#Intervista con Gabriele Zanetti (Novembre 2018) su #neuguitars #blog

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Intervista con Gabriele Zanetti (Novembre 2018)

http://gabrielezanetti.wixsite.com/chitarrista

Ciao Gabriele, benvenuto sul blog Neuguitars, come è nato il tuo interesse per la chitarra?

Grazie Andrea. Il mio interesse per la musica c’è da quando ho memoria. Per quanto riguarda la chitarra, l’infatuazione è sbocciata quando avevo 13 anni con il primo ascolto di Bright size life di Pat Metheny: è stata una folgorazione che mi ha iniziato alle sei corde e da allora non le ho più lasciate.

Che studi hai fatto e qual è il tuo background musicale?

Sono diplomato in chitarra classica ma la mia formazione è avvenuta fuori dalle aule di conservatorio. Ho suonato per anni in un’orchestra a plettro, con cui abbiamo registrato dischi e fatto tournee: in quell’ambiente che ho ricevuto la mia vera formazione da musicista “classico”. Parallelamente sono stato per anni nel consiglio direttivo di un’associazione che organizzava un importante festival di chitarra acustica: grazie a quest’esperienza sono venuto a contattato con quasi tutti i più importanti esponenti del settore. E’ stato arricchente sotto tutti i punti di vista: non ho mai sopportato troppo le barriere stilistiche e mentali. Suono indifferentemente la chitarra classica, acustica ed elettrica.

Con che chitarre suoni e con quali hai suonato?

Mi sono sempre trattato molto bene. Per quanto riguarda la chitarra classica credo di aver trovato lo strumento giusto per me: si tratta di un capolavoro lattice-braced del liutaio australiano Kim Lissarrague. Ho avuto Bernabe, Lovadina, Contreras, Conde Hermanos ma sono attratto da soluzioni costruttive innovative. Possiedo inoltre una chitarra spagnola di metà Ottocento con cui suono il repertorio appropriato e anche la chitarra appartenuta ad Eddie Freeman. Per quanto riguarda le elettriche ho avuto le grandi firme della liuteria mondiale quali PRS Private Stock, Suhr, Tom Anderson, Melancon, Grosh. Adesso utilizzo molto la chitarra Variax della Line6 con cui è possibile emulare decine di strumenti: la trovo versatilissima e sorprendentemente economica.

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Come è nata l’idea di un disco così particolare come “Deconstructing Dowland” e come mai avete scelto Da Vinci Classics come label per produrlo?

Deconstructing Dowland rappresenta uno sguardo integrale sulla compenetrazione tra suono puro ed interazione meccanico-elettronica in campo musicale riferita a composizioni per saxofono e chitarra. Nel tempo ho contattato decine di compositori che mi hanno inviato numerosi brani inediti: da una scrematura durata circa 2 anni abbiamo selezionato le composizioni che rispondevano meglio all’organicità della proposta che ci eravamo prefissi e al desiderio di eseguire lavori originali scritti per i nostri strumenti.

Da quanto tempo conosci Lorenzo Ricchelli? Il duo sax-chitarra non è molto usuale..anche nel mondo della musica contemporanea…

Io e Lorenzo ci siamo conosciuti l’estate del 2017: partecipavamo entrambi (io come banjoista) ad una produzione che ci ha permesso di passare qualche giorno insieme. Inevitabilmente è emerso il nostro comune interesse per la musica contemporanea d’arte. Lorenzo è un sassofonista incredibilmente dotato che suona con tutte le maggiori compagini orchestrali e in numerosi festival di musica contemporanea. Ha vinto decine di concorsi internazionali di musica da camera ed è una persona estremamente curiosa e competente. Ci siamo imposti l’obiettivo di fare una seria indagine sull’esiguo repertorio originale per i nostri strumenti con l’ulteriore clausola che servissero il nostro scopo. Il risultato della nostra ricerca è convogliato nel disco programmatico Deconstructing Dowland. DaVinci è, a mio avviso, l’etichetta più seria che ci sia in circolazione negli ultimi anni: fondata nel 2015 dal musicologo Edmondo Filippini, ha prodotto la media di 15 dischi al mese ed ha guadagnato credibilità e prestigio a livello internazionale in breve tempo. Quando abbiamo sottoposto il master al direttore artistico, nonostante io avessi già pubblicato un disco con loro e abbia “raccomandato” diversi altri artisti, eravamo poco speranzosi sul possibile sposalizio. DaVinci invece ha apprezzato il coraggio e l’organicità della proposta, dimostrando di sostenere la musica contemporanea in maniera molto concreta. Il catalogo delle nuove partiture e delle uscite discografiche parla da sé.

