#Intervista, JOE MORRIS UN GENIO DEL FREE JAZZ di Sergio Sorrentino (Febbraio 2014) su #neuguitars #blog

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JOE MORRIS UN GENIO DEL FREE JAZZ di Sergio Sorrentino (Febbraio 2014)

http://www.joe-morris.com/

Joe Morris (1955) è uno dei più grandi chitarristi del free jazz e della free music. Ha al suo attivo numerosi album (per importanti etichette quali Leo, Aum Fidelity, ECM, Rare Noise) e vanta collaborazioni prestigiose (Matthew Shipp, William Parker, Joe e Mat Maneri, Butch Morris, e tanti altri).
Il suo stile è molto personale. Joe unisce varie ispirazioni (tradizionali, classiche, d’avanguardia) in un unico ed ininterrotto stream improvvisativo sempre affascinante ed altamente espressivo. Il suo fraseggio è sempre coinvolgente e geniale. E non possiamo non essere d’accordo con Gary Giddins quando scrisse che “se Ornette Coleman fosse Jim Hall, sarebbe Joe Morris”.

Per gli amanti del Free Jazz, Joe Morris costituisce senza dubbio il loro assoluto ed inimitabile guitar hero. Sia in veste elettrica, sia in quella acustica, Joe Morris riesce a creare libere improvvisazioni efficaci e coinvolgenti, dall’alto di una tecnica davvero invidiabile.

Ciao Joe, il tuo stile è davvero unico. Usi scale particolari, patterns, arpeggi?

Uso tutto. Mi esercito tuttora con scale e arpeggi.
Il mio obiettivo per quanto riguarda il fraseggio è quello di ottenere una melodia ed impiegare le mie idee melodiche come un template che ispiri a sua volta nuove idee. Nelle mie giornate no, il fraseggio procede nella versione “default”, ed è costituito da tutto ciò che ho già acquisito tramite la mia volontà di creare melodie.
Nelle mie giornate migliori, invece, nel mio fraseggio c’è qualcosa di nuovo che a sua volta entrerà a far parte del mio playing di default.
Dunque ho creato il mio fraseggio semplicemente suonando.

Hai avuto anche influenze importanti per il tuo fraseggio?

Oh…tantissime! Innanzitutto ho grandi debiti verso molti sassofonisti come Jimmy Lyons, Ornette, Dolphy, Coltrane, Braxton, Roscoe Mitchell, Archie Shepp, Albert Ayler, ed anche Cecil Taylor, Monk, Don Cherry, Sirone, Fred Hopkins, Alhaji Bia Konte (il maestro della “kora”), Django Reinhardt, field recordings di musica africana, Olivier Messiaen, Ives, Jimi Hendrix, Rev. Gary Davis, Blind Lemon Jefferson, Baden Powell, John McLaughlin, Derek Bailey, Evan Parker Lowell Davidson ed altre migliaia di musicisti.

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Usi particolari esercizi per il tuo virtuosismo?

Ho creato alcuni esercizi sugli intervalli e clusters da impiegare anche nei soli, ma va a finire sempre che improvviso tutto. Non voglio che gli esercizi rimpiazzino la musica. Voglio essere sempre espressivo e per far questo ho bisogno di suonare bene a tal punto da rendere credibile quello che faccio. Sono abbastanza critico verso il mio modo di suonare e non mi definirei un virtuoso. Sono sempre sorpreso e grato nei confronti di chi, come te, mi definisce un “virtuoso”.

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Beh…i tuoi virtuosismi sono sotto “le orecchie” di tutti! Il tuo album in solo “Singularity” è un vero capolavoro. Si tratta di libere improvvisazioni per chitarra acustica. Ce ne puoi parlare?

Per anni ho lavorato per trovare una mia maniera di suonare con tutte le dita. Ho pensato a me stesso come un chitarrista americano e quindi estraneo alla tradizione classica europea. Per questo ho studiato molta tecnica del delta blues, del ragtime, del jazz degli albori, del banjo e di molta musica per cordofoni africani. Ero appassionato della musica classica del ventesimo secolo e del free jazz di Coltrane, Cecil Taylor, AACM, Ayler, Dolphy, ecc. E quindi il mio modo di suonare “in solo” è una sintesi di tutto questo, filtrato dal mio senso di invenzione. Ho composto dei brani che mi aiutassero a sviluppare il mio stile solistico. Quando ho inciso “Singularity” avevo già abbandonato quelle composizioni (alcune le avevo incise nel mio primo album in solo “No Vertigo”, pubblicato dalla Leo Records nel 1993) ma ne ho utilizzato alcune idee nelle mie improvvisazioni.

