Frank Zappa: zitto e suona la tua chitarra su #neuguitars #blog

Rock musician Frank Zappa shown at Washington D.C.'s Warner Theater in 1988..

Frank Vincent Zappa (Baltimora, 21 dicembre 1940 – Los Angeles, 4 dicembre 1993) è stato uno dei più interessanti musicisti, chitarrista, compositore e polistrumentista statunitense dello scorso secolo. Rock’n’roll, blues, classica contemporanea, jazz, doo-woop, vaudeville, musique concrête: l’alchimista Frank Zappa ha distillato in bizzarri alambicchi tutto ciò che lo ha preceduto e che gli stava intorno. Genio iconoclasta, ha sputato fiamme e vetriolo sulla società americana e sullo stesso mondo dei “freak” che lo aveva partorito. La sua è una storia di deragliamenti continui, all’insegna di una sfrenata libertà creativa, impressionato dalle composizioni e soprattutto dalla concezione ritmica di Edgar Varèse, ma anche dai grandi bluesmen, Zappa passerà con disinvoltura dal rock al R&B, dalla “canzonetta” alla colonna sonora per cartoon immaginari, fino ad esperimenti di stampo barocco eseguiti al synclavier, con brani attribuiti ad un violoncellista e compositore milanese di fine settecento chiamato Francesco Zappa, ed ancora rivisitazioni di musica classica e riletture delle proprie musiche affidate a grandi orchestre (come la London Symphony Orchestra e l’ Ensemble Modern).

In questo articolo tuttavia cerchiamo di concentrare la nostra attenzione su un particolare aspetto della musica di Zappa e cioè sulla sua figura di chitarrista originale e poliedrico. L’attività di Zappa in qualità di chitarrista viene spesso trascurata, sottovalutata o comunque messa in secondo piano dalla sua attività di compositore (o di organizzatore di materiali musicali). In realtà, Zappa è stato uno dei chitarristi più originali e creativi di tutta la scena rock, come ha dimostrato in numerose occasioni fino dai primissimi anni, nonostante egli stesso tendesse a non considerarsi un virtuoso, sostenendo di essere in grado di esprimersi con la chitarra in assolo, ma di non saper suonare le parti scritte, tanto che per questo ruolo c’erano sempre altri chitarristi appositamente scritturati. Va notato, inoltre, che Zappa imbracciava la chitarra solo in occasione dei tour, essendo troppo impegnato a comporre musica, montare nastri o curare la pubblicazione dei suoi dischi per riservare tempo anche allo studio e alla pratica strumentale.

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“Mio padre teneva la sua chitarra dell’università chiusa nello sgabuzzino e ogni tanto ci giravo attorno, senza riuscire a capire come farla funzionare. Ai miei occhi non aveva senso: quando la toccavo non mi faceva sentire bene. Un giorno mio fratello più piccolo, Bobby, prese a un’asta una chitarra da cowboy con i tagli a f e il cavigliere arcuato per un dollaro e mezzo e solo allora cominciai a suonarla.In quel periodo ero interessato al R&B. Mi piaceva il suono degli assoli di chitarra blues ma la chitarra non era lo strumento principale nella maggior parte dei dischi di allora, la parte del leone toccava al sassofono.(1)”

