#Intervista per Sergio Altamura (Marzo 2018) su #neuguitars #blog

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Intervista per Sergio Altamura (Marzo 2018)

Tutte le foto sono di Maria Pansini

http://www.ariameccanica.com/?lang=en

https://sergioaltamura.bandcamp.com/

La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il tuo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suona o ha suonato?

Sono figlio d’arte, mio padre mi ha tramandato la passione per la musica, suonava la chitarra in un gruppo rock anni sessanta/settanta, militavano in Puglia, si chiamavano “ The Rovers”, anche i miei zii sia da parte di mio padre che di mia madre suonavano, insomma sono cresciuto in mezzo a tanta musica e tanti strumenti. Ho iniziato con la chitarra intorno ai 9 anni, a tredici anni ho comprato ( l‘ho comprato veramente con i miei soldi !) un registratore a nastro Tascam a 4 tracce usato che ancora ora utilizzo, il registratore mi porto’ a voler suonare altri strumenti per arrangiare i brani che componevo, comprai un basso, una batteria e una tastiera.

Nel tuo disco “Aria Meccanica” usi delle soluzioni tecniche poco ortodosse, archetto, ventole, bulloni .. in un certo senso la tua diventa una specie di “chitarra preparata” che ricorda sia lo strumento di Paolo Angeli sia le idee di John Cage, come mai questa ricerca quasi maniacale sul suono? E’ una sorta di decostruzione dello strumento?

L’utilizzo della chitarra con tecniche poco ortodosse e’ la semplice conseguenza di un esigenza compositiva. Come dicevo prima sin da piccolo sono stato abituato ad arrangiare i miei brani con altri strumenti, quando ho iniziato a comporre solo sulla chitarra mi e’ venuto naturale andarmi a cercare una serie di suoni che mi venivano a mancare, da qui l’utilizzo della chitarra con l’arco, come percussione, come sorgente sonora in generale. Ho sempre parlato delle mie tecniche chitarristiche come parte di una concezione “allargata” dello strumento, appunto per me la chitarra e’ solo uno strumento che ho a disposizione per tradurre il mio pensiero musicale, semplicemente un oggetto, una palette che funziona da sorgente sonora. Aria Meccanica e’ sicuramente il riassunto di questa concezione.

Ascoltando la tua musica ho notato la tranquilla serenità con cui ti approcci allo strumento, indipendentemente da quello che lei suona lei dimostra sempre un totale controllo sia tecnico che emotivo, quanto è importante il lavoro sulla tecnica per raggiungere a questo livello di “sicurezza”? In una sua intervista una volta Robert Fripp rispose alle critiche di certa stampa punk chiedendo se fosse più schiavo della tecnica chi non ne aveva affatto o chi ne aveva troppa … Fripp è stato troppo sofista o aveva ragione?

Io penso che sia molto importante per un musicista tener sempre presente quale e’ l’obiettivo, cosa si sta facendo con il proprio strumento e perché, dove si vuole arrivare, quale e’ il ruolo della parte che sto suonando e quanto stia traducendo bene il mio pensiero musicale. Molto spesso mi ritrovo a scrivere passaggi musicali con la chitarra che richiedono tanto studio, tanta pratica. La musica per me e’ comunicazione, e’ un linguaggio simile al nostro linguaggio verbale e se voglio far arrivare al mio pubblico la mia musica devo essere esplicito e convinto, ciò’ richiede molto studio sia tecnico ma anche interiore, conoscere le proprie emozioni e saperle riuscire a controllare fa parte di un percorso che sto facendo su di me da molto tempo. Sono una persona molto emotiva e sento molto i miei concerti, per far fronte a questa emotività devo studiare molto i miei brani e avere una padronanza tecnica notevole che mi permetta di far fronte a qualsiasi “sorpresa”.

Sentendoti suonare ho avuto l’impulso di tirare fuori dalla mia discoteca i vinili della Windham Hill di geni musicali come Alex de Grassi, Michael Hedges, i cd della Takoma school, Robbie Basho, John Fahey, Sandy Bull Peter Walker e di chitarristi più recenti come il compianto Jack Rose, Glenn Jones, James Blackshaws … queste musiche, questi chitarristi hanno influenzato le tue scelte musicali? E se sì come?

