#Intervista con Roberto Zorzi (Settembre 2017) su #neuguitars #blog

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Intervista con Roberto Zorzi (Settembre 2017)

http://www.niccosmo.org/zorzi/index.html

La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il tuo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suoni o hai suonato?

All’inizio, parliamo degli anni tra il 72 e il 75, ho vagato tra vari strumenti (batteria, basso elettrico, trombone, che amo ancora spassionatamente), per poi concentrare la mia attenzione sulla chitarra, questo perchè allora ascoltavo quasi solo rock (il Clapton dei Cream mi aveva sconvolto, e tutt’ora lo considero un vero innovatore, un grande improvvisatore, così come, ovviamente Bob Fripp e l’ indimenticabile Syd Barrett)…poi, un giorno venne a casa mia un amico e mi portò uno strano LP di questa etichetta sconosciuta, la ECM, dal titolo “The music improvisation company”, copertina grigia, spartana, musica completamente “inascoltabile”, per così dire, ma affascinante. Lì dentro c’era quel tale Derek Bailey e tutto cambiò. L’ amore per la sei corde sbocciò definitivamente.

La tua è una carriera ormai decennale, eppure in Italia sei poco conosciuto, sei un “chitarrista di culto” con tutti i pregi e difetti di questa definizione, come ci sei arrivato?

Non so dirti quanto io possa essere considerato di “culto”: forse oggi, dopo 30 anni, qualcuno mi riconosce una certa cifra stilistica personale e senza compromessi, è possibile. Ho sempre cercato, non so se ci sono riuscito, di stare fuori dagli standard che comunemente definiscono un chitarrista, ho molto lavorato sull’elettronica applicando un concetto di lavoro “robotico” delle macchine, ma sempre controllate da me: su, suonare una nota, un accordo e trasformarli in un tappeto sonoro multistrato.
Apparentemente è una specie di “lavoro al risparmio”, in realtà molto impegnativo mentalmente e creativamente. E’ stato un lungo viaggio nel suono, che ho compiuto dal 1983 ad oggi, grazie anche all’ amicizia ed ai suggerimenti di Henry Kaiser, i cui LP “Aloha” e “It’s a wonderful life” sono le mie bibbie.

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Parliamo dei NAD, siete stati una delle formazioni più irriverenti e originali venuti fuori dal jazz italiano della fine anni ottanta, anche se ascoltandovi la definizione di musicisti jazz mi sembra oggettivamente troppo stretta. Vi siete guadagnati una stima e una reputazione eccezionale pubblicando con parsimonia una serie di dischi eccezionali, oggetto di un collezionismo ancora una volta di culto, come ci siete riusciti in un paese come l’Italia?

I NAD nacquero come una “live band” che si divertiva a demistificare tanti luoghi comuni dal jazz, ma cercando sempre di trasmettere l’ amore per la musica afroamericana, mescolandola con il pop intelligente e l’ironia (i ns. live erano degli happening visual teatrali, spesso) e la presenza di “cover strane” (Ayler, Ornette, Daniela Goggi…) ci caratterizzava tra tutti. Vincemmo il concorso “Indipendenti 87” della rivista “Fare musica”, cui partecipammo per scherzo e da lì decidemmo di incidere il primo, storico LP, “Ghosts”, che ebbe una certa risonanza non solo italiana e che Enrico Merlin ha inserito del suo volume “1000 dischi per un secolo”.
Il fatto che ci fossero quegli ospiti altisonanti e provenienti dalla allora nascente scena downton di NYC era dovuto al fatto che, come direttore artistico dell’allora festival “Verona Jazz” avevo contatti con molti di loro e quindi accettarono di buon grado di darci una mano. Il mio ruolo, allora come oggi, era sì quello del “disturbatore”, mentre Enrico Terragnoli era il “jazzista”, ma soprattutto quello di ideatore delle combinazioni sonore in base agli ospiti che decidevo di invitare, in sostanza costruivamo gli arrangiamenti sui suoni e le cose che ci aspettavamo dai guests. E la cosa funzionò, a quanto pare.
Idem dicasi per “Dangereuxorcisms”: Nicola C. Salerno è il principale compositore, ma arrangia con me in base all’ ospite di turno che gli sottopongo.
Diciamo che le cose più countryeggianti, vicine alla tradizione rurale americana come l’ arrangiamento della ornettiana “Feet music”con banjo e basso tuba e fisarmonica o, nel nuovo CD”, “Countrynad” arrivano da me.
Credo fummo i primi in Italia a riuscire a creare un ponte con l’avanguardia USA, che dura anche oggi. La soddisfazione di sentirsi dire da Larry Ochs del Rova Saxophone quartet che il suo brano “The shopper” “It’s your baby, now” non e da poco, conoscendolo…

Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Secondo te si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

E’ tutto, naturalmente, comunque la giri e rigiri, da lì si parte (Derek Bailey lo spiega splendidamente nel suo fondamentale testo). Il problema nasce quando non si riesce a svilupparla e ad inserirla in contesti “diversi” o la si caccia dentro a forza, anche quando non ha niente a che fare con il tutto che la circonda, pensando che basti fare qualche rumore per essere considerati “improvvisatori”.