Zappa ha sempre citato i chitarristi blues come sua fonte principale di ispirazione. Nella sua autobiografia cita in particolare Eddie “Guitar Slim” Jones (chitarrista di New Orleans diventato famoso tra gli anni ’40 e ’50 per la canzone Things that I used to do, realizzata per la Specialty Records e arrangiata da una giovanissimo Ray Charles), Johnny Guitar Watson (Zappa rese omaggio alla musica di Watson chiamandolo a suonare in alcuni suoi album: One Size Fits All (1975), Them or Us (1984), Thing-Fish (1984) e Frank Zappa Meets the Mothers of Prevention (1985) e dichiarando in una intervista la BAM Magazine, del 5 ottobre 1979 che era il suo disco preferito) e Clarence “Gatemouth” Brown (chitarrista apprezzato oltre che dagli stessi Watson e Guitar Slim anche da Albert Collins e J.J.Cale).
In alcune interviste su Guitar Magazine inoltre ha spesso manifestato il proprio rispetto per Allan Holdsworth (Soft Machine, Gong, UK, Tempest), per Billy Gibbons (chitarrista dei ZZ Top)e per Jimi Hendrix , verso cui in particolare non ha mai nascosto la propria ammirazione chiamandolo a suonare, lui e Mitch Michell (il suo batterista negli Experience) a un concerto dei Mothers, scendendo poi dal palco e mettendosi tra il pubblico per sentirlo suonare con la band, mostrando un rispetto mai visto prima per il lavoro di un altro musicista (2) e addirittura procurandosi grazie al roadie inglese Howard Parker la Stratocaster bruciata da Hendrix al Miami Pop Festival (Zappa la rimise in sesto e la utilizzò per l’album Zoot Allures, prima di darla al figlio Dweezil) (3). Da citare anche Eric Clapton ha preso parte alle sessioni di Lumpy Gravy e We’re Only In It For The Money (ma solo fornendo la voce).

Tecnicamente Zappa si è sempre difeso dalla “accusa” di essere un virtuoso dello strumento: “Io non sono un chitarrista virtuoso, perché un virtuoso può suonare DI TUTTO mentre io non ce la faccio. So suonare solo quello che conosco, tanto da aver perfezionato una destrezza manuale che mi permette di far capire bene che cosa suono, anche se con il tempo la cosa si è deteriorata.” (4)arrivando anche a dichiarare di non avere nessuna possibilità di riuscire a superare le audizioni previste per entrare a far parte della sua band. L’approccio chitarristico di Zappa è assolutamente inusuale, respingendo totalmente l’idea dei licks e delle frasi preconfezionate per non parlare dell’idea di suonare sempre lo stesso assolo, uguale alla versione nel disco, nei concerti. Zappa era uno sperimentatore che azzardava e rischiava molto per verificare dove avrebbero portato certe idee: a volte erano esperimenti coronati da successo, e si poteva quasi sentire il pubblico che tratteneva il fiato dall’emozione, altre volte portavano a vicoli ciechi, con Zappa che interrompeva bruscamente l’assolo o che svoltava improvvisamente imboccando una nuova direzione musicale ( e lì si poteva sentire la band trattenere il fiato!). La sua idea di chitarrista solista era radicalmente diversa da quella propagandata dai cliché della mitologia rock e heavy metal: “Negli anni ’80 il concetto di assolo di chitarra rock si è ridotto praticamente a questa formula: na-na-na-na-na, fai una faccia, tieni la chitarra come se fosse l’uccello, puntala verso il cielo e appari come se VERAMENTE STESSI FACENDO QUALCOSA. Poi, mentre i fumi si alzano, ci sarà un’ovazione grandiosa e le luci elettroniche intorno a te gireranno vorticosamente. Io non riesco a fare questa roba, perché ancora oggi devo guardare tastiera della chitarra per capire dov’è la mia mano mentre suono. Uno dei motivi per cui la gente vuole fare il chitarrista è che crede ci sia dietro molto di più di quel che in realtà c’è. (5)”
Il suono aggressivo, appariscente, ringhiante, fallico dei gruppi heavy metal degli anni settanta e ottanta non faceva per Zappa, che tra l’altro detestava cercare di impressionare il suo pubblico con la sua velocità. (L’unico della sua band a cui concesse questa possibilità fu Steve Vai). Per Zappa suonare velocemente non implica necessariamente essere bravi, anzi la vedeva come un espediente per mascherare la mancanza di talento, alla stessa stregua dell’indugiare sulle note acute, come se fossero difficili da suonare, evitando bending tanto esasperati quanto appariscenti.

