Il Pat Metheny che non ti aspetti: il free-jazz su #neuguitars #blog

Il Pat Metheny che non ti aspetti: il free-jazz

“Melody still has a place here, which suggests that Metheny’s interest in the Original Coleman legacy may be carrying forward in his own work more intently than it is in the composer’s. Either way, on many of the more raving episodes here, both men sound exulatant with the possibilities. Hightly recommended.”

The Penguin Guide To Jazz on cd, third edition, Penguin Books 1986, pag. 899

Ho un debito di gratitudine con Pat Metheny: è stato lui ad avvicinarmi al free-jazz. Avevo 20 anni, avevo già acquistato diversi dischi di Metheny, tra cui 80/81 e Rejocing che mi erano piaciuti moltissimo e che mi avevano già aperto per il jazz tradizionale, quando grazie a un amico che aveva già una cultura e un’apertura mentale più ampie delle mie ho ascoltato Song X. Non ci capii niente, ma proprio niente, ricordo ancora, dopo quasi trent’anni, il senso di disorientamento dopo quell’ascolto: ma come? E il Metheny melodico che conoscevo? E tutto quel turbine ritmico? E quel sax suonato in modo così energico e stridulo? Insomma ci rimasi male, ma soprattutto mi rimase il tarlo: se un professionista come Metheny aveva voluto quel disco qualche motivo valido ci doveva essere…specialmente se poi nelle riviste specializzate se ne parlava così bene. Così cominciai a ascoltare altro jazz, a capire chi era Ornette Coleman e soprattutto a cercare di decifrare quella musica che da un lato mi affascinava per la sua energia e per il suo approccio così diretto e allo stesso tempo mi lasciava perplesso per la sua (apparente) assenza di una struttura logica, o meglio di quelle strutture a cui mi ero abituato ascoltando rock, folk, be-bop e jazz-rock.

scansione0006.jpg

Ritrovai Song X sei anni più tardi in un negozio dell’usato. Il cd era stato messo in un angolo, quasi da parte a un prezzo ottimo. Al diavolo mi dissi, compralo e sentiamo come suona adesso. Mi fido di te Pat. E feci bene. Il disco che suonava a casa mia, all’età di 26 anni, no era lo stesso che avevo ascoltato solo sei anni prima. Mi piaceva, e anche tanto! Avevo imparato un’ottima lezione: la musica non cambia, siamo noi che cambiamo. Song X era sempre Song X e Metheny era sempre Metheny, ero io che ero maturato. Fu una bella soddisfazione.

1200px-Pat_metheny_orch2

E’ passato altro tempo, ho ascoltato altri dischi, tanti dischi e sento ora la necessità di inquadrare questo disco in un contesto più ampio. Spesso e volentieri i dischi…diciamo così “strani” di Metheny, i dischi prodotti al di fuori dal Pat Metheny Group e dai suoi progetti “normalmente” melodici vengono considerati come degli outsider, delle tessere di mosaico slegate dal quadro più generale della sua produzione mainstream, in alcuni casi, come per “Zero Tollerance for Silence” addirittura degli scherzi di cattivo gusto. Io non credo sia così. Credo che siano percorsi evolutivi di un chitarrista, di un artista instancabile, di un professionista eccellente sempre alla ricerca di nuove idee, di nuove possibilità che lo aiutino a superare blocchi creativi e quella certa stasi che subentra negli artisti che si sentono sazi del successo ottenuto e che preferiscono pigramente ripetere sempre gli stessi cliché. Credo che Song X sia uno di questi percorsi e che, in quanto tale, Metheny vi sia arrivato attraverso una serie di precedenti lavori discografici che hanno creato le basi per cui Song X potesse nascere e essere pubblicato. Quella che qui leggete è la mia personale versione della creazione di questo disco meraviglioso e da me tanto amato. Ma per capire come Song X è nato dobbiamo partire da molto prima della sua data di pubblicazione, prima ancora del Pat Metheny Group, dobbiamo tornare al 16 giugno 1974, quando Metheny entra al Blue Rock Studio di New York per registrare quello che credo sia il suo primo disco in compagnia di tre leggende del jazz: il pianista Paul Bley, il batterista Bruce Ditmas e l’amico, il genio del basso fretless, Jaco Pastorius. Pat Metheny aveva 19 anni e viene presentato a Bley proprio da Pastorius. Metheny suonerà in questo quartetto solo per due mesi, cercando di imparare il più possibile da Bley e soci, per poi proseguire la sua carriere nel gruppo di Gary Burton. Il disco si intitola “Jaco”, prodotto dalla casa discografica di Bley, la Improvising Artist Inc. (http://www.improvart.com/), e ne è disponibile una edizione a prezzi economici in cd prodotta dalla Jazz Door, in precedenza era stato ristampato dalla giapponese DIW.

