#Intervista con Umberto Tricca (Dicembre 2017) su #neuguitars #blog

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Intervista con Umberto Tricca

http://www.umbertotricca.it/

Quando hai iniziato a suonare la chitarra e perché?

Ho iniziato con il classico vicino di casa, verso la fine delle medie.

Lui era un tipo di chitarrista molto eclettico, e mi ha fatto “assaggiare” diversi stili musicali, stimolando in me un senso creativo aperto a visioni ampie sulla musica.

Finger style e ragtime sono stati i miei primi esperimenti da chitarrista; poi da autodidatta ho affrontato blues e folk, fino allo studio del jazz, in tutti i suoi aspetti.

Che studi hai fatto e qual è il tuo background musicale?

Ho fatto studi conservatoriali di composizione ed arrangiamento jazz, avvicinandomi molto alla musica contemporanea, oltre che alla polifonia del ‘500.

Ma a livello di background non istituzionale, come dicevo, sono stato influenzato in adolescenza dal blues/ragtime, dal rock/folk americano, passando per la psichedelia.

Sono molto attratto dagli orditi dei quartetti d’archi classica, che considero la più raffinata espressione musicale, sia da ascoltare che da analizzare.

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Con che chitarre suoni e con quali hai suonato?

Derivo dalla chitarra acustica, che mi ha accompagnato per tanto tempo, anche per i primi percorsi nel mondo del jazz, con la quale prediligevo suonare.

Poi lentamente ho virato sull’ elettrica, influenzato anche dal rock distorto alla Neil Young.

Attualmente suono una Gibson 335, uso amplificatori e testate valvolari, con plettro da 3 mm Dunlop, il tutto per ottenere un suono rotondo, corposo, ma definito, cercando di non far percepire troppo l’attacco, un bilanciamento che mi richiede continui adattamenti dovuti all’ ambiente, il quale influenza sensibilmente il modo di settare l’equalizzazione, i vari paramenti di volume e la tecnica di “plettrata”.

Come è nata l’idea del cd Moksha Pulse e come mai la scelta della Workin’ Label come casa discografica?

Ho riordinato degli studi iniziati attorno al 2014 riguardo la musica indiana e afrocubana, che sono inevitabilmente confluiti nel grande contenitore idiomatico del jazz contemporaneo.

L’influenza etnica è molto presente in compositori come Dave Holland, Steve Coleman, Vijay Iyer, che per me sono stati dei punti di riferimento importantissimi.

La registrazione è stata la naturale conseguenza di questo processo, che non aveva tempistiche prefissate o obiettivi programmati. La maturazione “naturale” dei brani, insieme all’evoluzione dell’organico hanno decretato il momento giusto per farla.

Ho pubblicato con la Workin’ Label perché mi ha dimostrato di essere attenta all’ascolto e aperta alle novità.

Il disco, nonostante sia un’opera prima, pubblicata con una piccola etichetta che sta conquistando il suo spazio, è stato recensito ottimamente, fino ad entrare nei migliori 100 dischi jazz del 2016 secondo la prestigiosa rivista Jazzit.

Come mai il titolo del cd? Che cosa significa?

La parola Moksha, come hai analizzato tu stesso in maniera esaustiva, nella tua lucida recensione del disco, è un chiaro riferimento alla musica indiana, con i suoi cicli ritmici e melodici, che permettono di approcciare la composizione da un differente punto di vista.

La libertà e l’emancipazione del Moksha, non hanno a che vedere con motivi squisitamente spirituali, ma si riferiscono piuttosto al risultato dello sviluppo di nuove strade compositive, che permettono di scardinare dei cliché idiomatici troppo oppressivi e comodi che spesso non portano a nulla di nuovo.

Credo di aver sintetizzato un linguaggio particolare e di aver raggiunto in questo lavoro una identità diversa da tutte le mie precedenti “prove” compositive che non mi hanno mai totalmente convinto.