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Ascoltando la sua musica, in particolare le registrazioni dal vivo, si ha spesso la netta sensazione che per Zappa ogni assolo fosse una composizione/improvvisazione musicale con il pubblico come testimone dell’atto creativo nel momento: “Vado sul palco per suonare. Voglio improvvisare con la chitarra. Voglio giocare sui cambi di accordi, o sul clima armonico, comporre su due piedi qualcosa che abbia senso, che prenda qualche rischio, che vada in qualche direzione in cui nessuno è voluto andare, che dica cose che nessuno ha voluto dire, che rappresenti la mia personalità musicale, che trasmetta emozioni in grado di parlare alle persone disposte ad ascoltare…”
E ancora: “A ogni concerto non vedo l’ora di salire sul palco, perché so che suonerò almeno otto assoli, e posso avere otto possibilità di decorare la tela di quel preciso momento, ed è ciò,che voglio, lo voglio fortemente. Se quello che suono venisse trascritto istantaneamente, mentre lo suono, per me sarebbe un piacere firmare quegli spartiti, uguale al piacere che ho nel comporre a tavolino.”(6)
Quasi tutte le testimonianze dell’arte chitarristica di Zappa ci vengono da registrazioni live, anche se non sempre evidenti vista la pratica ricorrente del musicista di sovrapporre gli assoli dal vivo a basi registrate in studio. Quello che colpisce maggiormente, comunque, è la varietà dei risultati ottenuti anche a partire dagli stessi brani (ma non dimentichiamo che Zappa ha sempre avuto una vastissima base di registrazioni a cui attingere, tra le quali selezionare gli esempi migliori).
Zappa disse alla rivista Guìtar Player: “Trovo che sia molto difficile suonare in studio. Non penso di aver mai suonato un bell’assolo in studio. Non ho lo spirito giusto per una cosa del genere, tutto qui. E finchè non ho avuto il mio, dovevo lavorare in studi professionali, in cui un’ora costa dai cento ai duecento dollari. Non puoi prenderti il lusso di stare seduto a perfezionare quello che stai per suonare, mentre se hai una collezione di nastri registrati in un periodo di anni puoi fare una cernita tra tutto il materiale e trovare i brani che rispondono agli obiettivi che ti sei posto” (7).

Altra caratteristica importante e complementare alla chitarra zappiana è il suo interesse per le parti di batteria. Piccola curiosità: Zappa non era nato come chitarrista ma come batterista e per tutta la sua vita ebbe come costante ossessione la ricerca in materia di timbri e di ritmi. In questo campo Zappa ha collezionato una ricca serie di primati. E’ stato il primo musicista rock a misurarsi coi tempi dispari, i ritmi composti, i metri additivi, e a inserire nel gruppo due batteristi, o percussionisti che suonassero anche marimba, xilofono, vibrafono. (8)

“Quando iniziai ero entusiasta per le possibilità d’improvvisazione che permette lo strumento ma la cosa si è smorzata col tempo perché, per darmi alle fughe d’improvvisazione che mi sembrano naturali, devo essere accompagnato da una sezione ritmica specializzata. Un solista che sceglie di lavorare con questo stile strano finisce per diventare un ostaggio; potrà andare solo fino a un certo punto delle zone sperimentali, cioè fino a dove la sua sezione ritmica glielo per metterà. Il problema sta nei poliritmi. Le possibilità di trovare una batterista, un bassista e un tastierista che riescano anche solo a concepire questi poliritmi- per non parlare della capacità di identificarli abbastanza velocemente da suonare AL MOMENTO una figura complementare –non sono molte (il primo premio va a Vinnie Colaiuta, il batterista del gruppo nel 1978 e ’79). È difficile spiegare durante le prove a una sezione ritmica che cosa fare, se stai suonando diciassette nello spazio di quattordici {o lunedì e martedì nello spazio di mercoledì). È impossibile spiegare in anticipo ogni cosa che dovrebbe accadere nell’accompagnamento quando la merda colpisce il fan in pieno assolo. Un batterista o suona un tempo lineare, nel cui caso il mio assolo spazierà sul suo tempo, o sentirà i poliritmi e ci suonerà DENTRO, mantenendo implicita quella che per la maggior parte dei batteristi rock è la pulsazione basilare, abituati come sono a vivere nella foresta pietrificata del bum-bum-BAP. Neanche i batteristi jazz sanno farlo, perché tendono a suonare un tempo flessibile. I poliritmi sono interessanti solo se riferisci a un ritmo lineare e da metronomo (reale o implicito), altrimenti stai solo sguazzando nel rubato. “(9)

