#Intervista con Ernesto Orrico e Massimo Garritano (Ottobre 2018) su #neuguitars #blog

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Intervista a Ernesto Orrico e Massimo Garritano (Ottobre 2018)

Come è nato il vostro sodalizio e come è nata l’idea di “Talknoise”?

Ernesto:

Cosenza è una piccola città di provincia con una sorprendente vitalità culturale, la scena artistica è molto attiva e più o meno, tra musicisti, teatranti e artisti visivi ci conosciamo tutti. Massimo e io ci siamo inseguiti per anni, sempre ripromettendoci di poter fare qualcosa insieme, l’occasione si è presentata con la messa in scena de “La mia idea. Memoria di Joe Zangara”, sulla storia dell’anarchico italiano che nel 1933 finì sulla sedia elettrica dopo un fallito attentato contro il presidente degli Stati Uniti, in questo lavoro la mia voce e gli strumenti a corda suonati da Massimo (bouzouki e dobro), si producono in un dialogo continuo in cui risuonano echi di Mediterraneo e riverberi d’America.

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Che studi hai fatto e qual è il tuo background musicale?

Massimo:

Ho iniziato all’età di 14 anni da autodidatta sulla chitarra acustica, con l’obiettivo di suonare ai falò estivi. Cosa che avvenne con esiti discutibili dato che avevo imparato maggiormente canzoni in lingua inglese e, come potrai immaginare, se ad un falò non canti in italiano non hai appeal.

Sono sempre stato un fan della musica prima che un musicista e non pensavo di farne una professione perché in realtà il mio sogno era fare la rockstar.

Crescendo ho capito che mi mancava le fisique du role così ho accettato la mia condizione ed ho deciso di approfondire anche la chitarra elettrica iniziando a prendere lezioni private, entrando in contatto con il jazz. Successivamente una borsa di studio vinta per andare un anno al Berklee College e continui approfondimenti all’estero e in Italia con tante persone. Ad un certo punto mi sono iscritto al Conservatorio per ufficializzare un certo mio know-how e apprenderne altro. Ho conseguito il diploma di I° Livello in Chitarra Jazz e quello di II° livello sempre in Musica Jazz con una tesi specifica sulla “Solo Performance”. Nel frattempo avevo abbandonato la chitarra acustica e il rock. Ho avuto e continuo ad avere collaborazioni in organici di musica jazz benché negli ultimi anni stia concentrato le mie energie prevalentemente sul materiale originale. Mi rendo conto soltanto adesso di come abbia sempre avuto la propensione a manipolare la materia musicale ed il suono. Arrangiare, fare mia ogni composizione altrui, proporre la mia visione della musica. Circa il background musicale se mi guardo indietro devo annoverare certamente Neil Young, Joni Mitchell, Simon & Garfunkel, il cantautorato italiano di De Andrè e Battisti, il rock della West Coast e quello gentile dei Dire Straits, i primi Santana. Il sound Motown, Hendrix, un po’ di Progressive, la musica etnica, successivamente la musica sperimentale.

Con che chitarre suoni e con quali hai suonato?

Massimo:

Posseggo un’unica buona chitarra acustica che uso principalmente nel mio progetto in solo, una Martin D-35 elettrificata con magnete e trasduttori ed una Ovation, prima chitarra che conservo in custodia da 20 anni.

Per contro ho più chitarre elettriche.

La mia prima chitarra è una Fender American Standard del 1989 alla quale ho cambiato pick-up e che, dopo anni di inutilizzo ingiustificato, ho rimesso in attività usandola con la Calabria Orchestra, un organico di recente costituzione che si muove tra la musica tradizionale e la sperimentazione formato da musicisti e docenti dei dipartimenti di Jazz e Musiche Tradizionali del Conservatorio di Cosenza e da alcuni tra i migliori musicisti e cantanti di musica popolare della Calabria e Sicilia. Nei contesti di musica pop-rock utilizzo maggiormente una Stratocaster Deluxe, una Telecaster e una Godin Sinth Access.

talknoise foto M Costantino Max

Infine una Klein Custom che è quella che si sente in Talknoise e che mi pagai con il lavoro di cameriere a Milano alla fine degli anni ’90. Ho anche una Dobro, una Lap Steel che mi è stata regalata da Mario Massaro, un bravissimo liutaio delle mie zone, una Takamine classica che uso in rarissimi casi e un bouzuki greco preso ad Atene da mia sorella. Attualmente ogni mio progetto originale ha una sua chitarra dedicata per via delle caratteristiche proprie dello strumento. Alle corde affianco effettistica ed oggetti di vario genere con i quali tratto il suono.