Il Metheny che suona in questo disco è un giovane di talento, che dimostra già una sua maturità artistica e un desiderio di esplorazione che, come vedremo gli rimarrà addosso. Non è ancora il Pat Metheny che ben conosciamo ma le sue basi sono lì e soprattutto, in questo disco osa molto: “Jaco” è un’occasione di approfondimento per lui, tutti suonano come molto entusiasmo e generosità e rappresenta una tappa importane nell’evoluzione del suo stile.

P1000367

Il secondo passo verso Song X, Metheny lo fa nel maggio 1980. Il chitarrista è entrato da tempo nella scuderia ECM e, anzi, ha già realizzato il suo primo grande successo di vendite: “American Garage”. Ma manca qualcosa. Dal 26 al 29 maggio Metheny è a Oslo, al Talent Studio, per incidere 80/81. Ad accompagnarlo una formazione stellare: Jack DeJohnette alla batteria, Michael Brecker al sax tenore e due devoti discepoli di Ornette Coleman: Charlie Haden al contrabbasso e Dewey Redman sempre al sax tenore. E’ uno dei dischi che amo di più di Metheny ed è presente anche una versione di “Turnaround” di Coleman. Qualunque chitarrista deve ascoltare il lavoro impressionante di Metheny sulla chitarra ritmica di “Two Folk Songs”, una presenza attiva, marcata, quasi in contrappunto con il contrabbasso e la batteria e le linee melodiche, semplicissime, del compianto Michael Brecker.

P1000365

Metheny tornerà a registrare con Charlie Haden il 29 e il 30 novembre 1983 allo Studio Power Station di New York per incidere Rejoicing, il disco che mi ha aperto le porte verso chitarristi come Barney Kassel, Jim Hall e soprattutto Wes Montgomery. La formula usata è quella del trio dove il batterista è un altro sodale di Ornette Coleman, Billy Higgins.

Il giudizio di Methney su questo disco è molto severo, io non sono di questo avviso e trovo meraviglioso il lavoro fatto su “Lonely Woman” di Horace Silver e su “Rejoicing” di Ornette Coleman che darà il titolo al disco. Questo disco segnerà anche l’inizio di malumori e con Manfred Eicher, il padrone della ECM, che sfoceranno nell’uscita dalla casa discografica tedesca e nell’entrata nella Geffen che darà a Metheny maggior autonomia. Song X nasce infatti per la Geffen. Il principale artefice di questo progetto è Charlie Haden che ha messo in contatto Metheny e Coleman e ha creato le basi di questo incontro. Le prove iniziano a New York ai primi di dicembre del 1985, i due leader iniziano a comporre e si dividono i compiti: Metheny si occupa della parte armonica, Coleman della melodica. Il 12 dicembre la band, composta da Jack DeJonette e Denardo Coleman alla batteria e da Charlie Haden , è al Power Station di new York. Methney nel corso delle registrazioni userà tre chitarre: la Synclavier guitar, la Roland GR 300 e la chitarra acustica costruita dalla liutaio canadese Linda Mazer, la Pikasso guitar. In due giorni, 13 e 14 dicembre, il disco viene registrato, di getto, con una energia incredibile, 48 minuti per un totale di 8 tracce ad alta densità emotiva. L’album esce il 7 aprile 1986 ed è un successo incredibile sia di critica che di vendite, con commenti quasi sempre positivi, arrivando ad essere eletto come album jazz dell’anno dalla rivista Down Beat. Anche il breve tour di 14 concerti che la band fa negli Stati Uniti è un grande successo.

scansione0004

Ma la versione che vi consiglio di acquistare, e di ascoltare, non è quella che ho comprato quando avevo 26 anni: l’ho rivenduta nel 2005 per far posto alla ristampa che celebrava il ventesimo anniversario, cd nel quale trovano posto altri sei brani che erano stati lasciati fuori dalla precedente edizione Sono passati più di trent’anni, ma questo disco non sembra perdere nulla della spinta e dell’energia iniziale, resta un capolavoro e uno dei lavori migliori di Metheny e uno dei suoi più coraggiosi. Un disco che va rivalutato e studiato.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s