#Intervista con Santi Costanzo (Marzo 2019) su #neuguitars #blog

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Intervista con Santi Costanzo (Marzo 2019)

https://www.santicostanzo.com/

Caro Santi, bentornato sul blog neuguitars.com. Nel 2016 era uscito il tuo soprendente “Deeprint” per Improvvisatore Involontario. L’anno scorso è uscito questo “Autocracy Of Deception Vol. 1” per Setola di Maiale. Raccontaci cosa è successo…

Ciao Andrea, felice di essere di nuovo qui su neugutars.com. Autocracy era già nella mia mente da tempo. Nell’ultimo periodo ho semplicemente iniziato a concretizzare ciò che con Deeprint avevo cominciato a concepire: una ricerca differente e affine rispetto al mio primo lavoro, così come hai descritto tu nella recensione di Autocracy, una ricerca linguistica e stilistica prima di tutto. Il tentativo è sempre quello di creare e cercare nuove soluzioni mettendosi in gioco il più possibile, soprattutto senza riserve.

Come mai la scelta di Setola di Maiale? Scelta azzeccatissima, se posso permettermi…

Concordo con il tuo parere: Setola è sicuramente una delle etichette italiane migliori per questo disco, in più la seguo da molti anni. Oltre alla scelta delle produzioni, quindi la capacità da parte del fondatore Stefano Giust di applicare una politica di apertura verso le musiche trasversali, o per così dire non convenzionali, il merito ulteriore di Setola è stato anche quello di riporre massima disponibilità al musicista in fase di pubblicazione: sono stato seguito davvero con molta affidabilità e professionalità, cosa non da poco.

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Avevamo già parlato della distinzione tra improvvisazione estemporanea e composizione, con questo disco sei tornato su queste tematiche, ma già il titolo “Autocracy Of Deception” indica anche altro….

Senza reiterare concetti già espressi nella precedente intervista, in questo disco ho semplicemente messo da parte alcuni elementi utilizzati in Deeprint per poterne utilizzare di nuovi. Forse la matrice è simile, sicuramente un approccio più radicale come quello di Autocracy ha reso tutto molto diverso. Preferisco avere un approccio un pò più poliedrico alla musica: cercare di attingere da elementi nuovi per me, magari sconosciuti fino a poco prima, rielaborarli, mescolarli e tirarne fuori qualcosa di unico.

Cosa intendi con la frase: “il titolo nasce dall’illusione che elementi e moduli improvvisativi possono suscitare in chi ascolta, ma anche a chi è impegnato in prima persona nella loro produzione. Autocrazia intesa come imposizione scaturita da un’illusione tanto ingannevole, quanto percettiva.”….assomiglia a un manifesto politico-artistico del novecento…

Il mio intento non era quello di suscitare questo tipo di immagine, cioè quella legata ad un manifesto politico. Nel mio caso, le note contenute nel disco e che hai riportato, indicano semplicemente quanto labile sia da parte dell’ascoltatore il processo di individuazione degli elementi improvvisativi utilizzati in Autocracy e quanto il musicista lasci volutamente irrisolto il problema. Per quest’ultimo motivo, infatti, mi ricollego a quanto scritto nella tua recensione, nello specifico quando scrivi: “quel suono è nato adesso o è frutto di una elaborazione di qualcosa che è iniziata ancora prima che il chitarrista avesse abbracciato il suo strumento?”. Con questa domanda sei riuscito ad individuare il nucleo centrale su cui ruota tutta la tematica del primo volume di Autocracy: nessun processo avviene prima che io abbracci lo strumento. Tutta l’elettronica dal vivo nasce comunque dalla chitarra, nessuna processione di segnale precedente all’imbracciare questo strumento è presente.Vi è quindi una imposizione (da qui l’autocrazia di cui si parla nel disco) di voluto spiazzamento all’ascolto: non è importante domandarsi da dove nascono quei determinati suoni ma perché sono stati concepiti in quel determinato modo.

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Qual’è secondo la funzione di un momento di crisi? Te lo chiedo visti i tempi in cui viviamo...

L’arte in quanto tale, musicale e non, a mio avviso ha bisogno di riprendere la funzione di guida relativamente alla sensibilizzazione di chi fruisce dell’opera stessa. Ascoltare banalità è svilente, non aiuta il giovane a capire l’importanza di questa magnifica arte dei suoni. Bisognerebbe dare alla musica la giusta valenza ritornando al gusto all’ascolto. Quello non semplice, quello che implica un riascolto obbligato. Quello che permette di emozionarsi, non in maniera futile e immediata, ma elaborata e maturata nel tempo. Questa dovrebbe essere, o almeno per me lo è, la funzione principale della musica: educare e sensibilizzare di conseguenza.

Approfitto della tua pazienza per tornare su delle tematiche estetiche: Luigi Nono ha dichiarato “Altri pensieri, altri rumori, altre sonorità, altre idee. Quando si ascolta, si cerca spesso di ritrovare se stesso negli altri. Ritrovare i propri meccanismi, sistema, razionalismo, nell’altro. E questo è una violenza del tutto conservatrice.” … ora .. la sperimentazione libera dal peso di dover ricordare?

Concordo con le parole di Nono. Personalmente non cerco me stesso in ciò che ascolto, non amo questo tipo di processo. Preferisco cercare me stesso in ciò che creo, e non sempre quest’ultimo aspetto nasce o viene influenzato da ciò che ho ascoltato precedentemente. La sperimentazione libera dovrebbe ricordare quanto ancora ci sia da esplorare in musica. Quanto sia interessante la ricerca in quanto tale. Quanto obiettivamente sia importante, se pur in minima parte, dare il proprio contributo affinché si possano gettare nuove basi per qualcos’altro che, nel tempo, altri svilupperanno così da trovare a loro volta, qualcosa di nuovo. La libera improvvisazione svela sempre orizzonti infiniti, per questo motivo ha l’onore di dover ricordare quanto alto sia il processo creativo insito in chi la pratica.

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Giuro che è l’ultima domanda…C’è una frase di Cioran che mi ha sempre affascinato “Nella vita tutto è desiderio o assenza di desiderio”, ho sempre pensato che gli artisti si occupino del desiderio e che sia questa loro fervida aspirazione ad innalzare il loro lavoro al rango di opera d’arte. Ti riconosci in questa frase?

Più che desiderio, nel mio caso, parlerei di necessità. Non sempre la necessità in me nasce dal desiderio. Infatti, non ho mai maturato in me l’esigenza di elevare il mio lavoro ad opera d’arte. Quest’ultima definizione, implicherebbe una alta considerazione del mio operato. Sicuramente non posso dare io una definizione del genere ai miei dischi, bensì chi ascolta. Io sono un semplice artigiano. Una persona che non riesce a fare a meno di ciò che fa.

Dopo il Volume 1, possiamo aspettarci il Volume 2?

Assolutamente, non vedo l’ora di iniziare a ordinare tutto il materiale per poter organizzare un ulteriore dialogo con l’ascoltatore. Non voglio anticipare nulla, non è detto però che possa anche esserci un terzo volume… Onestamente questo tipo di percorso in solo mi ha totalmente coinvolto. Per quanto abbia altri progetti all’attivo con ottimi musicisti, non riesco a distaccarmi dall’idea di poter e dover lavorare da solo perché implica dei processi mentali che mi affascinano. La difficoltà ulteriore scaturita dall’impossibilità di affidarsi all’altro, è il principale motivo di sfida che mi ha portato alla realizzazione del primo volume di Autocracy of Deception.

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