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In passato hai realizzato altri dischi, muovendoti in ambiti diversi. Dischi come “Doppio Sogno” con Alberto La Neve e “Present”, il tuo disco solista dove suoni con un orecchio volto a Michael Hedges e a Alex De Grassi. Ce ne vuoi parlare?

Massimo:

Sono due dischi che vanno in direzione contraria a Talknoise.

Chi ascolterà i tre lavori potrà pensarmi come uno schizofrenico musicale. Cosa che in parte lo è perché convive in me una doppia anima, da sempre. “Doppio Sogno” è stato il primo lavoro di quella che amo definire la mia nuova fase musicale coincidente con il ritorno al timbro originale dal quale ero partito: la chitarra acustica. Racchiude 4 mie composizioni, 2 composizioni di Alberto ed una scritta insieme. Tutte eseguite con la martin e il soprano, ad eccezione di un mio piccolo ausilio di loop station nell’ultimo brano. Un disco realizzato velocemente, in modo fresco: tre take per brano e via. Senza sovra-incisioni. Praticamente un live in studio. La stessa procedura è stata seguita anche per realizzare Talknoise. “Present” ha tutta un’altra storia. Un po’ più lunga. Occorre partire dal 2008 anno nel quale mi trovavo a Tromso nel nord della Norvegia. Sembra strano ma esiste un nord più a nord, per me che vengo dalla Calabria. All’epoca attraversavo una forte crisi artistica e personale. Traevo poca soddisfazione da quello che stavo vivendo musicalmente. Sentivo che qualcosa doveva cambiare, avvertivo di dover andare da qualche altra parte, un richiamo alle origini che misi a fuoco tempo dopo. Pensai finanche di mollare. Caso volle che mi imbattei in un artista col quale scambiai qualche mail su MySpace, il social dell’epoca. Le sue parole servirono a interrogarmi approfonditamente sul reale senso di alcune scelte e del perché si fanno. Ritornato in Italia, dopo una breve puntata in Francia per registrare un altro progetto decisi che era il momento di agevolare il mio sentire musicale quanto più possibile. Partii da zero a studiare la chitarra acustica approfondendo il mondo delle accordature alternative. Procedendo a piccoli passi verso l’elaborazione di un progetto in solo.

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Il tutto coincise con il mio ritorno nel mio paese d’origine, San Fili, dove iniziai a suonare la chitarra. Attuo un salto quantico omettendo anni di concerti in solo, sperimentazioni e sonorizzazioni, scelta della strumentazione, ed arrivo al 2016, l’anno di realizzazione e uscita di “Present” nel quale ho utilizzato chitarra acustica, dobro, bouzuki ed oggetti vari oltre all’effettistica. Il titolo vuole ricordare l’importanza dell’hic et nunc. Esserci nel presente, senza ansia per il futuro o pesi provenienti dal passato. Il disco è stato prodotto da Manitù Records l’etichetta che abbiamo messo su io Alberto e Carlo, il bassista che mi mollò agevolando la mia carriera solista. Concludo dicendoti che quest’anno sono stato invitato a suonare al noto festival “Un paese a sei corde” e a dieci anni esatti dalla mia crisi, ho incontrato per la prima volta quella persona con la quale mi scrissi nel 2008 e della quale non ricordavo neanche il cognome. Credo che tutto questo abbia un senso profondo.

Qual è il vostro background musicale e culturale?

Ernesto:

Ho una formazione principalmente legata al teatro, la recitazione è il mio skill principale, ma la musica nella mia vita è stata sempre presente, da giovane ho fatto parte di diverse band come cantante, tra metal, punk e grunge. Nelle mie proposte teatrali, dalla fine degli anni 90 in poi, ho sempre cercato di coinvolgere musicisti di diversa estrazione, passando dall’elettronica al folk, dal jazz al rock, con in testa un’idea di teatro musicale non direttamente legata alla grande tradizione italiana. Mi è capitato, da un punto di vista teatrale, di incontrare alcuni artisti che mi hanno molto aiutato nel percorso di ricerca della mia voce, di una strada artistica personale… incontri a volte anche molto brevi, ma intensi e stimolanti, penso a Mariangela Gualtieri, ad Armando Punzo, a Michele Di Stefano, a Francesco Scavetta e più di recente a Marco Martinelli e Ermanna Montanari.

