Il Pat Metheny che non ti aspetti: minimalismo, noise e…John Zorn

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Che si può dire su Pat Metheny che non sia già stato scritto, considerato e…ascoltato? Pat Metheny ha saputo costruirsi negli anni una eccellente carriera e anche uno dei suoni chitarristici più riconoscibili anche agli orecchi dei non intenditori. I meno informati lo ricordano soprattutto per i dischi realizzati col Pat Metheny Group dove fondeva in maniera equilibrata e accattivante jazz, musica brasiliana e melodica senza mai rinunciare a creatività e qualità. Ma Metheny ha anche un lato “oscuro”. Lavori come Electric Counterpoint di Steve Reich, il free jazz di Song x del 1985 realizzato con Ornette Coleman, il noise ossessivo Zero Tollerance for Silence, The Sign of the Four con Derek Bailey dimostrano come Metheny sia anche una persona che sa intelligentemente cercare nuove strade e percorsi al di fuori del comune e come sia sempre fortemente tentato dalle collaborazioni (vedi i lavori con Charlie Haden, John Scotfield, Nana Vasconcelos). In questo articolo indago su tre dischi della sua lunga e fortunata discografia, tre dischi che sono usciti dagli schemi in cui usualmente si rinchiude un chitarrista jazz e che dimostrano la presenza di un vero professionista, sempre pronto a mettersi in gioco con progetti laterali, non meno interessanti dei percorsi più famosi su cui si regge da anni la sua carriera.

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Steve Reich Different Trains / Electric Counterpoint (1989, Nonesuch Records 79176)

Steve Reich è un musicista e compositore statunitense, uno dei grandi padri del minimalismo, nonché uno dei primi a rendersi conto delle grandi potenzialità della chitarra elettrica per la musica contemporanea. Questo disco contiene infatti “l’originale” di uno dei brani più amati ed eseguiti in assoluto, sto parlando di Electric Counterpoint, brano commissionato dalla Brooklyn Academy of Music’s Next Wave Festival per la chitarra di Pat Metheny. Si tratta di un interessante lavoro di sovrapposizione seriale/minimalista di 11 chitarre (e 2 bassi), sviluppato nei tre movimenti “Fast”, “Slow”, and “Fast” della durata di circa 15 minuti. E’ il terzo di una serie di lavori (Vermont Counterpoint del 1982 e New York Counterpoint del 1985) che prevedono tutti un solista suonare in contrapposizione a una serie di nastri pre-registrati dal musicista stesso. Dice lo stesso Reich nelle note del disco “I would like to thank Pat Metheny for showing me how to improve the piece by making it more idiomatic for the guitar”. Pat così risponde a distanza in un’intervista del 6 gennaio 1989, riportata nel libro di Luigi Viva “Pat Metheny, una chitarra oltre il cielo “.. è stata un’esperienza fantastica. Steve è uno dei più grandi compositori americani di questo secolo … E’ stato un poco strano dovergli spiegare il range dello strumento, poiché aveva poca dimestichezza con la chitarra elettrica. Comunque siamo diventati buoni amici e il bilancio di questa collaborazione è molto positivo…” Il risultato è un brano trascinante e complesso dove le chitarre si nascondono all’interno della complessa trama contrappuntistica, generando una suono ipnotico e liberatorio.

Different Trains, inciso dal Kronos Quartet, segna il ritorno di Reich agli esperimenti con voce registrata (ma anche rumori, sirene ecc) e nastro, che formano l’asse attorno al quale ruotano le figure differentemente ritmate degli archi. Il pezzo è dedicato ai treni nazisti che portavano gli ebrei nei campi di concentramento e adotta tecniche del tutto inusitate per lui: composto per quartetto d’archi e nastro, i primi imitano la melodia del parlato e il secondo emette suoni “trovati” di treni e di sirene, nonché frammenti “trattati” di discorsi. Indispensabile.

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Pat Metheny Zero Tollerance for silence (1994 Geffen GED 24626)

Has a major commercial artist ever conducted such a schizophrenic carrer?” The Penguin Guide to Jazz on cd

Registrato in sole quattro ore ai Power Station il 16 dicembre 1992, questo disco di puro rumore bianco e improvvisazione radicale rappresenta una vera sfida per tutti fan del Pat Metheny Group. Lontano anni luce da certi brani zuccherosi e prolissi e dagli assoli chilometrici a cui il chitarrista del Missuri ci aveva abituati in precedenza, qui Metheny sembra condensare senza nessuna concessione melodica le frequentazioni e le esperienze maturate con Ornette Coleman e Steve Reich, alla ricerca di un suono caotico e allo stesso tempo possente e evocativo.

