista e di questo disco?

Questo disco è per me la prima emozionante avventura in studio di registrazione. Questa la vicenda. La registrazione avrebbe dovuto farla il mio caro Alvaro Company, anche perché aveva lavorato a fondo con le due composizioni citate. In particolare per “Aulodia” di Maderna aveva realizzato la parte per chitarra come una sorta di vera e propria ri-composizione , con il viatico dello stesso Maderna che poi autorizzò l’edizione per Suvini Zerboni. Per maggiori dettagli rinvio a quanto ho scritto nel volume “Appunti di viaggio sulla chitarra del XX° secolo” per GuitArt. Ma Company rinuncia però all’impegno per motivi di salute e chiede a me di affrontare quel lavoro, conoscendo la mia già spiccata attenzione verso la nuova musica.
Bene, anche in questo caso detto fatto! Mi rimbocco le maniche….e le dita e pure la testa ….. e mi metto a studiare come un matto questi due nuovi pezzi, per nulla semplici rivedendoli anche oggi. Mi ricordo l’episodio dello studio furioso nello scompartimento ferroviario davanti agli amici del Trio – in giro per concerti – che mi ascoltano esterefatti con tutti i passaggini e passaggetti di quei pezzi, fino allo sfinimento, anzi finchè non arriviamo a Ferrandina, stazione di smistamento per proseguire poi a Matera con la ferrovia del Far West! Dopo lo studio vado a Milano, incontro senza alcun timore reverenziale Lothar Faber, celebre oboista in quegli anni al top del concertismo, andiamo in studio e registriamo. Dopo mi saluta al telefono Bruno Maderna, il quale era malato e non aveva potuto assistere alla registrazione. Il disco esce nel 1972 e purtroppo Maderna non ho potuto conoscerlo personalmente, un pò perché io ero proprio agli esordi della mia attività e lui penso non fosse in Italia e poco tempo dopo scomparirà.
Il disco è ristampato nel 1978 da Fonit Cetra per la Serie Italia, questa volta con una nuova bellissima grafica di copertina!

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Lei è stato uno dei 57 firmatari delle lettera aperta “La musica è un bene per tutti”, pubblicata su Paese Sera il 3 marzo 1978, dove si sottolineava la necessità di eseguire e di mettere maggiormente in evidenza il repertorio contemporaneo… quella lettera è ancora una necessità o qualcosa è cambiato da allora?

Quel documento resta per me attualissimo, magari sfrondando un po’ i toni barricadieri che si trovano in qualche punto! Era un’esigenza fortemente sentita dai musicisti quella di una maggiore apertura verso la contemporaneità da parte delle istituzioni di produzione. Altrettanto quella di una più capillare diffusione della musica nella scuola, proprio per un’educazione alla musica progressiva. Constato oggi che la musica contemporanea è forse un po’ meno presente oggi nei cartelloni, mentre negli anni dai ’60 ai ’90 circa vi erano in Italia anche molti Festival, Rassegne di nuova musica e comunque la presenza di contemporanea non era disdegnata dalle Società di Concerti o dai Teatri. Ora invece leggo cartelloni nelle grandi e piccole istituzioni strapiene di cicli sul pianoforte, sul quartetto, voce, ma con programmi molto tradizionali o con ripetitivi cicli di autori. Quindi non è cambiato molto da allora. Circa poi l’educazione musicale il tutto è rimasto oltremodo frammentato. Consideriamo che la famigerata riforma dei Conservatori ha riguardato alla fine il vertice della piramide, cioè soltanto l’alta formazione, avendo le commissioni parlamentari eliminato lo strategico art. 10 del testo Sbarbati che disponeva l’introduzione dell’educazione musicale in tutti i gradi scolastici! Capisci la profonda delusione.
In parole povere senza educazione musicale diffusa non viene formato il mondo giovanile in modo progressivo e di conseguenza scarseggia il potenziale pubblico degli spettacoli musicali, intendo quelli legati alla musica chiamata per convenzione “classico-contemporanea”.

Quali sono stati i suoi rapporti con Sylvano Bussotti? Glielo chiedo perchè lei è citato nel libro di Luigi Esposito “Un male incontenibile”, quali erano le atmosfere che si respiravano al BOB (BussottiOperaBallet)?

