#Intervista con Teho Teardo (Giugno 2018) su #neuguitars #blog

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Intervista con Teho Teardo (Giugno 2018)

http://www.tehoteardo.com/it/

Quando hai iniziato a suonare la chitarra e perché? 

Da ragazzino ho studiato per anni il clarinetto ma non mi piaceva, mi annoiava perché non trovavo musica che mi piacesse suonare con quello strumento. A casa dei miei c’era una chitarra e così ho cominciato a strimpellarla con curiosità. In quel periodo la musica era anche un aggregatore sociale e suonare con gli amici è stato un passaggio significativo per la mia adolescenza. Il primo album degli Stooges, a tredici anni, fu una spinta fondamentale per suonare la chitarra, una sorta di vettore potentissimo, semplice, lineare, ripetitivo. Mi parve ci fosse una possibilità lì. Ci ho provato.

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Che studi hai fatto e qual è il tuo background musicale?

Facevo girare a 16rpm i dischi, la lentezza mi consentiva di imparare a suonare i vari passaggi che a velocità normale erano inavvicinabili per un principiante. Ho scoperto uno spazio che nella musica a velocità normale non esisteva ed ho cominciato a pensare a 16 giri. Grazie a questo avvicinamento, negli anni successivi, ho capito cosa poteva essere lo spazio nel suono, il vuoto, le pause. In un mondo al rallentatore mi pareva che tutto potesse avere un senso. Il tempo che intercorreva tra una nota e l’altra mi pareva uno spazio sconosciuto da comprendere. Un tuffo nel cosmo, dei buchi dove guardare dentro. O forse non l’ho capito e sono ancora qui a cercare qualcosa. La prima volta che ascoltai Earth e Codeine, oltre ad appassionarmi alla loro musica, mi riportarono immediatamente ai miei lunghi pomeriggi davanti ad un giradischi rallentato.

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So che hai una visione musicale più ampia di quella di un semplice strumentista, ma mi piacerebbe sapere con che chitarre suoni e con quali hai suonato….fai uso anche di effetti o pedali particolari?

Utilizzo molte chitarre, dipende da cosa devo fare. Il mio strumento base è una baritona, in realtà un fender bass VI accordato come una baritona. Una via di mezzo tra una chitarra ed un basso, un ibrido fallimentare che sparì dal mercato poco dopo il lancio e che è riapparso nell’apparentemente rassicurante retromania che ci perseguita instancabile. Sì utilizzo spesso degli effetti, il mio effetto preferito è non cambiare mai le corde, una chitarra che utilizzo solo in studio monta ancora delle corde dell’89, la suono sempre con cura sperando non si rompano. Cambio costantemente accordature per non abituarmi mai a passaggi che tenderei a ripetere. Ho bisogno di sabotare ciò che so della chitarra per poi suonarla. Per me la chitarra è una sfida continua.

 

Provo a partire dall’inizio: ho un ricordo di una puntata di Tg2 Dossier, mi sembra fosse condotta da Minoli, con uno speciale di Red Ronnie dedicato al Great Complotto, mi ricordo che mi aveva colpito…tu all’epoca abitavi a Pordenone, com’era la scena musicale che frequentavi coi Meathead?

Quando il Great Complotto fu interessante io ero troppo piccolo, poi si è trasformato in qualcosa che non mi attirava neanche un po’ e da cui ho sempre tenuto le distanze. I Meathead non c’entrano molto con Pordenone, il primo album fu registrato spedendo nastri a vari musicisti in giro per il mondo proprio perché localmente pareva quasi impossibile trovare altri musicisti in sintonia con quanto avevo in mente. Solo successivamente siamo diventati una band, ma di Pordenone c’era solo G.no, il bassista.

Come è nata la tua collaborazione con Blixa Bargeld? I due dischi che avete realizzato assieme sono davvero notevoli, c’è dentro tutto: un suono curatissimo, timbriche perfette, tanto umorismo.

Stavo lavorando ad un progetto teatrale, Ingiuria, con Chiara Guidi della Socìetas Raffaello Sanzio ed ho pensato che Blixa fosse la persona adatta per quanto stavamo realizzando. Successivamente ho scritto con lui una canzone per un film, A Quiet Life, da lì pensare un album insieme e poi un’altro è stato assolutamente spontaneo. Ci siamo anche divertiti molto e continuiamo a farlo.

La tua sembra una delle rare figure capaci di muoversi all’interno di generi e situazioni diverse, va tanto di moda la parola “crossover” ma io preferisco il termine “rinascimentale”, quando hai cominciato ad occuparti anche di teatro e di cinema?

“Crossover” era un termine che andava di moda nei primi anni novanta in cui un frullatore bastava per abbinare mondi sonori inconciliabili . Oggi non saprei come declinarlo. Allora pensavo fosse sufficiente prendere un campione dal primo 7” degli Unsane, mandarlo al contrario e infilarci sopra un beat rallentato di Gene Krupa. Ovviamente non era sufficiente, ma è stato un altro inizio. Ho cominciato a lavorare al cinema quasi per sbaglio, sono passati una ventina di anni e continuo a trovare motivi di interesse e spinte da cercare. Lo stesso vale per il teatro, proprio in questi giorni sto nuovamente collaborando con Enda Walsh a Grief Is The Thing With Feathers, un’esperienza strepitosa con Cillian Murphy. Un costante processo di apprendimento. Alla fine del percorso potrei cancellare tutta la musica e ricominciare da capo. Quella furia lì. 

