#Intervista con Pino Forastiere (Maggio 2018) su #neuguitars #blog

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Intervista con Pino Forastiere (Maggio 2018)

http://www.pinoforastiere.com/

Ciao Pino, era da un po’ che eri assente … ora sei tornato con questo Village Life, raccontaci un po’ di questo nuovo disco e come è nato….

La narrazione del disco descrive i ritmi della mia nuova vita in un villaggio. Dopo quasi tutta la vita vissuta a Roma, da circa quattro anni vivo a Tivoli che è un magnifico villaggio pieno di bellezza, dove la vita si svolge seguendo ritmi lenti, primordiali, fatti di passeggiate, di caffè al bar, di gente che non ha fretta, di ozio filosofico, di contatti personali, quasi fisici. In Village Life è anche questa fisicità del contatto che descrivo. In paese puoi stare da solo in assoluto silenzio, e un attimo dopo trovarti a bere vino con amici; una dimensione fatta di silenzi e sguardi che mi piace molto.

Perché trasferirsi a Tivoli? Roma è davvero così invivibile?

Si, per me Roma è invivibile. Soprattutto, Roma è diventata disumana, non riesco a riconoscerla e non mi ci sento a mio agio.

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Nella copertina guardi pensieroso una chitarra un po’ particolare, mi ricorda tanto la Pikasso Guitar di Pat Metheny… quante corde hai montato su questa chitarra? E’ un nuovo modello? Da dove viene?

La Lab Guitar (così la ho chiamata) è una Eko Chetro di inizio anni ’80. E’ stata la mia prima chitarra acustica, e si è evoluta sulla mia esigenza di organizzare le composizioni in una forma più orchestrale possibile, con più variazioni timbriche, più colori, più suoni. E’ stata la musica a suggerirmi le modifiche allo strumento. Ho fatto aggiungere in prima istanza 6 corde acute, poi un supporto per allocare 6 lamelle intonabili, che uso o per sollecitare in modo percussivo le corde super-acute, o come semplice percussione che mette in vibrazione il solo piano armonico. Infine, ho fatto aggiungere 4 extra-bassi. Il tutto è stato reso possibile grazie al lavoro del liutaio Davide Serracini che ha posto in essere tutte le mie richieste consigliandomi, laddove necessarie, soluzioni meccaniche di grande intelligenza. E’ stata una bella collaborazione, e non è detto che sia finita qui!
L’amplificazione dello strumento è piuttosto articolata: magnetico Sunrise in buca, Trance Audio Amulet System per rilevare il suono del corpo e delle frequenze acute, magnetico Surdo per gli extra-bassi.
Insomma, non si tratta di un nuovo modello, ma di un vecchio riadattato: una sorta di Harp Guitar modellata sulle esigenze della mia musica.

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Quanto ha influito nella “costruzione” del nuovo album? Te lo chiedo perché mi è sembrato subito un lavoro decisamente maturo…sofisticato, complesso…

Come dicevo, è stata la musica a suggerire e a determinare la costruzione dello strumento. Non so se questo lavoro sia sofisticato e complesso, a me piace immaginarlo come filosoficamente leggero. Per me la leggerezza è maturità; sicuramente ambisco a questo stato mentale, non sono convinto di averlo pienamente raggiunto con Village Life, ma il sentiero forse è quello giusto.

Il giornalista musicale statunitense Anil Prasad ha avuto parole di elogio nei tuoi confronti, ti ha definito “one of the most important guitarists on the planet” e “the endlessly inventive Italian acoustic musician”, quando hai conosciuto Prasad?

Anil è un grande esperto di musica contemporanea. La sua attenzione per tutto ciò che avviene nel panorama musicale è rigorosa. Compra ed ascolta centinaia di dischi, si muove in giro per il Mondo ad intervistare artisti. Il suo sito Innerviews – Music without borders è una straordinaria raccolta di splendide interviste a musicisti di ogni genere da Leo Kottke a Bjork a Ralph Towner a David Sylvian e molti, molti altri.
Ci conosciamo da più di 10 anni, ha sempre recensito i miei lavori con grande passione. Abbiamo speso del magnifico tempo insieme in Italia ed in California dove vive. Sono davvero onorato delle sue iperboliche definizioni.

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Ho notato che anche questo disco nasce come auto-prodotto…possibile che nessuna casa discografica italiana si sia data come disponibile?

Anche il mio penultimo album Deconstruction era autoprodotto. Penso che la distrazione sia un tratto che accomuna molteplici contesti, musicali e non. E comunque non sono del tutto certo che sia economicamente vantaggioso pubblicare con un’etichetta, anzi, secondo la mia personale esperienza, direi il contrario. Aggiungo che la produzione di un disco di questo tipo è resa possibile dalla tecnologia oramai alla portata dei più.

Domanda d’obbligo a questo punto: quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Suonerò live nei prossimi mesi proponendo la musica del villaggio. Sto lavorando sulla gestione dal vivo di questo nuovo strumento eseguendoci i nuovi brani e riarrangiandoci composizioni più vecchie. Mi piace questa parte del lavoro, sto scoprendo tante nuove possibilità esecutive.
Tra una prova e l’altra, mi capita di fissare i tetti dal terrazzo di casa, so che mi stanno dicendo qualcosa ma sono troppo distratto per sentirli, per ora sono troppe le corde da intonare.

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