Massimo:

Ho iniziato per imitazione, guardando gli amici del paese e le prime esperienze musicali le feci con loro. Poi garage band quando davvero si suonava nei garages e scendevano gli inquilini dei primi piani a lamentarsi. Tanti gruppi di musica pop-rock nei primi anni, cover band nella fase dell’acquisizione del parco chitarre di cui sopra. Tour di musica leggera ma sempre con un occhio e un piede nella musica originale e nella sperimentazione. Progetti in trio elettrico che sono arrivato più volte ad incidere ma che poi sono rimasti dei demo. Tanta roba, tutta diversa. In linea con il mio bipolarismo musicale. Senza confini.

talknoise live foto M Costantino

Quale significato ha l’improvvisazione nella vostra ricerca artistica? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Massimo:

L’improvvisazione deve essere costante ricerca. Alcune mie composizioni sono nate da improvvisazioni che ho avuto la fortuna di registrare e dalle quale ho estratto materiale poteva funzionare come cellula melodico-ritmica da elaborare. Seguendo un po’ il metodo applicato da Joe Zawinul nei Weather Report. Uno dei motivi per i quali ho intitolato il mio primo disco “Present” è proprio il voler rimarcare l’importanza dell’essere presenti a se stessi, sempre. Tale presenza in musica è per me rappresentata dall’improvvisazione. Infatti la traccia eponima è per l’appunto una libera improvvisazione che conferma l’idea soggiacente il lavoro.

Io credo che ogni repertorio dovrebbe accettare al suo interno elementi di improvvisazione perché è essa stessa l’unica pratica musicale necessaria a mantenere fresca e viva la musica. Fondamentale per me è stimolare il pubblico, tenerlo sempre sul filo. In equilibrio. Non lasciarlo sonnecchiare sulla poltrona del teatro. Purtroppo sappiamo che questo non accade ed è anche il motivo per cui certa musica ha l’odore della muffa.

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Qual è il ruolo dell’errore nella vostra visione musicale e artistica?

Ernesto:

L’errore arriva all’improvviso e può essere accolto, può essere anche coccolato, può essere, in un modo che è tutto da scoprire, ricondotto sul sentiero dell’utile. L’errore è funzionale, specie quando si sta cercando qualcosa, un suono, una parola, una concatenazione in un territorio non strettamente chiuso nei confini di un genere. L’errore è necessario per incontrare qualcosa di inedito.

Massimo:

Ho imparato che l’errore è elemento imprescindibile dalla condizione umana oltre che musicale. L’importante è come esso viene gestito. In musica è qualcosa che porta in sé un elevato potenziale creativo. Come tale va accolto, protetto, elaborato in tempo reale e mai giudicato. Col tempo, soprattutto nelle mie solo performance, ho imparato a controllare la parte razionale, il giudice che è in me. In pratica quando suono mi concentro a frenare l’intervento dell’emisfero destro – sono mancino per cui per me è tutto al rovescio. Mi rendo conto che in alcuni contesti questo atteggiamento non è applicabile. Penso alle mie frequentazioni negli ambienti del pop o nelle situazioni più orchestrali. Cioè, se suoni per altri e sbucci un tema all’unisono con i fiati o scivoli su un accordo mentre la cantante espone un testo, appigliarsi alla filosofia dell’errore creativa aiuta poco.

