#Intervista con Arturo Tallini (Dicembre 2018) su #neuguitars #blog

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Intervista con Arturo Tallini (Dicembre 2018)

http://arturotallini.com/

Ciao Arturo e benvenuto nel Blog Neuguitars, è passato un po’ di tempo dalla nostra ultima chiacchierata..sono successe diverse cose nel frattempo. Parlaci di questo tuo ultimo disco “Rosso Improvviso”..mi sembra di ricordare che questo titolo era legato a un dipinto che hai a casa tua..o sbaglio?

Ciao caro Andrea! Si, in parte era legato, almeno nel momento in cui pensai per la prima volta a questo nome, a un quadro che avevo a casa. Ma anche allora il motivo profondo era legato al mio amore per il Rosso e all’idea di improvvisazione che è abbastanza presente nel CD anche se non in tutti i pezzi esplicitamente, ma, Doremi, in tutto il lavoro implicitamente; e poi anche un semplice gioco con il mio CD precedente, BLU….una specie di gioco con Kieslosky, per cui forse verrà anche un …Disco Bianco, prossimamente!

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Ma, a parte il titolo, questo CD è un po’ come BLU: fissa un punto della mia carriera, è un punto e a capo, è una sintesi del mio lavoro di questi anni….e della mia visione del musicista e dell’essere strumentista: il tutto legato da un filo (e potremmo dire un file rouge) , che proviene dalla tradizione. Bach apre e, in un certo senso, chiude (attraverso il pezzo di Pisati) tutto il disco. Non è per una deferenza verso il passato ma un voler dire: non ha senso parlare di musica contemporanea o antica o romantica, insomma le etichette finiscono per essere comode scorciatoie per non pensare, per non ascoltare cn le orecchie aperte….esiste solo la musica e i vari modi in cui l’uomo ha costruito i suoi linguaggi che risentivano e risentono di vicende storiche culturali e filosofiche; e poi esiste il nostro orecchio,, il nostro immaginario sonoro, la nostra cultura personale: tutte cose che contribuiscono a costruire e chiarire e quindi il nostro rapporto con ciò che ascoltiamo.

Credo di aver assistito, in un certo senso, alla nascita di questo progetto. C’ero al concerto a Mestre, il 26 marzo 2010, quanto sono cambiate le tue interpretazioni degli stessi brani da allora?

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Molto, mi pare…a cominciare dalla Ciaccona, che, se penso ad allora, era un po’ la bozza di ciò che è diventata oggi; e oggi la struttura clavicembalistica, l’idea un po’ monumentale nata dalla suggestione dell’ascolto di Leonhardt e Robert Hill, hanno preso corpo negli anni e hanno portato a alla versione del CD….finché dura, naturalmente! Perché, come hai giustamente notato nella tua bella recensione, credo che faccia parte di me il non fermarmi mai…

Berio, come sai, non c’era allora ma è stata una corposissima aggiunta al progetto; Ginastera ha aumentato la sua lucidità, mi sembra: mi rendo conto che la mia esecuzione rende chiara la forma, il linguaggio e, se mi posso permettere (ma si, alla mia età me lo permetto…) fa giustizia delle tante letture incredibilmente lontane dalla partitura e dalle indicazioni così precise dell’autore, che rinforzano il malcostume di buona parte dei chitarristi che pensano che la partitura sia terra di conquista per il proprio narcisismo: valga come esempio il IV tempo della sonata, che, a dispetto della indicazione metronomica addirittura doppia fissata dall’autore, si trasforma in un inespressiva serie di ‘segnali morse’ senza nulla della precisissima scrittura ritmica dell’autore.

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E per finire Pisati: Maurizio dice che il pezzo è ormai ‘lui’ in tutte le sue sfaccettature…direi che l’ostacolo inizialmente più arduo, entrare e uscire continuamente dalla Ciaccona a Pisati e viceversa, è oramai inesistente, anzi questa diversità di linguaggi è diventata il motore stesso del pezzo. E poi la novità è che Pisati ha fatto una versione per il mio CD in cui io, attraverso il mio iPad, viaggio attraverso la partitura in un video che mi suggerisce la struttura del pezzo. E di Maderna voglio parlare a parte….