La Windham Hill insieme all’ ECM sono state le due case discografiche che più ho seguito negli anni 80’/90’, Alex de Grassi, Michael Hedges, Ralph Towner, Egberto Gismonti, Steve Tibbetts sono musicisti che mi hanno influenzato tanto, ho studiato molto le loro composizioni ma a un certo punto ho dovuto e voluto cercare una mia strada personale, ecco e’ proprio in questo che mi hanno influenzato molto, nella ricerca di una mia strada personale, quando ascoltavo Towner sentivo un linguaggio suo, personale, una specie di marchio, la stessa cosa anche per gli altri musicisti che ho citato, perciò’ ho iniziato anche io un percorso personale che doveva sfociare in un mio linguaggio personale. Da quel momento e’ stata un incessante ricerca del mio “io” musicale, scrollandomi di dosso tutti i clichet e la paura di mostrare qualcosa di intimo musicalmente.

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Assieme a gente come Beppe Gambetta, Franco Morone, Pino Forastiere , Stefano Barone (con cui hai realizzato il notevole cd Guitar Republic) sembra essersi creata una via italiana per la chitarra acustica influenzata dal bluegrass, dal blues e dalla tradizione americana ma che attinge anche alla musica classica e tradizionale europea e credo che i chitarristi italiani non abbiano nulla da invidiare dai loro concorrenti esteri, per il resto com’è la situazione italiana? Si è creata una scena musicale? Ci sono dei festival, dei punti di riferimento, dei locali dove poter suonare?

Si, nel mondo della chitarra acustica c’e’ una scena italiana ed e’ anche molto apprezzata, hai ragione quando dici che non ha nulla da invidiare ai “concorrenti” esteri, anzi ti dirò’ di piu’: le cose più innovative sono qui in Italia, non parlo solo di tecnica ma soprattutto di concezione musicale, la nostra tradizione musicale sia popolare che colta confluisce inevitabilmente nel nostro modo di suonare e di comporre, l’incontro tra questa tradizione e uno strumento nuovo e peculiare come la chitarra acustica ha fatto scaturire tutta una serie di energie nuove che stanno dando un grande contributo al repertorio di chitarra acustica mondiale. Per quanto riguarda la musica dal vivo in Italia dobbiamo purtroppo stendere un velo pietoso, i pochi festival che ci sono fanno una fatica enorme a portare avanti il loro lavoro, ogni anno mi parlano di dimezzamento di fondi e inevitabilmente il numero di concerti durante i festival si riduce drasticamente ogni anno, bisognerebbe fare un grande plauso a chi oggi continua e insiste ad organizzare eventi in questo oceano di burocrazia e in una nazione che non appoggia in nessun modo la cultura , non c’e’ nessun incoraggiamento da parte delle istituzioni per tutte le realtà’ di ricerca, underground, alternative che potrebbero portare al pubblico una cultura diversa da quella egemone legata alla TV e al consenso popolare. La verità e’ che in Italia non esiste il music business, non sanno neanche cosa sia, eppure ci sono nazioni come l’Inghilterra e gli Stati Uniti che dal secolo scorso continuano a coltivare ed esportare musica in tutto il mondo creando business. In nord europa hanno capito la lezione e ci sono nazioni come l’Islanda, la Danimarca, la Norvegia che investono sui loro artisti (anche di rock, elettronica, pop) e li esportano a livello mondiale , in questo modo hanno un ritorno di immagine che alimenta business discografico, turismo e economia , ovviamente il nord europa non vive solo di questo ma sicuramente questo business alimenta l’economia nazionale. Esempi? Bjork , Trentemoller, Eivind Aarset etc…

Hai suonato spesso nella patria della chitarra acustica, gli Stati Uniti, come sei stato accolto? Come hanno reagito sentendo un italiano che suonava la “loro” musica?

Il loro strumento, non la loro musica, sono un musicista che ha un background europeo, negli stati uniti c’e’ molto interesse nel nuovo e nel diverso, non in tutti gli stati uniti pero’, ci sono zone più’ aperte al contemporaneo altre no. Devo ringraziare gli Stati Uniti perché il mio primo disco BLU fu prodotto da William Ackerman ( Windham Hill) , un americano appunto. L’etichetta che ha pubblicato i miei due dischi in solo, Aria Meccanica e BLU, e il disco in trio con Guitar Republic e’ la Candyrat, un etichetta americana . Direi che mi hanno accolto bene.