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Dati questi presupposti Zappa aveva ben presente come scelta cruciale quando selezionava i musicisti per una nuova tournée l’importanza di trovare il batterista giusto. Esistono leggende e aneddoti pazzeschi sulle richieste di Zappa alle audizioni: il prescelto non solo doveva essere in grado di eseguire alla perfezione la ricchissima produzione zappiana ma saperlo accompagnare e assecondare il suo estro nei suoi imprevedibili assoli senza costringerlo in schemi ritmici vincolanti. Zappa riteneva che “lo stile del batterista è destinato a determinare lo stile della band, e la sua personalità pervade tutto quel che accade. Se è una persona selvaggia e folle, si avrà un gruppo selvaggio e folle”. (10)

Addentrasi nella discograzia zappiana non è cosa semplice viste le sue dimensioni monumentali, la varietà dei generi e le numerose live performances, ecco cosa posso consigliare a chi vuole avvicinarsi alla materia chitarristica dello zio Frank.
Il primo brano completamente chitarristico compare nel 1967 su Absolutely Free, “Invocation and Ritual Dance of the Young Pumpkin”, ed è già emblematico del suo particolare approccio. Sopra una ritmica costante e ripetitiva, il chitarrista si scatena per quasi sette minuti. La chitarra ha un ruolo importante anche nelle complesse strutture orchestrali di Uncle Meat, ottenute attraverso le numerose sovraincisioni. Da notare l’uso massiccio dello strumento acustico, sia come accompagnamento alle canzoni che come base per alcune composizioni puramente strumentali (“Dog Breath Variations”, “Project X”). Menzione speciale poi per “Nine Types of Industrial Pollution”, un assolo di chitarra completamente svincolato da un tempo predefinito, liberamente fluttuante sopra un tappeto di percussioni. In questo disco compaiono anche due temi che saranno tra i più utilizzati dal vivo come base per improvvisazioni da tutti i gruppi di Zappa: “King Kong” e “A Pound For A Brown On The Bus”.

Il primo vero disco completamente dedicato alla chitarra arriva con Hot Rats, dove la chitarra ha un ruolo dominante nelle lunghe jam strumentali di “Willie the Pimp”, “Son of Mr. Green Genes” e “The Gumbo Variations”. Il disco ha fatto parlare di jazz-rock, ma Zappa prende le sue distanze da entrambi i generi, pur utilizzandone alcuni elementi, cucinando tutti i diversi elementi a modo suo. Tutti i dischi del periodo contengono comunque diversi esempi del suo stile improvvisativo, che testimoniano un uso frequente del pedale wah-wah di cui fu uno dei precursori (“Theme from Burnt Weeny Sandwich”, “Transylvania Boogie”, “Chunga’s Revenge”). Una cosa interessente è che anche quando passerà a un repertorio prevalentemente di canzoni non rinuncerà a inserirvi i suoi assoli, mantenendoli però quasi sempre indipendenti dai brani che li ospitano, come fossero dotati di vita propria.