Mi ricordo che allora mi spiegasti la natura “clavicembalistica” della tua versione della Ciaccona di Bach, hai poi proseguito su quella direzione?

Come ti ho accennato si, sono andato oltre; per parecchio tempo ho ascoltato le versioni clavicembalistiche e quando ho sentito che il mio immaginario era ricco abbastanza ho iniziato a improvvisare gli abbellimenti e le voci aggiunte, girandoci attorno, cambiando ampliando, riducendo…e poi ho continuato a lavorare sui tempi, i respiri, e dinamiche, sempre provando e riprovando sempre improvvisando…è stato un lavoro entusiasmante che ha reso la mia Ciaccona forse un po’ ipertrofica alle orecchie di qualcuno, ma senz’altro mia…finché, ad un certo momento, ho sentito che il pezzo era pronto e aveva un senso fermarlo in un lavoro discografico.

Il capolavoro bachiano è il convitato di pietra di questo CD: osserva dal passato, rivendicando la sua inesauribile attualità; nella mia versione ho guardato al clavicembalo e alla monumentalità che deriva da quella veste strumentale; in un certo senso anche qui (come avviene un po’ in tutto il CD) ho cercato di forzare i limiti della chitarra, moltiplicando in alcuni punti gli abbellimenti o estrapolando voci a mio avviso sottintese. E anche nella mia versione del capolavoro di Bach, l’improvvisazione ha avuto, una parte importante, in quanto, come ho detto, tutti gli abbellimenti sono nati attraverso una lunga pratica improvvisativa che si è poi cristallizzata nella versione registrata.

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Come è riuscito Maurizio Pisati a trasportare i temi di Bach nel mondo attuale con la sua ChahaX? Come è nato questo brano? So che è stato scritto apposta per te…

Esatto: nel 2010 andai a trovare Maurizio a Milano e gli chiesi un pezzo che fosse basato sull’mprovvisazione e in cui comparisse a tratti la Ciaccona di Bach; avevo già in mente questa idea di voler unire la musica contemporanea con Bach, in sostanza quello che poi è diventato Rosso Improvviso

E lui è riuscito nell’intento, come al solito in modo geniale: i frammenti della Ciaccona indicati da lui sono solo accenni, fugaci fantasmi….e questo lascia libero l’interprete di entrare e uscire dal capolavoro bachiano in modo molto elastico. Del resto anche le figure suggerite da Pisati sono semplici gesti, effetti, anch’essi fugaci apparizioni da sviluppare attraverso l’improvvisazione. Lui ha trovato così il modo di unire due mondi che riescono a parlarsi a distanza di secoli. E il substrato di questo dialogo è l’elettronica, terzo personaggio della vicenda che avvolge, interloquisce e suggerisce movenze e sonorità e fa da collante dei vari elementi. Nella versione discografica (leggermente diversa dalla prima del 2010) la partitura scorre su un video 3D che diventa una sorta di ‘voltapagine intelligente’ che mi chiama nei vari punti del brano, mi conduce con i suoi tempi: io sono dentro la partitura mentre suono e la seguo passo passo interagendo continuamente.

Come mai hai scelto di inserire anche la Sequenza XI di Berio in questo repertorio?

Come ho anche scritto nelle mie note di copertina l’idea che forse percorre l’intero CD e quella dell’oltre: oltre i limiti della chitarra, oltre i limiti della partitura tradizionale, oltre i limiti fonici del nostro strumento: Ecco, proprio in questo punto si inserisce egregiamente la sequenza XI di Berio. In questo brano infatti assistiamo da una parte a momenti molto lirici (soprattutto nel finale del brano) e dall’altra a sezioni in cui la chitarra, potremmo dire, è davvero violentata in termini fonici e tecnici con richieste all’interprete veramente molto impegnative; soprattutto essa è immaginata in un ambito fonico fra il piano e il fortissimo con 3 o 4 f veramente fuori dell’usuale e della tradizione chitarristica a cui siamo abituati.

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E la Sequenza quindi, si inserisce a pieno titolo nel tema dell’oltre; da una parte l’idea di andare oltre il pezzo finito, che è quello che succede con le improvvisazioni in Maderna e Pisati; dall’altra il superare l’immagine fonica e i limiti considerati come normali da un punto di vista organologico, come in Maderna e, appunto, Berio.