Comincio con il racconto di una mia gita in gondola a Venezia. Con una chitarra Alan Wilcox dotata di uno speciale amplificatore, ideato da un liutaio svedese, vado al Teatro La Fenice per un concerto che comprende una composizione di Sylvano Bussotti. Si tratta di Mit einem gewissen sprechenden Ausdruck per orchestra da camera.
Quel settembre del 1976 sono chitarra solista dell’Orchestra da camera Internazionale Anton Webern, fondata da La Biennale e diretta da Marcello Panni. Esperienza durata per due estati consecutive con immersione totale nella musica contemporanea. In quei due indimenticabili Festival mi è possibile proporre, partecipare e presentare praticamente tutto quanto scritto per chitarra sola e per formazione da camera, dal duo all’orchestra, della maggior parte dei compositori contemporanei. Di più non avrei potuto davvero fare!
Il concerto dopo la gita in gondola è il mio primo contatto con la musica di Bussotti e con lui medesimo. Seguono moltissime altre occasioni, partecipando al mondo originalissimo del BussottiOperaBallet.
Sylvano mi invita per il 5 settembre 1984 al primo festivalb.o.b. di Genazzano per un concerto dal titolo “Paganini e altre musiche interpretate da Vincenzo Saldarelli in una conversazione di Sylvano Bussotti” che è anche lettore nella sua celebre composizione Ultima rara. Qui siamo nel pieno fervore del B.O.B. con la partecipazione dei più noti ed eclettici musicisti, danzatori, attori del tempo. Impossibile citarli tutti ma devo dire che …”raramente” ho vissuto un’esperienza così creativa e varia circa idee, immagini, letture, suoni, gesti ed altro.
In seguito ripresento Ultima rara in vari concerti: nel luglio 1985 per la III Rassegna di Nuova Musica all’Arena Sferisterio di Macerata, in un concerto che comprende Petrassi, Togni, Donatoni, Manzoni ed una mia composizione. Poi alla IV Rassegna l’anno successivo in un concerto dedicato a sue musiche, con lui stesso al pianoforte e voce recitante insieme a me sempre per Ultima Rara, il tutto in forma scenica con i musicisti vestiti in bellissimi costumi teatrali.
Sono di nuovo invitato per l’iniziativa irripetibile degli “Alti Studi 1989” e ora mi piace riportare un frammento dello scritto di presentazione dello stesso Bussotti: “ E’ trascorso un cauto apprendistato lungo i classici cinque anni – cauto ma ostinato nel massimo del rigore, attento ai luoghi ed alle risonanze, con lucida perizia, fantasia, ragione – lo studio, nell’ultimo degli anni ottanta si fa “alto”; chiamando cinque fra i massimi docenti per altrettante discipline; disegnando, lungo una densa settimana di seminari, la prima ipotesi per il perfezionamento e l’approfondimento del lavoro dei musicisti. Dopo aver dato vita, in Genazzano, a 125 eventi d’Arte, BUSSOTTIOPERABALLET inaugura i propri studi superiori partendo da alcuni fra i primi strumenti musicali. Faranno seguito non solo altri strumenti ma speciali studi della danza, della scena, dell’opera musicale e teatrale nel suo assieme come di tutte le altre arti e discipline; in uno sguardo sempre più aperto, lungo questi tratti d’orizzonte sconfinati e colmi d’eco.” Confesso che non ho mai più letto una presentazione così bella e poetica per dei corsi di perfezionamento. In mia compagnia vi erano come docenti Martha Del Vecchio al pianoforte, Cristiano Rossi al violino, Roberto Fabbriciani al flauto e Giorgio Battistelli alle percussioni.
E’ riguardo a queste esperienze che sono citato nel libro indicato nella domanda.
Ricordo in conclusione un altro evento significativo che è l’esecuzione, ancora a Genazzano, della mia Elegia Terza per pianoforte e voce recitante, dedicata a Sylvano per il suo 60° compleanno.

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Maestro…lei si sente legato alla “Schola Fiorentina”? Quale pensa sia stata l’eredità che questo gruppo di compositori ci ha lasciato?

