#Intervista a Carlito’s Porno Trio (Giugno 2018) su #neuguitars #blog

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Intervista a Carlito’s Porno Trio (Giugno 2018)

https://www.rockit.it/carlitospornotrio

Quando avete iniziato a suonare assieme e perché? Che studi avete fatto e qual è il vostro background musicale?

Abbiamo iniziato per caso nel 2014, in primavera: quando la natura si risveglia e le bestie escono dal letargo; ed un uomo si sa, può uccidere un fiore, due fiori, tre… ma non può fermare la primavera. Almeno così disse Gandhi e noi, in quanto bestie, non ci pensiamo affatto a contraddirlo. Insomma ci siamo trovati come si trovano i vecchi al bar solo con le idee più confuse e meno aspettative, con l’unico obiettivo di divertirci e bere la droga dopo le prove. Ci conoscevamo già per aver preso parte ad altri progetti in passato, situazioni però musicalmente anni luce lontane dalla realtà del Carlito’s Porno Trio ed essendo entrambi alla ricerca di un contesto molto più intimo, easy e soprattutto libero ci siamo dati una possibilità. Come tutte le coppie che si rispettino abbiamo fissato un appuntamento, abbiamo flirtato improvvisando liberamente per ore, ci siamo trovati a nostro agio ed abbiamo deciso che quella sarebbe stata la nostra primavera musicale.

Entrambi abbiamo seguito dei percorsi di studi che hanno contribuito a formarci musicalmente.

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Io, Fabrizio il batterio, inserisco esercizi sul pad o sullo strumento nella mia routine quotidiana; adoro lo studio dei rudimenti e delle sue applicazioni e cerco sempre di aggiornarmi sui nuovi metodi. Principalmente nella mia carriera ho suonato rock, pop e funky ma mi piace esercitarmi anche su metodi che riguardino l’indipendenza jazz dello strumento.

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Io, Ale il chitarraio, ho investito parecchi anni nello studio dello strumento e della teoria musicale: ho avuto occasione di studiare con ottimi e pessimi insegnanti, riuscendo ad apprendere troppo poco dai primi e fin troppo dai secondi. Direi che la mia formazione mi ha depistato e per certi versi ingannato ma non a tal punto da farmi perdere di vista il sogno iniziale. La musica è un linguaggio e la propria dimensione emotiva ha un’importanza fondamentale nella gestione delle risorse. Con Fabry ci sono per me le condizioni ideali per alimentare almeno parte del mio sogno ed esprimermi senza vergogna in un flusso continuo di cazzate che tengono in movimento questa giostra che tanto ci diverte. Ho suonato prevalentemente jazz e rock ma ho avuto anche belle esperienze con progetti cantautoriali e altre realtà.

(A. Notari) Con che chitarre suoni e con quali hai suonato? Usi qualche effetto o pedale particolare?

Per quanto riguarda la chitarra elettrica suono quasi esclusivamente la mia Gibson 347 con corde lisce ed occasionalmente una Gibson Les Paul anche se con il Carlito’s Porno Trio non l’ho ad oggi utilizzata in nessun live e tantomeno nella registrazione del disco. Per quanto riguarda la chitarra acustica suono una Takamine (TNV740S) sia in un pezzo del disco che, impiegando accordature aperte, dal vivo quando proponiamo il duo con la hang-drum (Alessandro “Bat” Fedele). Posseggo anche una splendida Alhambra (10C) che però non ha ancora avuto occasione di essere inserita nel progetto. Di chitarre ne ho avute davvero tante: Steinberger, Manne, Fender, Godin, Ibanez, Jackson ed altre ancora ma nel corso del tempo c’è stata una sorta di selezione naturale.
Da ormai parecchi anni ho abbandonato gli effetti ad unità rack in favore dei pedali perché trovo che oltre alla qualità (gusto personale) siano decisamente più stimolanti per un approccio creativo al suono soprattutto in fase di improvvisazione. Il pedale che adopero maggiormente è il Tube Saturator di Gabz (Bandersnatch Electronics), guru dell’elettronica e del buongusto in quanto a suono e poi, di casa Electro Harmonix, non potrei fare a meno del Black Russian Big Muff, del SuperEgo e del Pog2. Sul disco si sente poco ma dal vivo ha già trovato largo spazio il Disaster Fuzz dell’ Effector13 e presto lo splendido Totes Magoats (8 bit synthetic transposer) pedale boutique della Bandersnatch Electronics renderà il suono di Carlito del tutto fuori di testa.
Insomma, diciamo che lo spazio liberato dalla vendita delle chitarre viene pian piano colmato dall’ingresso nel setup di nuove diavolerie a pedale.

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Come è nata l’idea del’ vostro disco “Embarrassing music for erogenous zones”? La vostra è una formazione un po’ curiosa …ci spiegate il ruolo all’interno del trio della bambola gonfiabile, si tratta di un ruolo estetico, formale,o..pratico?

“Embarrassing music for erogenous zones” è idealmente costituito da un’unica traccia che attraverso tante piccole situazioni legate tra di loro sviluppa la narrazione; è il tentativo di fissare su disco quanto proponiamo dal vivo. Il repertorio nasce dalla registrazione di ore ed ore di improvvisazioni dalle quali abbiamo sviluppato le idee che più ci stimolavano o che meglio riuscissero a creare un legame le une con le altre: un’accozzaglia di soluzioni musicali ispirata ai nostri umori ed al flusso di coscienza. In “Embarrassing music for erogenous zones” il linguaggio del Carlito’s Porno Trio cerca di sviluppare il concetto di idea musicale come elemento narrativo in modo da trascinare l’ascoltatore in luoghi emotivamente instabili e possibilmente stimolanti. L’approccio punk, l’improvvisazione e la cultura dell’errore sono tesi alla conquista di una spontaneità espressiva che prende le distanze dalla musica progressive, lasciando alle strutture musicali a volte anomale e ai tempi dispari il solo compito di proiettare l’ascoltatore in un mondo porno: dove tutto è lecito, stuzzicante e scabrosamente umano.
Per quanto riguarda la bambola è la nostra musa e soprattutto dovevamo giustificare il nome della band che a suo tempo era stato partorito a caso. In ultimo, senza volerci macchiare di un weinsteiniano maschilismo, anche dal vivo un po’ di gnocca tira sempre e la nostra bambola fa la sua porca figura.