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Di recente hai suonato a Tokyo, all’Istituto Italiano della Cultura, come è stato suonare là?

Molto bello, non vedo l’ora di tornarci, il Giappone mi e’ piaciuto molto e a loro e’ piaciuta molto la mia musica. Oltre al concerto di Tokyo presso l’Istituto di Cultura ho suonato anche a Fujieda e nella penisola di IZU un posto meraviglioso, mi rivogliono li e per questo sono molto contento. Per questo devo ringraziare Takumi Music per avermi invitato.

Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Ho sempre composto i miei brani partendo dall’improvvisazione, ho l’abitudine di registrami e di riascoltare, prendo delle cose che mi piacciono e le sviluppo, questo più o meno e’ il mio metodo di lavoro. Nei miei live c’e’ un 30/40 percento di improvvisazione, i miei brani sono costruiti in modo tale da avere delle parti libere, alcuni brani come Down Roma Traffic sono completamente liberi, seguo solo un canovaccio sonoro. Non penso che si debba per forza rivolgere ad altri repertori per l’improvvisazione, penso sia più’ un attitudine del musicista, per me e’ importante sentirmi libero durante i live, anzi in un certo senso mi aiuta anche a creare l’atmosfera giusta.

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Qual è il ruolo dell’Errore nella tua visione musicale? Dove per errore intendo un procedimento erroneo, un’irregolarità nel normale funzionamento di un meccanismo, una discontinuità su una superficie altrimenti uniforme che può portare a nuovi sviluppi e inattese sorprese…

Quando arrivano e sono belli succede di tutto! Vedi io penso che ognuno di noi non conosce bene il proprio “io” musicale, e’ un qualcosa che va scoperto e probabilmente non basta una vita per capire in maniera profonda chi siamo musicalmente. L’errore , quella irregolarità’ come dici, a volte mi sembra quasi il tentativo del nostro io di venir fuori e di farsi sentire, sta a noi ascoltarci e essere lungimiranti nelle possibilità musicali di quel errore.

Ci consigli cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta.. Che musiche ascolti di solito?

Per la chitarra: Electric Ladyland Hendrix, Exploded View Steve Tibbetts, Southern Exposure Alex de Grassi, Aerial Boundaries Michael Hedges, Ralph Towner Solo Concert. Di solito non ascolto molta musica per chitarra, i musicisti che adoro spesso non sono chitarristi come John Surman, Arvo Part, Trentemoller, le cose più interessanti provengono dalla musica elettronica , mi piace molto Alva Noto, Holly Herndon, Gazelle Twin.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Il mio prossimo progetto e’ un altro disco “solo” dove andranno a confluire un insieme di cose a cui mi sono dedicato negli ultimi anni, sia lo studio sulla chitarra che lo studio di software di registrazione moderni e strumentazione elettronica. Da qualche anno mi dedico molto alla produzione di dischi per terzi, faccio da produttore, questo lavoro mi piace molto e lo ritengo molto creativo, mi da la possibilità’ di lavorare molto in studio, cosa che adoro. Compongo musiche per documentari, film e spettacoli. Ci sono parecchi lavori che ho fatto che stanno girando Film Festival importanti a livello internazionale, come la Biennale di Berlino, DOC Festival a New York, Film Press a Detroit, Cinema Ambiente a Torino e altri ancora.

Ultima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?

La musica come l’arte in generale, a mio parere, deve essere il riflesso della nostra società’ e deve saperne rappresentare anticipatamente emozioni, pensieri, cultura, gioie e paure. La storia della musica occidentale ci insegna che il linguaggio musicale si e’ evoluto attraverso gli anni perché’ ci sono compositori e musicisti che sono stati molto attenti all’evoluzione e alle esigenze crescenti della nuova società’ e che hanno saputo trovare nuove “formule” musicali che rappresentassero meglio e indicassero nuove strade per l’uomo in divenire. A noi questo compito ora.

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