“… Sono assolutamente stanco della tirannia del tempo, ho passato più di trentacinque anni con bassisti e batteristi. Ho cercato d’ottenere un suono puro, senza alcuna tirannia. …” Pat Metheny

Quando uscì questo disco venne salutato da critiche che andavano dalla stroncatura feroce a balbettio imbarazzato: chi se la poteva mai immaginare una inversione così radicale e improvvisa? Metheny fino ad allora era stato per la maggior parte del pubblico un chitarrista quasi easy listening, in grado di allietare con le sue melodie assolati pomeriggi estivi. Eppure i sintomi erano nell’aria, Rejoicing e quel Song X di qualche anno prima non erano dischi facili e, anche se pluriacclamati dalla critica jazz, non erano stati digeriti dalla maggior parte dei suoi fans. Ma questo è un pugno sullo stomaco lanciato a una distorsione feroce, nessuna concessione, nessuna trattativa, nessuna diplomazia, nessun compromesso. Una forte impronta di pensiero, forse uno sgarbo alla casa discografica, un segnale di libertà artistica, una cura perfetta alla routine quotidiana, Zero Tollerance for Silence è tutto questo e oltre: una sottile linea rossa di confine. Onore a Metheny per aver saputo valicarla.

“… a new milestone in electric guitar music… searing, soaring, twisted chords of action guitar/thought process. An incendiary work by an unpredictable master, a challenge to the challengers… Thurstone Moore

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Tap Book of Angels Vol. 20 di Pat Metheny e John Zorn, Tzadik, 2013

Confesso di aver atteso questo disco con una certa impazienza, solleticato come ero dall’idea di sentire collaborare assieme due tra i miei musicisti preferiti in assoluto. E devo dire di essere stato ricompensato della pazienza, ma vediamo di capire un po’ di più il disco di cui stiamo parlando. Apparentemente, ripeto apparentemente, John Zorn e Pat Metheny non sembrerebbero avere nulla di comune e quindi, sulla carta, questa collaborazione sembrerebbe impossibile. In realtà non è così. John Zorn è da molti anni considerato l’”american contemporary maverick”: compositore, improvvisatore, musicista, editore, imprenditore capace di aver realizzato da oltre 60 anni una carriera semplicemente monumentale non solo in termini quantitativi (composizioni, discografia, libri realizzati) ma soprattutto in termini qualitativi per impegno, tenacia, creatività e indipendenza commerciale. Pat Metheny non è da meno, quasi coetaneo di Zorn ha saputo costruirsi, come dicevamo, non solo una eccellente carriera ma anche uno dei suoni chitarristici più riconoscibili e fortunati. La notizia quindi che due persone così si tenessero sott’occhio da diversi anni non deve quindi particolarmente stupire, così come non devono stupire le reciproche attestazioni di stima, diciamo che forse il fuoco covava sotto la cenere e si aspettava l’occasione e il momento propizio. Ed eccoci quindi arrivati a questo disco, ventesimo volume della serie Book of Angels, facenti parti del secondo “canzoniere” Masada, oltre trecento brani composti da Zorn e destinati ad essere interpretati da altri musicisti.

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I brani di Zorn devono aver esercitato il giusto richiamo su Pat Metheny e così ecco pronto questo Tap per sei brani dalla chiara impronta klezmer. Metheny e Zorn non si sono sicuramente risparmiando mettendo sul fuoco tanta carne, forse troppa. Metheny si scatena dividendosi tra le sue chitarre, l’orchestrion (una delle sue tante ossessioni) e tastiere varie, quasi volesse creare un seguito a quel Secret Story uscito più di vent’anni fa. Zorn crea per lui delle musiche dove poter lasciar libero spazio al tocco melodico di Pat, mantenendo però la sua impronta di compositore. Per me che li ascolto da … ormai più di 30 anni è una rincorsa generale a cogliere rimandi, citazioni, echi di due carriere eccezionali. Pat ce la mette tutta: melodico, distorto fa sentire che razza di chitarrista è e non rinuncia nel far capire tutto il peso della sua esperienza e della sua carriera e Zorn non deve essersi sicuramente tirato indietro. Possiamo quindi gridare al miracolo? No, direi proprio di no, questo disco non aggiunge nulla di nuovo a quanto già sapevamo su Zorn e Metheny, chi si aspettava qualcosa di epocale, rimarrà sicuramente deluso. Chi invece si aspettava un bel disco ne sarà contento. I due non tradiscono e Tap è un bel disco. Ne consiglio sicuramente l’acquisto, sicuramente. Quando era uscivo speravo che questo disco non fosse un caso isolato. Speravo sinceramente che i due continuassero a frequentarsi e che mettessero in cantiere qualcosa di veramente innovativo, avevo voglia di qualcosa tipo Spy versus Spy, The Big Countdown, piuttosto che Song X, Zero Tollerance for Silence .. insomma qualcosa di davvero nuovo e pensavo che i due ce la potessero. Sono ancora che aspetto, non mi illudo ma non ho perso tutte le speranze. Aggiungo solo i complimenti a Antonio Sanchez, da anni ormai batterista di fiducia di Pat, che come sempre conferma la sua bravura districandosi abilmente con precisione e pulizia esecutiva tra i poliritmi e i tempi dispari Zorniani.

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