#Recensione di Bach Bleach di Raphael Roginski, Zaiks/Biem, 2009 su #neuguitars #blog

 

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Recensione di Bach Bleach di Raphael Roginski, Zaiks/Biem, 2009

L’ascolto di questo disco ci pone di fronte ad alcuni interessanti interrogativi sul nostro modo personale e sociale di ascoltare la musica. Le musiche di Bach (tredici brani tra i più famosi, dalla Polonaise all’Aria) qui eseguite dal chitarrista polacco Raphael Roginski sono di quanto più lontano ci possa essere dalle tradizionali versioni a cui siamo abituati eseguite da musicisti di formazione classica o tradizionale.
Roginski esegue le musiche di Bach suonando le sue chitarre elettriche e acustiche “preparate” in modo che il suono sia modificato e le corde risuonino in modo differente e non convenzionale, il risultato è un Bach “cromatico”, quasi micro tonale nella sua impostazione. Ascoltandolo ho avuto una strana sensazione di déjà-vu culturale, come se ascoltassi musica rinascimentale per liuto ma eseguita da un oud in stile maquam.
Ho trovato queste sue versioni non solo intelligentemente costruite, si avverte una lunga preparazione alla base di questo progetto multiculturale, ma profondamente innovative e interessanti, il mio piccolo personale giudizio è quindi positivo, ma non è questo l’oggetto della recensione.

Vorrei personalmente portare la vostra attenzione su altri aspetti che questo tipo di operazione musicale comporta. Bach non ha certamente composto per chitarra elettrica o acustica preparate e il suo pensiero musicale affondava le sue radici in una società completamente diversa da quella attuale che noi stiamo vivendo, eppure le sue musiche continuano a vivere una contemporaneità sconosciuta a gran parte delle musiche che fanno parte della nostra “Biblioteca di Babele”. Mi sono spesso interrogato su questo aspetto: cosa rende queste musiche ancora oggi uniche e in grado di emozionarci così tanto? Credo che la risposta sia da cercare in alcuni aspetti costruttivi della musica di Bach, in particolare nella forma e nella struttura da lui adottate. Il contrappunto di Bach non perdona, richiede una grande capacità di analisi e allo stesso tempo un perfetto equilibrio nella sua interpretazione, le sue strutture, così ariose e tendenti verso l’ascesi mistica, possono rappresentare una trappola infernale per chi non riesce a delineare e a rappresentare correttamente l’accavallarsi di linee, melodie e armonie. Se è l’armonia che detta legge essa non prevarica mai le strutture ritmiche e melodiche che restano sempre in evidenza e che creano sempre quel senso di movimento che evita che la musica si ripeta in maniera stucchevole e uguale a se stessa. Questo al di là di ogni possibile idea strettamente filologica, Bach sembra sempre anelare alla libertà interpretativa, o meglio, al concetto secondo cui una tradizione che ripete perpetuamente se stessa si svuota rapidamente di contenuto fino a deperire. Il Bach Bleach di Roginski va direttamente oltre ogni pretesa filologica, è vero, ma io personalmente leggo questo non come un limite fine a se stesso ma come un superamento del limite che permette alla musica, all’opera, alla struttura di Bach di rinascere ogni volta, rivendo e distribuendo nuove energie e emozioni. In questo risiede e deve operare l’abilità dell’interprete: solo un interprete profondamente conscio delle caratteristiche costruttive delle musiche di Bach e delle loro potenzialità insite nascoste e delle caratteristiche e dei limiti del proprio strumento può trovare nuove strade e nuovi modi e nuove idee per riportare Bach nella nostra contemporaneità. Vi sembra poco? No è un compito delicatissimo che comporta un alto senso di responsabilità, come quello di un gioielliere che si appresta a tagliare un diamante grezzo al fine di tradurre la sua materia in nuove forme splendenti. Credo che Roginski sia riuscito in questo difficile compito.

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