E Bach? Bach è l’oltre le categorie, oltre ‘gli specializzati’ i cassetti mentali in cui chiudiamo la musica, perché senza la Ciaccona questo sarebbe stato un CD di musica contemporanea: ma così non è, questo é un CD di musica, che racconta la mia storia degli ultimi 10 anni e che vuole fare il punto sul mio lavoro fino a questo momento.

Parliamo della Serenata per un Satellite di Maderna. Ormai è una sorta di tuo “marchio di fabbrica”, un tuo elemento stilistico, uno stimolo e una guida per l’improvvisazione…

Hai ragione, la Serenata per un Satellite….credo di averla eseguita più di 200 volte, e ogni volta è nuova, mi riserva delle sorprese, è la possibilità di scoprire un multimondo come ho scritto sul Fronimo che uscirà a Gennaio. É stato un lavoro grandissimo, che si è snodato negli anni e che, in quest’ultima versione, si è avvalso anche dei mezzi tecnologici (cose molto semplici in verità) per svelare di sé un’ulteriore possibilità di lettura. La Serenata per un satellite è per me un capolavoro che, come tale, supera i confini storici, non è legata a linguaggi di questa o quella epoca: essa è invece un regalo che Maderna fa agli interpreti, al pubblico e alla musica in generale.

Sento quel pezzo oggi assolutamente mio, l’ho studiato, analizzato, suonato in tutti i modi possibili eppure…quest’estate, durante il Guitar Campus di Trevi, al mio concerto, ho fatto un’esecuzione incredibilmente diversa dalle precedenti…certo, merito di un lavoro su quel pezzo che faccio dal 2005, ma anche di una partitura che nasconde dentro di sé decine di versioni possibili. In questa versione mi sono lasciato prendere la mano dai mezzi tecnici dello studio di registrazione:quindi quello che c’è sul cd non potrà mai essere realizzato dal vivo…il CD va comprato per forza!

Otto anni sono comunque tanti, come mai alla fine hai scelto la EMA Vinci come casa discografica?

Due motivi: il primo è che non avevo un’urgenza immediata di fare un CD, volevo aspettare di avere voglia di nuovo, come fu nel 2005 di ‘fare il punto’ della mia vita professionale, e non solo.

Ma questo forse non giustifica 8 anni di attesa, e allora veniamo al punto 2: finalmente avevo trovato una casa discografica che fa la casa discografica, ovvero investe su un progetto in cui crede. Un casa discografica che non fa finta, come tutte quelle, se mi posso permettere, che chiedono all’interprete il Master già fatto, oppure di comprare 300 copie del cd come condizione per farlo. Questo vuol dire far un lavoro in cui non si crede, o meglio caricarlo tutto sulle spalle dell’interprete, che non solo deve studiare e registrare, ma anche farsi carico delle spese…. EMA mi è sembrata da subito una casa molto seria, mi piacevano le cose che fanno e che hanno fatto e mi è parso che la mia proposta potesse interessarli di per sé. Infatti così è stato, e il progetto è partito. sono fra l’altro molto felice di aver lavorato con loro: sono stati 5 giorni passati sempre in studio a pensare solo alla musica e a parlare anche di vita con Giuseppe Scali e Marco Cardone, fra un piatto di spaghetti e una pizza, in un paesino della Toscana, Vinci, che ha fatto da sfondo a questo lavoro così concentrato.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando

Diversi: il più importante è un lavoro con e su Kurtag: non voglio svelartelo per scaramanzia, perché è forse la cosa più importante che mi sarà capitato di fare nella mia vita professionale….

Poi lo sviluppo della mia masterclass annuale all’Accademia Praeneste di Roma, che sta diventando un bel progetto per molti ragazzi anche perché offre parecchie possibilità concertistiche anche all’estero, soprattutto, anche se non esclusivamente, per chi ha terminato gli studi in conservatorio.

E poi la preparazione di un progetto di video con il mio repertorio (e pezzi nuovi) con una forte componente gestuale (come Ultima Rara ad esempio) e l’inizio della collaborazione con il sito Tonebase.

Poi dovrei anche pensare a pubblicare la mia versione della Ciaccona, chissà, forse in un’altra vita…

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