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Come avete scelto le musiche presenti sul disco? Secondo te, dopo oltre 4o anni è possibile ancora considerare autori come Stockhausen, Berio, Feldman …come compositori di musica d’avanguardia? Le loro musiche sono ancora portatrici di un messaggio nuovo?

Il processo di selezione è durato circa due anni: la scelta effettiva della tracklist è solo il frutto di una visione che si è andata delineando man mano che io e Lorenzo penetravamo l’idea di Decostruzione, che rappresenta il leitmotiv della nostra proposta artistica (non solo musicale). Il concetto di avanguardia è spesso infruttuoso nella sua generalità, perché non dice nient’altro sennonché nell’opera d’arte qualunque materia debba essere mediata e non semplicemente presente. A noi non interessava che la musica proposta fosse o meno d’avanguardia: ci interessava che ci aiutasse a definire il concetto di decostruzione. Nello specifico abbiamo cercato di effettuare una decostruzione di vari aspetti: della forma musicale, all’utilizzo della tecnica, fino all’indagine sul significato stesso di suono. Nella decostruzione si concentra tutto ciò che tradizionalmente è paralinguistico, in tal modo la forma è tramutata nell’antitesi della forma, e diventa la malinconia degli artisti nei quali quella predomina. Chi impreca contro il formalismo, ovvero contro il fatto che l’arte sia arte, chiama in causa un’humanitas ormai anacronistica. Noi abbiamo cercato di far riemergere la relatività attraverso la decostruzione del convincimento che esista una sola verità: ne esistono, latenti, ben più numerose.

Se ascolti una diversa interpretazione di un brano da te già suonato e che vuoi eseguire tieni conto di questo ascolto o preferisci procedere in totale indipendenza?

Procedo in totale indipendenza anche perché raramente mi capita di eseguire musiche che facciano parte del repertorio tradizionale chitarristico. Aborro totalmente le trascrizioni sulla chitarra e sono dedito a leggere e registrare repertorio inedito: questo mi incuriosisce molto e mi dà vera soddisfazione. Mi occupo di ricerca nel senso più frizzante: ho pubblicato alcuni spartiti inediti anche di autori importanti, scrivo, leggo, ma raramente mi trovo a interessarmi di chitarre e chitarristi. Faccio un’eccezione per il chitarrista Cristiano Porqueddu: la sua traiettoria artistica è semplicemente un modello da seguire.

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Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Io sono, ahimè, molto legato al segno scritto. Faccio talvolta finta di essere un jazzista per necessità lavorative, ma è una maschera leggera facilmente leggibile. Ho registrato un disco con un grande jazzista come Guido Bombardieri, in cui abbiamo giocato con la musica classica sudamericana, e mi sono sentito inerme in confronto alla facilità con cui lui sapesse appropriarsi del contenuto musicale. Rispondendo alla tua domanda “NO, non bisogna necessariamente rivolgersi agli altri repertori”: mi è capitato talvolta di suonare musica barocca, in cui l’improvvisazione gioca un ruolo centrale, oppure di dover inserire una cadenza in un concerto di musica da camera: saper uscire dalla pagina scritta è uno degli aspetti su cui sto cercando di lavorare maggiormente da anni.

Qual è il ruolo dell’errore nella tua visione musicale?

Conviviamo quotidianamente: sono tutto fuorché un perfezionista. Io voglio sentire l’umanità nella musica: la perfezione non mi compete. Conosco molta gente che passa la vita con il terrore di esibirsi perché non si sente mai pronta: io sono stato educato all’errore perché è parte della vita. In orchestra a plettro (il corrispettivo della banda per gli strumenti a fiato) ho suonato per anni accanto a persone che non esercitavano la professione di musicisti, ma anche in sale prestigiose e festival in cui non sarei mai potuto arrivare come chitarrista solista. La verità è che accettando i propri limiti si cresce molto più in fretta e in maniera sana.

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Ci consigli cinque dischi per te  indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta…..

Richard Strauss: Vier Letze Lieder/Metamorfosi – Karajan

Charlie Parker: Yardbird

Beethoven: Sinfonia 9 – Klemperer

Dream Theater: Scenes from a Memory

Un disco qualsiasi di Pat Metheny (tranne Zero Tolerance for Silence… quello non mi va giù)

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Sto ultimando un disco sulla musica inedita di Margola con relativa pubblicazione degli spartiti. Sto programmando un progetto discografico dedicato a Paganini. Sto lavorando inoltre alla stesura di un saggio sull’influenza della chitarra nella musica americana di fine Ottocento. Sto inoltre programmando le mie vacanze invernali. =)

Grazie del tempo e dell’attenzione.

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