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Quale significato ha l’improvvisazione nella vostra ricerca musicale? Ve lo chiedo perchè ascoltandovi suonare la vostra musica è così precisa che sembra scritta…formalmente impeccabile…

Grazie, è un bel complimento. A livello compositivo il 98% del materiale proposto è nato dall’improvvisazione e solo il restante 2% è, per così dire, nato su carta. L’improvvisazione nel nostro caso è da intendersi come modus operandi nella formulazione di nuovo materiale musicale che poi andiamo a selezionare e sviluppare. Il tipo di organico e la cifra stilistica della nostra proposta lasciano comunque molto spazio all’ improvvisazione (nel senso più canonico del termine) e seppur ci siano parti della scaletta ben definite rimane sempre ampio margine per manipolare e manomettere le cose in base al mood della serata. Ogni live è un caso a sé e suonando preferibilmente a terra per creare un legame con il pubblico la nostra performance si ispira necessariamente, nel bene e nel male, all’atmosfera che ci circonda.

Qual’è il ruolo dell’errore nella vostra visione musicale?

Fondamentale. L’errore è quell’elemento che apre una porta di cui fino ad un istante prima ignoravi l’esistenza; che mostra un sentiero mai percorso. L’errore richiede coraggio, ostinazione e testardaggine perchè dopo il primo spesso ne arrivano di nuovi. L’errore è per Carlito il deus ex machina, insomma ci porta là dove non arriveremmo da soli, è il genio del Necchi… è fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione.
Anche sforzandoci non riusciamo a dare una connotazione negativa perchè, soprattutto dal vivo, l’errore è espressione di chi sei in quel momento. Gli errori non arrivano a caso, ma per motivi precisi: emotività, problemi tecnici, articolazioni che alla nostra età fanno i capricci…perché dovremmo nascondere tutto questo?! Vorremmo essere sinceri con chi abbiamo davanti e creare un unico organismo col pubblico. Il live non vuole essere per noi un compito da eseguire per avere un buon voto.
Inoltre l’errore è occasione di riscatto, richiede uno sforzo morale anche là dove risulti irrimediabile. Ogni errore è un nuovo inizio. Questo non ce l’ha insegnato Gandhi ma il nostro eroe d’infanzia: Roberto Baggio.

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Il vostro disco unisce tra loro tanti stili musicali diversi, mi chiedo se per voi la storia della musica..il suo decorso cronologico abbia un senso, in un certo senso nella vostra il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Di questi rischi crediamo non se ne corrano quando la proposta è sincera. Nel nostro caso il linguaggio è frutto di un percorso umano e musicale e non una forzatura od il risultato di chissà quale pensiero… se le condizioni non fossero queste probabilmente tutto suonerebbe artificioso e noi per primi ci saremmo già stancati l’uno dell’altro.
Il fatto che nella nostra proposta musicale rientrino diversi stili ha a che fare probabilmente anche con l’aspetto onirico di ciò che proponiamo: un viaggio che tende a tralasciare il razionale in favore di un divenire a volte goliardico ed altre più contorto; si sognano immagini e situazioni che sono rimaste in maniera consapevole o meno impresse nella mente e così noi si suona.
Non tralasceremmo neppure l’aspetto dell’insicurezza: avessimo il groove dei The J.B.’s probabilmente, oltre ad avere il sorriso fin dietro le orecchie, suoneremmo funky dalla mattina alla sera così come formeremmo una boy-band se fossimo giovani e aitanti ballerini canterini. Suoniamo fondamentalmente quello che siamo senza porci troppe questioni e con la mira di coinvolgerci e sorprendici.

Ci consigliate cinque dischi per voi indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..

Fabry:
Pink Floyd “Dark side of the moon”
The Beatles “Sgt. Peppers”
Red Hot Chili Peppers “Blood sugar sex and magic”
Led Zeppelin “Led Zeppelin”
Nirvana “Nevermind”

Ale:
Lucio Dalla “Dalla”
Nirvana “In utero”
Jimi Hendrix “Axis: Bold as Love”
John Coltrane “Crescent”
Billie Holyday “Lady in Satin”

Quali sono i vostri prossimi progetti? Su cosa state lavorando?

Abbiamo recentemente avuto il piacere e l’onore di partecipare ad una compilation di 60 artisti underground che, ciascuno con un brano dalla durata di 60 secondi, andranno a formare “Autospurghi – Vol. 1 (suoni dalla fossa biologica), il tutto sarà stampato su vinile e reso disponibile su bandcamp. Registreremo non appena possibile un brano originale con Alessandro Bat Fedele alla hang-drum e stiamo già pensando al nuovo disco. Ultimamente abbiamo inserito nei nostri live parti nuove e stiamo integrando l’uso di piccoli sintetizzatori per far sì che la nostra musica sia più accattivante e magari arriveremo persino ad adoperare l’auto-tune perchè si possa arrivare anche ai giovani… stiamo inoltre valutando la possibilità di ampliare l’organico con l’acquisto di una nuova bambola o con l’aggiunta di un elemento ma è ancora presto per sbilanciarsi. Insomma, abbiamo parecchie cose da proporre e si tratta di capire che strada perseguire.

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