Parliamo di Lee Ranaldo e di Lee Ranaldo From Here To Infinity, SST Records, 1988 su #neuguitars #blog

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“Electric currents ripple thru the atmosphere. A chill shimmering, a delicate light passes thru me. I am frail, about to break, ready to suffer the winds of change. I see turrets and spires rising up, protecting the farmlands. Carpets of logic blanket the fields. Twosmall and beautiful blonde children stand at the far end of a row. They don’t know about the sky, ready to splinter blue in every direction, ready to serve this orbit, ready to seize their love. Preparing to ignite.”1

Se dovessi pensare a una rockstar con la perfetta aria da anti-divo, non avrei nessuna esitazione: Lee Ranaldo. Non che gli altri tre ne abbiano l’aria, ma Ranaldo ha più l’aspetto di un architetto, non trasuda coolness come Kim Gordon e non ha neanche l’atteggiamento adolescenziale strafottente di Thurstone Moore. Ranaldo è una persona decisamente discreta. Se guardate i filmati dei Sonic Youth dal vivo, su youtube, lo vedrete di solito sulla sinistra, vicino al batterista Steve Shelby, una posizione più defilata, la stessa di John Paul Jones nei Led Zeppelin, lasciando il palco e l’attenzione del pubblico più sul gigante Thurstone Moore e sulla sinuosa Kim Gordon. Ranaldo ha l’aria del vecchio “beat”, del saggio “deadhead”, anche se poi non mostra nessuan esitazione nello strapazzare i suoi strumenti infilando bacchette di legno e cacciaviti tra il manico e le corde. O quando afferra la sua chitarra e la fa roteare nell’aria. O quando la spinge contro gli amplificatori, lanciando un tornado di frequenze e schegge di feedback impazzite che generano cerchi e elissi di cui lui è il centro e che rimandano ai mandala psichedelici dei Grateful Dead. Ranaldo è uno sperimentatore seriale, anche al di fuori dei Sonic Youth ponendosi a metà strada tra la pura improvvisazione, tra la perfetta libertà da vincoli formali e la forma canzone. Il concetto di narrazione sviluppato attraverso solide e monolitiche figure armoniche aliene dai riff tradizionali e nuove cadenze che hanno rivoluzionato il rock.

Lee Ranaldo è nato il 3 febbraio 1956 a Glen Cove, una cittadina sulla costa di Nassau, regione suburbana popolosa e benestante di Long Island, a est di New York, in una famiglia di origini italiane.

Che cosa fai nella provincia americana? Vai al cinema, cerchi di scansare le colossali riunioni della famiglia di origini italiane, leggi, ascolti musica. Cerchi una via di fuga. E Ranaldo ascolta i Grateful Dead, si innamora delle loro lunghe improvvisazioni. Sembra un controsenso: i Dead sono stati per il revisionismo punk la rappresentazione perfetta di quanto ci potesse essere di più detestabile nell’essere hippy, con le loro lunghe jam attorcigliate e auto-indulgenti, il loro cheap misticismo alla Leary e l’abuso di droghe, il loro beato e rilassato ottimismo, le legioni nomadi di fan che li seguivano per tutti gli Stati Uniti. Ranaldo li ascolta senza paraocchi e paraorecchie e mentre studia pittura e tecniche di stampa si appassiona anche al movimento beat. Le osservazioni e le scene descritte dai Kerouac e compagni combaciano perfettamente con una mente già predisposta al quel viaggio, al viaggio verso New York. New York. Il centro del mondo culturale e contro-culturale moderno. C’erano artisti attivi nei campi più disparati, pittori che formavano band, chitarristi che diventavano scultori, fu un periodo di euforia nella quale venne creata nuova arte e una nuova estetica. Dove Ranaldo ebbe modo di nutrire il proprio gusto per le arti sperimentali.

E poi le esperienze con Glenn Branca La No wave. I Sonic Youth. La vertigine del Grunge. Il successo. E la sperimentazione che non si ferma, ma si nutre degli umori di New York e del substrato culturale che circonda il gruppo.

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Nel 1986 Ranaldo da alle stampe il suo primo album solista “From here → Infinity” composto da 13 tracce, ciascuna delle quali si risolve in un loop provocato dall’avvitamento dell’ultimo solco su se stesso. In pratica (perchi ha il disco nella versione in vinile) bisogna agire su braccio del giradischi per proseguire l’ascolto del disco (problema che non si pone con l’edizione su CD). Ranaldo riduce il suo apparato esecutivo al minimo, intervenendo, più che sullo strumento, sul controllo dei valori dei suoi amplificatori e lascia che il suono degli inneschi disegni libere geometrie che verranno poi forzatamente convogliate nella spirale creata dalle ultime rotazioni del disco.

Questo disco nonostante sia un monolite incentrato sul culto monoteistico del feedback chitarristico e sulla reiterazione circolare del rumore, offre una vasta gamma di modulazioni cromatiche. Si passa dal rombo a bassa frequenza di Slo Drone, allo stesso rumore riavvolto in studio e sviluppato sul proporio baricentro di Ouroboron dove Ranaldo indugia sui meccanismi della “cavata” del suono, per giungere a quello ottenuto dalla riproduzione su vinile e normalmente rallentato di un drone precedentemente eseguito, come nel caso di Lathe Speaks.

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Nel 1994 pubblica su Starlight Furniture Company l’EP “Broken Circle/Spiral Hill”dove emerge un lato più meditativo, più preoccupato di mimetizzare il rumore della sua chitarra con tecniche descrittive come in Spiral Hill. Torna l’ossessione per le figure circolari con l’utilizzo del tape-loop in Brocken Circle, ma si avverte un scrittura ppiù riflessiva, può essere il rislutato di una maturazione , dovuta alle sempre più ampie e varie incursioni in altri territori stilistici e artistici. Risente delle esperienze nel mondo delle registrazioni Lo-fi che rappresentavano all’epoca un vero e proprio terreno di confronto per molti esponenti della musica indipendente americana.

Ritengo questi due lavori indispensabili. Da avere a tutti i costi. Il loro ascolto unisce momenti di relax e divertimento a aspetti legati alla sperimentazione e a una visione del suono ben diversa dalla comune rappresentazione del rock’n roll. L’esempio di una attitudine e di uno spirito creativo indomabile.

1Lee Ranaldo, Road Movies, Soft Skull Press no. 7, pag. 41

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