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Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Viviamo in un’epoca di iper documentazione. Qualsiasi ambito musicale è stato studiato, riprodotto. Ci sono molti testi, dischi e la rete è piena di tutorial per riprodurre qualsiasi brano. Repertori e comportamenti codificati nella musica classica, il jazz ed il rock oltre ad un ambito che continuiamo a voler chiamare sperimentale. Difficile pensare di riuscire ad esser così liberi quando si improvvisa perché non è così immediato evitare il peso di tutte le informazioni che abbiamo acquisito e che transitano nella nostra memoria e quindi nei nostri comportamenti. Un tentativo, per quanto mi riguarda, è quello di affidare alla casualità o ad un numero di regole rigidissime cosa si può fare o meno. Creare una situazione di difficoltà in cui una serie di consuetudini musicali non sono più percorribili. Per me diventa un modo per dimenticarsi di sé e riuscire ad improvvisare. Ma anche lì ho molti dubbi sulla reale capacità di uscire dai tragitti a cui siam legati.

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Qual’è il ruolo dell’errore nella tua visione musicale?

Una professoressa di mio figlio si è accorta che Giacomo è disgrafico, nulla di grave, una forma leggera. Cercando di aiutarlo a risolvere il problema mi son reso conto che forse ho una dose di dislessia e disgrafia in me. Come se vivessi sempre a contatto con l’errore. Questa prossimità è diventata parte del mio scrivere perché ho inserito talmente tanti errori nel mio lavoro, dimenticanze, buchi, mancanze, doppioni che ho dovuto trovare spesso soluzioni e rimedi fino a forzare la mia scrittura: una sorta di auto sabotaggio costante che definisce ciò che sono nella musica.

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Ci consigli cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con se…i classici cinque dischi per l‘isola deserta..

Harold Budd & Brian Eno – The Pearl

Clock DVA – Advantage

Nick Drake – Pink Moon

Labradford – Mi Media Naranja

Steve Reich – Music for 18 Musicians

Sonic Youth – Evol

Questi sono già sei, poi cambierebbero fra mezz’ora.

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Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Mi fermo un po’ a pensare. Ho lavorato come un pazzo in questi anni. Ci sono un po’ di cose in moto, ma adesso provo a rallentare tutto. Il 20 marzo 2018 debutta Grief Is The Thing With Feathers per cui ho scritto davvero tanta musica. Sono felice dell’incontro con Enda Walsh, Cillian Murphy e tutto lo straordinario gruppo di lavoro. Ho anche il desiderio di sparire per un po’, insomma è un momento interessante anche perché non ho mai avuto tanti dubbi e perplessità come in questo momento. Leggo molte interviste di artisti ed addetti ai lavori, mi paiono spesso così sicuri, mai un dubbio. A volte io non so proprio cosa fare, mentre accade non me ne accorgo nemmeno, poi brancolo nel buio fino a quando mi rendo conto che non vado da nessuna parte.

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Senti..provo a farti un’ultima domanda e spero di riuscire a formularla bene, tu sei del 1966, io del 1969, credo che per la nostra generazione la musica avesse anche un carattere formativo, ascoltavamo, suonavamo per creare qualcosa di nostro, si esplorava per un piacere che andava al di là del semplice divertimento. Mi sembra che adesso invece la musica si divida in puro intrattenimento o in un eccesso di pensiero, una feroce esaltazione della cultura alta, la tua musica mi sembra porsi a metà tra queste due posizioni estremiste…

Non credo che oggi la musica sia solo puro intrattenimento. Continuano ad uscire dischi notevoli e questo è un buon segnale. Gli anni ottanta sono stati un periodo formativo per me, quando cresci e cominci a capire in cosa ti identifichi o meno. Un momento fondamentale in quanto produzione artistica: la musica doveva essere originale, in qualsiasi ambito. Tendenzialmente si evitavano richiami, citazioni, ognuno doveva rappresentare solamente se stesso senza assomigliare ad altri.

Sia nella musica pop che in quella che all’epoca era definita indie fino alle frange più estreme di ricerca che da allora ho cominciato a frequentare. Una sorta di identificazione per contrasto, per negazione. In classifica c’erano, e meritatamente, i The The e Soft Cell. Le classifiche ora sono ben altro, ma ovviamente non sta a me giudicarle. Oggi la musica ha una funzione più rassicurante, di maggior omologazione e sembra non sia più così importante trovare la propria voce, si preferisce far parte del consorzio umano accordandosi a quanto già esiste facendo ritornare il passato.

Non ho nostalgia, ma preferisco un mondo diverso da questo e, in una sorta di comunità di artisti, mi adopero per cambiarlo.

Ma non mi stancherò mai di dire che continuano ad uscire album bellissimi.

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