E qual è secondo la funzione di un momento di crisi? Te lo chiedo visti i tempi in cui viviamo…

Massimo:

In tempi di crisi tutto può succedere. Crisi, se vogliamo rispettare l’etimologia, è cambiamento. Artisticamente dovrebbe essere così, raramente lo è. Chi fa questo mestiere è un oggetto di consumo. Detta così potrebbe “suonare” fuorviante e contestabile ma a meno che non si è ricchi di famiglia in maniera tale da permettersi di vivere una realtà parallela, non possiamo negare che ognuno di noi si confronta con una realtà fatta di mutui, figli, case da ristrutturare, malattie, aumenti di gas e luce. Questo confrontarsi con la difficoltà economica e l’incertezza generale, se ho ben capito il senso della tua domanda, per molti diventa spesso un telo dietro al quale nascondersi per evitare di intraprendere strade meno battute. Penso a musicisti o artisti che portano avanti progetti solo con l’obbiettivo del compiacimento, che spesso cela un disagio di tipo compensativo, o del risultato economico. Vedo molti festival organizzati con l’aiuto di finanziamenti pubblici, tutti accomunati da programmazioni prive di un reale topos culturale, caratterizzati da palinsesti formati da nomi validissimi, per carità, ma nei quali non vi è pressoché traccia di artisti trasversali e meno accomodanti. In tempi di crisi bisognerebbe azzardare di più. Laddove non ci sono garanzie di risultati, di tutela economica, di riconoscimenti, tanto vale dar libero sfogo alla propria creatività senza il timore della commerciabilità e della contabilità. Certo poi le bollette restano da pagare ma a mio avvio ci si riesce comunque. Gli artisti hanno il dovere di farlo, di rischiare e gli addetti alla cultura dovrebbero supportare ancora di più e meglio. Altrimenti “mandiamoli in pensione” come suggeriva Battiato. Se non si approfitta della crisi per provare a creare qualcosa di nuovo allora significa che si è morti dentro. Meglio cambiare mestiere. Sarebbe intellettualmente più onesto.

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Ci consigliate cinque dischi per voi indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta:

Ernesto:

Sonic Youth – Dirty; Neil Young – Weld; Jane’s Addiction – Nothing’s Shoking; Miles Davis – Tutu; Litfiba – 17 Re. Ma, per favore, rifammi la domanda domani, così ne porto altri 5 totalmente diversi!

Massimo:

Neil Young – Live Rust; John Coltrane – A Love Supreme; Ravel – Bolero; Beatles – Sgt. Pepper’s o il White Album; Fabrizio De Andrè – Anime Salve. La verità? Io sull’isola non ne porterei nessuno perché poi ascoltandoli mi verrebbe in mente tutto quello che ho lasciato e mi dannerei sbattendo la testa ai tronchi degli alberi ripetendomi: e Creuza De Ma? Abbey Road, Chopin, David Sylvian, Harvest, Stevie Wonder? I Doors, i Crimson, John Fahey? Hai sbagliato, Max! Ecco, taglio il problema alla radice e non porto nulla. Ascolterò i versi degli animali e il suono di vento, acqua…

Quali sono i vostri prossimi progetti? Su cosa state lavorando?

Ernesto:

Come Talknoise al momento siamo concentrati sulla promozione del disco e nell’organizzare live in teatri e spazi per la musica aperti a progetti non facilmente etichettabili come il nostro. A breve uscirà per i tipi di Edizioni Underground? una mia raccolta di testi dal titolo “Talknoise. Poesie imperfette e lacerti di canzone”, dove sono contenuti anche i testi dell’album, poi da novembre riprendo la tournèe di “Va pensiero” con il Teatro delle Albe di Ravenna. Nel 2019 invece vorrei debuttare con un nuovo monologo teatrale su cui ho iniziato a rimuginare in questi giorni e che spero possa avere ancora le musiche di Massimo, questa volta magari con la chitarra acustica.

Massimo:

Apprendo dalla risposta di Ernesto che dovrò scrivere le musiche per il nuovo lavoro oltre a portare a compimento la scrittura delle musiche del mio secondo disco in solo. Ho già il titolo ma devo mettere a fuoco la musica nella sua totalità e decidere il tipo di realizzazione, se in studio o dal vivo. Prossimamente terrò alcuni concerti in solo oltre che qualche performance di musica totalmente improvvisata. In inverno uscirà il secondo disco dei Red Basica la band di prog rock con la quale siamo attivi da anni. Spero di ricevere altri inviti a suonare in luoghi particolari. Ultimamente ho fatto una performance su una piattaforma in mezzo al lago tra le montagne e magari potrei essere il primo a suonare su Marte. Inoltre da buon “portatore sano di sicuro precariato” e se le graduatorie me lo consentiranno continuerò l’insegnamento in Conservatorio. Insomma: seguo il flusso degli eventi… da improvvisatore convinto.

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