Questo fatto ha reso possibile la compilazione dei due monumenti all’arte chitarristica zappiana, Shut Up ‘N Play Your Guitar e Guitar, entrambi costituiti da assoli estratti dalle sue esibizioni in concerto, con pochissime eccezioni registrate in uno studio. Il primo in particolare presenta quanto di meglio Zappa abbia espresso sul suo strumento, fornendo numerosi esempi della sua fantasia creativa, e della varietà di timbri ed effetti che era in grado di utilizzare attingendo a un vocabolario tecnico-strumentale di tutto rispetto. La sua chitarra sa essere morbida e aggressiva, graffiante e delicata, grintosa e suadente, capace di alternare toni da ballad a pesanti distorsioni, ma sempre rivelando la personalità unica del musicista che la impugna. Meraviglioso esempio il brano finale Canard Du Jour, un vero trip di improvvisazione suonato con bouzuki e violino da Zappa e Jean Luc Ponty.
Altrettanto riuscita anche la seconda raccolta, Guitar, pure se i 32 brani contenuti in confronto ai 20 della prima inducono un senso di sazietà eccessiva all’ascolto ininterrotto; meglio allora godersi queste gemme un po’ alla volta, a piccole dosi, assaporandone la prelibatezza dei numerosi momenti felici.
Tra i dischi dove la chitarra ha un ruolo predominante, ricordiamo anche Sleep Dirt, che contiene, oltre alla citata “Filthy Habits” (composizione per più chitarre sovraincise) anche una lunga jam strumentale, “The Ocean Is the Ultimate Solution”, e il delizioso duetto di chitarre acustiche che dà il titolo al disco in compagnia del suo bassista di allora, James Youmans, una rarità nella discografia zappiana; Joe’s Garage presenta diversi ottimi assoli, come pure Them or Us (quest’ultimo orientato sul versante più heavy). I dischi registrati durante il tour del 1988 sono pure ricchi di ottime esibizioni chitarristiche, le ultime registrate da Zappa prima di mettere definitivamente da parte la chitarra.
Altri dischi da prendere in considerazione per chi vuole approfondire la conoscenza della Zappa chitarristico sono: Them Or Us del 1984, dove Zappa suona con Steve Vai, micidiali Ya Hozna (un incalzante boogie elettrico con dialoghi allucinati di voci distorte), Sharleena e Truck Driver Divorce con chilometrici assoli di chitarra (Steve Vai e Zappa stesso). Steve Vai (segnalato nelle note del disco come stunt guitar) troneggia nelle due suite: Marquenson’s Chicken e Sinister Footwear.
Indispensabile anche Zoot Allures (1976) con Terry Bozio alla batteria per gli assoli di Black Napkins (registrato dal vivo), Friendly Little Finger e Zott Allures. Zappa a fine anni 80 ha curato una serie di sei doppi cd Dal titolo You Can’t Do that on stage anymore. Datemi retta: comprateli tutti. Se invece avete il braccino corto vi consiglio di procurarvi almeno il secondo interamente occupato dal concerto di Helsinky del 22 settembre 1974, con la coppia Cester Thompson (batteria) e Ruth Underwood (percussioni), imperdibili gli assoli di Stinkfoot, Inca Roads e RDNZL. Vi segnalo l’eccezionale versione di Sharleena nel terzo volume della serie dove Zappa suona col figlo Dweezel.
Sheik Yerbouti, con Adrian Belew alla chitarra e ancora Bozzio e O’Hearn è un disco che vanta parodie spassose come Bobby Brown (gli ariosi anni ’50), City Of Tiny Lites (funk urbano), Flakes (il Bob Dylan patetico) e un’altra galleria di macchiette ridicole (Jewish Princess), I’m So Cute, Dancing Fool). Sempre chilometrico l’assolo di Yo Mama, potete sguazzarci dentro a piacere.
Annunciato più volte, e mai apparso, quasi perso nella mitologia zappiana di album smarriti, ritrovati e ceduti all’oblio della memoria, mi ero quasi dimenticato di quello che nella mente dello zio Frank sarebbe stato il terzo disco composto esclusivamente da suoi assoli di chitarra: Trance-Fusion. Il disco è finalmente uscito e, dato che nulla deve sfuggirmi di Zappa, ho già provveduto ad ordinarlo al mio spacciatore di materiale discografico. Non mancherò di scriverne una dettagliata recensione: quello che ho ascoltato sul sito della Zappa family fa ben sperare!
“Sono un compositore, solo che anziché una penna uso una chitarra” (11)

(1) Frank Zappa, Autobiografia pag. 141
(2) Barry Miles, Frank Zappa pag. 177-178
(3) Barry Miles, Frank Zappa pag. 298
(4) Frank Zappa, Autobiografia pag. 142
(5) Frank Zappa, Autobiografia pag. 142
(6) Barry Miles, Frank Zappa pag. 348
(7) Barry Miles, Frank Zappa pag. 347
(8) Gianfranco Salvatore in Frank Zappa Domani pag. 111
(9) Frank Zappa, Autobiografia pag. 142
(10) Gianfranco Salvatore in Frank Zappa Domani pag. 112
(11) Barry Miles, Frank Zappa pag. 348

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