Improvvisare, secondo me, significa:
1) Conoscere molto bene la storia della musica e aver ascoltato e soprattutto letto di tutto, a riguardo (amo tutti gli scritti di Glen Gould, per dire), non focalizzarsi su un unico genere (cosa che in Italia è, purtroppo, la regola), avere l’umiltà di mettersi al servizio degli altri senza voler prevaricare e mostrare la propria tecnica. Essere onnivori è fondamentale (vogliamo parlare dell’influenza del cinema nella musica anche improvvisata ?).
2) Aprirsi mentalmente senza pregiudizi di sorta, in una parola “rischiare”, avere il coraggio di mettersi in gioco. Questo non mi pare che accada nel mondo accademico classico, ma potrei sbagliarmi, ovviamente. La Company di Bailey segnò negli anni 80/90 un passo fondamentale in proposito (alcune cose non erano il top, di certo, ma il coinvolgimento di musicisti anche “idiomatici” era totale).

Per tornare alla domanda: il rivolgersi ad altri linguaggi non è un obbligo. Suona quello che senti dentro di te e che sia Hank Williams, Takemitsu o il suono del vento poco conta. Basta che tu lo senta come tuo, personale, unico, ma, ripeto, devi conoscere la storia (Those who know history are doomed to repeat it, cit. Kaiser).

In che modo la tua metodologia musicale viene influenzata dalla comunità di persone (musicisti e non) con cui collabori? Modifichi il tuo approccio in relazione a quello che direttamente o indirettamente ricevi da loro? Te lo chiedo viste le tue numerose collaborazioni con musicisti di livello internazionale...

Cerco di adeguarmi al contesto, sia che si tratti di improvvisazione, sia che si tratti, a maggior ragione, di musica scritta. Ma è sempre stato uno scambio bidirezionale e in ogni caso credo di aver sempre mantenuto le mie caratteristiche, belle o brutte che siano.
Ultimamente mi sento molto influenzato psicologicamente da certa letteratura che potremmo definire “nihilista” (ma solo per dare un’idea). Autori come Jim Thompson, Cormac McCarty e soprattutto Thomas Bernhard mi colpiscono al cuore e sicuramente qualcosa passa nei miei suoni e nelle mie improvvisazioni.

Qual’è il ruolo dell’errore nella tua visione musicale?

Importante, molto importante: sviluppa il tuo tempo di reazione, la tua creatività. Riuscire a governare l’errore o l’imprevisto è basilare. E quando hai a che fare con decine di pedali e pedalini sai che la trappola è lì, davanti a te: devi solo cercare di non caderci dentro: se succede, una risata e si riparte.

Qual’è secondo te la funzione di un momento di crisi, questo momento può essere un momento di crisi professionale, sociale o musicale?

La crisi che stiamo vivendo, sociale, umana, morale in occidente porterà sconvolgimenti tali e non prevedibili che pensare ad una funzione salvifica dell’arte mi è difficile. Anche perché mi sembrano quasi tutti appecoronati sul pensiero unico e globalista, occhiuto, e coercitivo ben descritto e anticipato a suo tempo da Orwell e Huxley.

Ci consigli cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta….

Aaarghhh….
1) Larks’ tongues in aspic (KC)
2) Pink Moon (Nick Drake)
3) Vienna Concert (Keith Jarrett)
4) Goldberg variations (Glenn Gould, versione 1980)
5) Kind of blue
6) It’s a wonderful life (HK, non potevo non metterlo)

Aggiungo i sacri testi “Improvvisazione, sua natura e pratica nella musica” (Bailey of course) e “L’ala del turbine intelligente” (Glenn Gould).

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Devo terminare di mixare l’album in trio con Scott Amendola a Michael Manring, mentre a fine anno uscirà il live del concerto di Bologna il 26/1/17 con Boris Savoldelli (voce, loops) e Massimo Barbiero (batt., perc.): è già pronto, ma per un problema tecnico abbiamo dovuto posticipare l’uscita.

Senti.. qualche anno fa ho letto un bel libro di Bill Milkowski intitolato “Rockers, Jazzbos and Visionaries”. Carlos Santana a un certo punto gli ha risposto che: “Some people have talent, some people have vision. And vision is more important then talent, obviously.”…dopo tutti questi anni passati a suonare, a cercare sempre nuovi confini e ad allargare i precedenti…qual’è la tua visione?

Provare a restare visionario, nonostante l’età.

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