Nel tuo cd sei accompagnato da un gruppo di ottimi musicisti, i sassofonisti Achille Succi e Giacomo Petrucci, il vibrafonista Nazareno Caputo, il contrabbassista Gabriele Rampi Ungar e il batterista Bernardo Guerra. In che modo la tua metodologia musicale viene influenzata dalla comunità di persone (musicisti e non) con cui collabori? Modifichi il tuo approccio in relazione a quello che direttamente o indirettamente ricevi da loro?

Questo progetto ha visto sfilare validissimi musicisti prima di trovare l’assetto definitivo e l’incontro e la scelta di lavorare con ognuno di loro ha permesso lo sviluppo dell’espressione stilistica di questo linguaggio.

Ho scelto i componenti “finali” in funzione del feeling e del linguaggio di cui la composizione aveva bisogno. Anche per la loro capacità di improvvisazione su un linguaggio particolare come quello che propongo. Ogni musica ha i suoi parametri, i linguaggi sono numerosi e ogni musicista ne predilige alcuni.

Allo stato dell’arte loro erano i musicisti giusti al momento giusto con cui si poteva affrontare una registrazione di questo tipo.

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Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc.?

In questo lavoro (Moksha Pulse) ho prediletto gestire l’improvvisazione all’ interno della struttura. A volte ci concediamo delle parti libere, ma sono relativamente poche.

È stata una scelta mirata: sforzarsi di restare all’ interno del “contenitore” e mettere dei forti paletti obbliga il musicista ad addentrarsi in un luogo non comodo e inedito.

E questo, paradossalmente, risulta molto più generativo, aprendo percorsi a volte sorprendenti.

Qual è il ruolo dell’errore nella tua visione musicale?

L’errore come avvenimento non previsto, inaspettato, apre delle possibilità che chiaramente non avevamo calcolato.

Nel caso della registrazione effettuata per Moksha Pulse, avevamo, per i vari impegni di ognuno, pochissimo tempo a disposizione e questo ha portato la registrazione stessa ad essere piena di “errori”, intesi come passaggi non contemplati in precedenza, che ci hanno colpito talmente positivamente che alcuni di essi sono diventati strutturali.

Nel suonare parti libere, non scritte, quindi improvvisate, “basculare” all’ limite dell’errore, agire in questi spazi ignoti, crea un valore aggiunto, un “rischio” necessario perché qualcosa di nuovo succeda.

E qual è secondo te la funzione di un momento di crisi?

Per quanto mi riguarda i momenti di crisi si sono affacciati quando non mi sentivo più onesto riguardo a quello che scrivevo e suonavo. Ho un campanello di allarme, anche troppo sensibile, che mi tiene sempre in guardia e mi spinge a non sedermi su processi già acquisiti.

Non è facile gestire questi impulsi, ma con il senno di poi sono quelli che mi hanno permesso di trovare una mia strada, un mio linguaggio…. anche se è sempre in movimento questo ipotetico traguardo.

Ci consigli cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con sé. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..

Grace di Jeff Buckley, The Sign and the Seal di Steve Coleman, Quatuor Pour la Fin du Temps di Olivier Messiaen, Point of View di Dave Holland, Travail, Transormation and Flow di Steve Lehman… e anche tanta radio perchè c’è sempre molto da scoprire!

Con chi ti piacerebbe suonare e cosa ti piacerebbe suonare? Che musiche ascolti di solito?

Quello che mi piacerebbe suonare, è quello che scrivo, e affini. Anche se in una seconda vita sicuramente mi butterei con una viola in un quartetto d’archi.

La musica che ascolto spazia dalla classica, alla contemporanea, dai quartetti di Franz Schubert, ai lieder di Gustav Mahler, da Toru Takemitsu a Lester Young.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Il mio lavoro si sta indirizzando sullo sviluppo ulteriore del linguaggio che ho raggiunto in questo periodo della mia carriera e rappresentato da Moksha Pulse.

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