La Schola Fiorentina nasce, come forse noto, nel 1954 come sodalizio tra alcuni compositori che gravitano intorno alla figura di Luigi Dallapiccola e contribuiscono a vitalizzare l’ambiente culturale, non solo musicale, a Firenze.
I nomi sono quelli di Carlo Prosperi, Arrigo Benvenuti, Reginald Smith Brindle, Bruno Bartolozzi, Sylvano Bussotti e Alvaro Company. Su questa esperienza rimando ovviamente a testi appositi e ritorno alla domanda.
Nel ’54 ho 8 anni e non conosco alcunché di musica, quindi il tutto mi è ignoto. E’ nella mia esperienza successiva, di studio e di attività artistica poi, che scopro la Schola Fiorentina ma in modo per nulla “scholastico”….. E’ conoscenza quanto mai diretta, personalizzata e ramificata in una grande varietà di fatti, con un legame strettissimo con quei personaggi. Ancora oggi sono convintissimo che l’eredità da loro lasciata sia tra le più interessanti a livello internazionale, secondo me aldilà dell’etichetta della “fiorentinità”. Eviterei quindi di soffermarmi sul concetto riduttivo di un qualche nucleo di persone che hanno fatto chissà cosa in gruppo. No, scorro lievemente su qualche fatto per cercare di far capire meglio il mio pensiero. Ciascuno dei personaggi citati ha avuto un’importanza speciale nel panorama della cultura italiana e non soltanto. Prosperi come didatta di gran livello e autore di capolavori come Noi Soldà o In nocte secunda, Benvenuti come esploratore nella ricerca scenico-musicale, Smith Brindle quale autore profilico di brani di gran varietà formale e di organico ed erede della tradizione educativa anglosassone, Bartolozzi come ideatore di ricerche innovative sui suoni multipli dei legni e dei fiati e così riconosciuto a livello mondiale, Bussotti come compositore di ineguagliabile talento sia musicale che scenico e drammaturgico, firma originale del grafismo musicale, infine il nostro Company, in tutto il mondo apprezzato come grande didatta e compositore che ha segnato una svolta epocale con “Las seis cuerdas”.
Vi basti questa piccola sintesi per comprendere che i singoli personaggi hanno lasciato un segno profondo, se li pensiamo poi tutti insieme ecco il senso vulcanico della Schola, nella direzione di un magma complessivo che avrebbe potuto e dovuto avere un impatto molto più rilevante se magari il tutto non fosse avvenuto nella bella Firenze, ma magari nella produttiva Milano, o a Parigi, o in qualche altra città del mondo meno autocelebrativa delle sue memorie!

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Le faccio un ultima domanda: per noi oggi ascoltare musica contemporanea, anche per chitarra, è cosa di poca fatica. Internet ci mette a disposizione un sacco di canali e di possibilità per acquistare dischi o per vedere direttamente le esecuzioni, tramite youtube, ma…negli anni ’70, in quel particolare periodo storico/sociale/politico che il nostro Paese attraversava… cosa significava voler suonare musica contemporanea?

Domanda attualissima e la risposta sarà a caldo! Presentare musica contemporanea negli anni ’70 era una sfida. Vi erano Festival di importanza internazionale, quali La Biennale di Venezia, i Due Mondi di Spoleto, Nuova Musica e Oltre di Napoli, ed altri ancora. Questi richiamavano un pubblico foltissimo che era preparato all’ascolto di musica nuova. Molti tra i compositori della fine del secolo scorso erano dei veri e propri “caposcuola”, di spessore internazionale, autori di opere di straordinaria rilevanza per linguaggio e per contenuti.
Parlo di personaggi, ma solo come esempi in Italia, quali Dallapiccola, Petrassi, Togni, Clementi, Manzoni, Donatoni, Pennisi, Berio, Maderna, Gentilucci, ed altri ancora. Scomparsa questa generazione, che ha prodotto una letteratura contemporanea di così grande rilievo artistico, non sempre sono rimasti documenti sonori a testimoniare tale periodo storico. Forse qualche LP o anche CD o registrazioni della gloriosa RAI 3 o contenute negli archivi della Biennale o delle Rassegne più importanti. Questo però richiede una ricerca approfondita da parte di coloro che siano interessati a tali autori e alle loro composizioni. Quindi è vero che oggi vi è una enorme potenzialità di diffusione e ascolto della musica contemporanea, e questo è un fatto secondo me molto positivo. Voler suonare musica contemporanea allora era una scelta nettissima di partecipare in prima persona al fermento artistico di quegli anni, con l’idea, secondo me, di dare una testimonianza quasi da pionieri. Da qualche anno è aumentato l’interesse dei giovani e del pubblico più in generale verso l’attualità e ciò è reso davvero più facile grazie all’accesso a evolute tecniche di riproduzione e di conseguenza con più diffuse e diversificate modalità di ascolto e di documentazione. Allora chi voleva ascoltare il nuovo andava personalmente ai concerti e ai Festival, perché soltanto tempo dopo, forse, uscivano registrazioni o trasmissioni. Ora come sappiamo è tutto online e tutto reperibile al momento.
Concludo sottolineando l’aspetto positivo della grande apertura dei giovani strumentisti verso la musica d’oggi, con disponibilità ad affrontare e presentare le composizioni anche dei nuovi autori. A tutti questi rivolgo il mio augurio più sincero di lavorare con grande cura e profondità per documentare quanto di interessante e di significativo può emergere nella produzione attuale. Sono infine categorico nell’affermare ancora una volta che la musica contemporanea deve essere studiata con la stessa dedizione con cui si affronta una Suite di Bach o una Sonata di Beethoven!

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