#Recensione di Macchie di Filippo Giuffrè, Eclectic Polpo Records 2017 su #neuguitars #blog

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Recensione di Macchie di Filippo Giuffrè, Eclectic Polpo Records 2017

https://eclecticpolporecords.bandcamp.com/album/macchie

1. Agorafobia delle 7 04:44

2. Un altro giorno 03:35

3. Sospesi nella rabbia 03:46

4. Riposarsi nei ricordi 08:01

5. Infinitamente piccolo 06:19

6. Festa di addio 07:18

7. La pace di essere in guerra 06:57

8. Era come indossare l’immortalità 02:24

9. Nogunri 04:55

Noise. Rumore. Mi sono sempre posto una domanda riguardo al rumore: è tutto uguale? Voglio dire: ogni noise è uguale all’altro? E che cos’è poi alla fine il rumore? E’ organizzato? E’ cieco? E’ sordo? E’ solo una questione di volume? Non sono questioni così semplici, alla fine del rumore ne sappiamo veramente poco. Il rumore è recente, un’invenzione dell’uomo, collegata alla rivoluzione industriale, al mondo dei motori, della tecnologia, del desiderio, della volontà di superare la natura e da sempre lo contrapponiamo alla musica e al silenzio, che pensiamo di sapere cosa sono. Ma il rumore no. Lo identifichiamo con la furia, con il caos, con l’assenza di struttura, con la Terra di Mordor, con le fucine di Sauron, con la ribellione, con l’energia non controllata, con l’assenza di controllo. Ma è davvero così?

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E se il noise è un genere musicale….il noise di Glenn Branca è uguale a quello di Metal Machine Music? A quello dei Sonic Youth? E i Boredoms? Troppe domande. Proviamo concentrarci sul noise di Filippo Giuffrè. E’ diverso? Sì. E’ un rumore…quieto. E’ musica? Sì. Una musica fatta di chitarre, ossa, nervi e…quiete. Fa strano parlare di quiete quando si parla di rumore, ma quello che esce dalle chitarre di Filippo Giuffè non è rabbia, non c’è una tensione aggressiva, non c’è una furia incontrollata, non c’è quasi ritmo. E’ rumore concentrico, si espande, non è solido, è gassoso. Si può ascoltare a basso o a alto volume. Sostanzialmente non cambia, a un volume alto la stanza comincia a risuonare, ma le onde rimangono le stesse, l’intensità rimane la stessa, forse anche i desideri. E’ un noise di ricerca, non è adolescenziale e si percepisce ogni cosa, anche a basso volume, ogni sfumatura, ogni dettaglio, i piccoli rumori di sottofondo e ci capisce che non c’è casualità, ogni a cosa è al suo posto e rispecchiano i titoli dei brani che alla fine parlano di quotidianità, di piccole cose, di ritagli ordinari, di ricordi. Questo disco parla di macchie, di macchie nere, sfrangiate, sfumate, grezze. Di macchie messe a quel posto per un ordine preciso, per una reale intenzione. Fa una strana calma ascoltare il rumore di Filippo, forse l’ultima cosa che mi aspettavo dal suo disco e devo dire che mi fa molto bene. E’ abrasivo, ma anche carezzevole, a suo modo, è un po’ triste anche quando digrigna i denti. E’ un ottimo disco.

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