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Descrivi le tecniche del Free jazz e della Free improvisation in modo più che esaustivo nel tuo libro “Perpetual Frontier” (Riti Publishing). Che cosa ti ha spinto a scrivere un libro dedicato a questi argomenti?

Ho sempre pensato che sul Free jazz e sulla Free improvisation non vi erano degli studi esaustivi. Tutte le pubblicazioni a riguardo consistevano in saggi filosofici o storici. E quindi ho ritenuto che questa mancanza andava colmata. Ho cominciato a insegnare negli anni ’90. Ed ho sempre cercato di rendere comprensibili le forme e i linguaggi di questi particolari approcci musicali. Ho insegnato questo materiale fino al 2000 presso il New England Conservatory of Music di Boston. Durante quegli anni ho sviluppato le idee che potete trovare nel libro. Idee che poi sottoponevo ai miei allievi. Il libro è nato quindi anche grazie a loro.

Suoni sia la chitarra elettrica e sia l’acustica. Come scegli quale usare in base ai progetti?

Credo che il primo fattore sia il volume. Credo che suonare con un amplificatore sia molto diverso dal suonare acustico, quindi dipende molto anche dal tipo di progetto e dal numero dei componenti del gruppo. Dal punto di vista timbrico la chitarra acustica consente più soluzioni. In ogni caso sia la chitarra elettrica e sia l’acustica sono due differenti e meravigliosi strumenti, e mi appartengono entrambi.

Come procedi nella composizione?

Di solito inizio lasciandomi guidare dall’istinto impiegando qualche materiale melodico che ho precedentemente cantato in un registratore o scritto su carta, dipende se ero in macchina o in un posto dove avevo la possibilità di scrivere. Poi sviluppo questa melodia suonando e in molti casi scrivendo. Ultimamente nutro più interesse verso l’improvvisazione.
Adatto il materiale che suono ad una situazione e ad un’altra attraverso la tecnica che io chiamo “le proprietà della musica libera” (“the properties of free music”), ovvero presentando agli altri musicisti parti che riguardano la pulsazione, la struttura (melodica, armonica e timbrica), la forma.

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Questo approccio mi permette di esibirmi con materiali ancora non composti, riuscendo a raggiungere l’unicità che una composizione dovrebbe avere. La mia concezione di composizione include l’idea che il non avere niente di scritto può risultare il modo migliore per raggiungere una forte ed originale idea musicale.

Ci parli delle tue releases più recenti?

Le mie ultime uscite sono “Altitude” (Aum Fidelity) un trio con William Parker al basso e Gerald Cleaver alla batteria, “From the discreet to the particular” (Relative Pitch) con Agusti Fernandez al piano e Nate Wooley alla tromba. “Slobber Pup” (Rare Noise) con Jamie Saft alle tastiere, Trevor Dunn al basso elettrico e Balasz Pandi alla batteria, e “Living Jelly” con Ivo Perelman (leader e sassofono) e Gerald Cleaver alla batteria.
Come al solito le mie releases sono molto differenti tra loro. Credo di non essermi mai ripetuto nei miei album. E’ una cosa che richiede molto lavoro e di cui vado molto fiero.

Di recente usi chitarre diverse, da cosa è formata la tua strumentazione?

Per molti anni la mia unica chitarra era il mio Les Paul custom. Lo uso ancora, soprattutto per i miei progetti più “ad alto volume”. Poi possiedo varie chitarre archtop non molto costose (viaggio molto e non mi fido a portare in giro chitarre come le Gibson L5 o L7). Queste chitarre sono una Eastman ar-810, una Ibanez af-120, una Washburn j6, e una Washburn Hb-35 che è una semi-hollow body simile ad una Gibson 335. Ho sostituito i pick-up di alcune di loro e vanno alla grande. Amo tutti i miei strumenti.
Per quanto riguarda gli amplificatori, ho Fender Deluxe silverface del 1974 con un EV speaker. Un Marshall JCM 2-12” combo 100 watt per i concerti dove ho bisogno di un volume maggiore. Ed infine, per amplificare la mia Eastman archtop uso un Roland AC-60.

I tuoi prossimi progetti?

“Mess Hall” l’ultima parte del mio Big Loud Electric guitar Trilogy, con Steve Lantner alle tastiere e Jerome Deupree alla batteria.
Un nuovo quartetto con Jim Hobbs al sax alto e due giovani ed incredibili musicisti: Pat Kuehn al basso e Nick Neuburg alla batteria.
Poi ho ricostituito il mio quartetto degli anni novanta con Mat Maneri, Chris Lightcap e Gerald Cleaver. Registreremo alla fine dell’estate.

Grazie di cuore, Joe!

Grazie a voi!

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